Tra le ninfee di Monet: la casa e il giardino di Giverny

Una casa rosa con le persiane verdi, la cucina blu cobalto, la sala da pranzo giallo limone e l’esplosione variopinta del giardino: questa, più che una dimora, sembra proprio la tavolozza di un pittore. E’ in un tale arcobaleno che Claude Monet (1840-1926), il re degli impressionisti, visse alcuni dei suoi anni più felici.

A Giverny, ad un ottantina di km da Parigi nella Valle della Senna in Alta Normandia, il pittore trovò un luogo stimolante, da plasmare a suo piacimento, quasi come una tela vergine. Oggi qui oggi si trova il suo museo, un luogo da visitare con tutti i sensi, a cominciare dalla vista e dall’olfatto.

Monet a Giverny

 In questo luogo Monet visse gli ultimi 40 anni della sua vita, con la sua seconda moglie, Alice Hoschedé e la numerosa prole di una famiglia allargata.

Lo si percepisce ancora chiaramente, nonostante lui se ne sia andato da quasi un secolo: questo era l’universo di Monet, tutto gli girava intorno, tutto obbediva alle sue esigenze di pittore, pater familias, botanico e giardiniere. C’erano orari precisi ed un ottima, sostanziosa cucina: per venire qui a pranzo era meglio essere buon forchette, come il padrone di casa.

Era l’aprile del 1883, quando Monet si trasferì a Giverny, nella casa acquistata anche grazie a Paul Durand-Ruel, il suo mercante d’arte. Voleva abitare nella quiete della campagna, dove avrebbe preso ispirazione dalla natura. In quello stesso periodo moriva Eduard Manet, il grande autore dell’Olympia e del Déjeuner sur l’herbe, capofila del movimento impressionista insieme a Monet. Quest’ultimo aveva 43 anni e la sua arte stava ancora faticando ad affermarsi. Alla fine degli anni 80’ ci sarebbero stati i primi grandi successi, ma ora gli acquirenti e le finanze erano ancora pochi.

Cucina, Casa di Monet a Giverny

Partirono subito i lavori di ristrutturazione e la casa col suo giardino, prima abbastanza anonima, diverrà, col tempo, un vero e proprio capolavoro, così come i suoi dipinti: un’oasi di pace, sfavillante di colori e di luce. La piccola, graziosa residenza, che ho davanti a me, è il frutto di quelle accorte modifiche e di una lunga progettazione. Si compone di otto stanze e ovunque le finestre si aprono sul verde e sui fiori del giardino. Non ci sono corridoi e capitava che gli ospiti dovessero passare per la spezieria per raggiungere l’atelier. Degli interni, colpisce l’allegria e la spigliata modernità.

La casa di Monet dal giardino, Giverny

Rimangono impresse, della vasta cucina, le raffinate piastrelle di ceramica blu cobalto di Rouen, che oggi non si producono più perché è troppo onerosa la loro fabbricazione. Appese alle pareti c’è ancora la schiera di utensili in rame, dove un tempo cuocevano le pietanze preferite di Claude, come il bacon o le andouillettes grillée. In un tempo in cui la cucina era un ambiente secondario, riservato solo ai domestici ed ai cuochi, Monet l’aveva arredata sfarzosamente come una reggia.

E in questo piccolo regno v’era al centro una regina, la cuoca: della dinastia di cuisinières a servizio di Monet, la più amata dalla famiglia fu Marguerite, che lavorò qui fino al 1939.

Cucina di Monet a Giverny

La sala da pranzo è un raggio di sole, gialla e vivida come i girasoli di van Gogh, al quale sarebbe certamente piaciuta. In questa stanza si tennero epiche cene e pranzi sontuosi, tra amici, critici d’arte e scrittori che lo venivano spesso a trovare. Sembra ancora di sentire le fragranze delle piatti fumanti e l’allegro chiacchiericcio dei commensali.

  Il Giappone, amatissimo dal pittore, che lo conobbe solo tramite incisioni e stampe, riveste della sua patina elegante ed esotica questa, come molte altre stanze della casa.

Ci sono ovunque magnifiche xilografie ed incisioni su legno, collezionate con passione dal proprietario; create da grandi incisori della Scuola Ukyo-e, come Hokusai e Hiroshige, raffigurano gli istanti che volano via, il mondo effimero e cangiante che ci sta intorno. Anche se il loro stile orientale è molto diverso da quello impressionista  (linee piatte e contorni definiti il primo, sfaldato e mosso il secondo), di base c’è la stessa intenzione, quella di cogliere l’attimo.

Dalle finestre di Monet a GivernyIl salon-atelier, evocativo e luminoso, usato dal pittore fino al 1899, era anche luogo di relax dopo i pasti: qui si sorseggiava qualche bicchiere di “alcool de prune” fatto in casa o si prendeva il caffè. Inseguito Monet si costruì un’altro spazio all’esterno, un atelier con un immensa vetrata esposta alla luce del nord.

Al piano superiore, dalla camera da letto del pittore si ha una vista magnifica sul Clos Normand, che sembra proiettarsi all’interno della casa. La dimora in effetti, più che essere il centro del giardino, sembra uno dei suoi fiori più smaglianti.

A parte dipingere e coltivare il giardino, non sono buono a niente” scriveva Monet.

In effetti il pittore dedicò tempo, fatica e denaro a progettare e coltivare il verde in torno a casa. Già in passato Monet aveva avuto bei giardini, ad Argenteuil e Véteheuil, ma erano cosa modesta, se paragonati a quello di Giverny.

Sentieri fioriti, Giverny

Per i primi dodici anni Monet non dipinse il suo giardino, però esso assorbì gran parte delle sue energie. Iniziò con quello che sarà battezzato il Clos Normand davanti alla casa, eliminando il precedente orto e piantando un mosaico fitto e variopinto di piante stagionali. Dietro l’aspetto libero, vivace e disordinato delle piante, si cela in realtà un’impianto geometrico sottostante, accuratamente studiato. Le rose e gli iris sono presenti numerose, in tutte le loro splendide varietà. Gli archi metallici davanti all’edificio, creano un sentiero che porta all’ingresso della casa, coperto da un tetto di rampicanti, che in primavera si trasformano in cascate di colori.

Questo spazio verde è un vero e proprio prolungamento della casa. Fatico a riconoscere le specie di piante, però mi godo l’effetto estetico pieno e rigoglioso, la barocca varietà di forme e colori.

Tutto qui è poesia, felicità, benessere. Nonostante la casa ed il giardino appartengano ad un passato ormai lontano, mi sembrano straordinariamente moderni ed accoglienti.

Cercando lo Stagno delle Ninfee, Giverny

Man mano che procedeva nei lavori, Monet diventava un botanico esperto, sapeva capire di cosa ha bisogno il terreno e curare le malattie più insidiose delle piante. Dal 1893 iniziò a progettare il suo giardino d’acqua, dopo aver acquistato il terreno oltre la ferrovia che tagliava la proprietà. Il favoloso Stagno delle Ninfee, reso celebre dai ritratti che ne fece e che oggi si trovano nei maggiori musei del mondo, vide la luce in questo ultimo periodo.

Monet, ispirandosi al Giappone, fece attraversare il lago da un piccolo e grazioso ponte di legno, dipinto di verde,  quasi a voler ricreare del vivo una di quelle belle incisioni di Hiroshige che teneva in casa. Anche le piante furono scelte per la loro provenienza asiatica: bambù, gingko biloba, acero e i salici piangenti. 

Le celebri ninfee rosa e rosse furono ordinate al vivaio specializzato di Latour-Marliac, nella regione del Lot e nel 1894 il pittore riuscì addirittura a deviare il corso del fiume Epte, per allargare il suo stagno. Mentre osservo le acque verdi, cosparse di ninfee all’ombra maestosa dei salici, penso a tutti i grandi del passato, che qui hanno rivolto il loro sguardo.

Monet nel suo giardino, Giverny

Furono numerosi gli amici pittori che, anno dopo anno, verranno ad ammirare il suo giardino: Caillebotte, Morisot, Rodin, Cézanne e Renoir. Tutto è stato conservato come allora, prima dalle cure amorevoli dei figli, poi, dopo la morte di Michel Monet nel 1966, dalla gestione dell’Académie des Beaux-Arts di Parigi. Più tardi verrà creata la fondazione Claude Monet, con l’apertura alle visite nel 1980.

E’ bello pensare alla vita felice e creativa che il pittore ha condotto qui. I cambiamenti stagionali tingevano il mondo intorno all’artista sempre di nuove tonalità e forme, fornendogli un’ispirazione continua ed esaltante, fino a che la sua pittura non arrivò a sfiorare livelli di astrazione.

Il suo ultimo atelier è stato trasformato nello shop del museo, ma la sua vastità e la luce radiosa, mi provocano subito una grande emozione quando entro. Qui dipinse le sue immense tele di ninfee degli ultimi anni, l’espressione più intensa della simbiosi tra il giardino e la sua arte.

Claude Monet morì nel 1926, ultimo degli impressionisti e uno dei pochi ad aver conosciuto una solida fama ancora in vita. L’anno seguente, le monumentali tele delle ninfee furono collocate a Parigi, nei padiglioni ovali dell’Orangerie, come suo volere. Sono ancora lì, a stupire ed emozionare milioni di visitatori ogni anno.

Lascia un commento