10 cose da non perdere all’Ermitage

Un palazzo da sogno, luogo di sfarzo ed eccentricità, che nella sua lunga storia fu coinvolto nelle vicende drammatiche di San Pietroburgo e della Russia intera; opere d’arte favolose, che nascondono molti misteri. Come resistere al fascino dell’Ermitage e alle sue leggende sepolte dai secoli? Ecco una decina di cose che è vietato perdersi durante la visita, tra curiosità e capolavori; ma fate attenzione, perché le opere moderne sono state recentemente spostate nella sede del General Staff Building, di fronte al Palazzo d’Inverno.

1) Il Vaticano a San Pietroburgo

Passeggiare nelle Logge vaticane a San Pietroburgo fa uno strano effetto: sono una delle particolari bizzarrie dell’Ermitage. Il lungo corridoio, aperto da arcate, riproduce esattamente le logge affrescate a Roma da Raffaello. La zarina Caterina II le aveva volute identiche a quelle romane, affidando il compito di riprodurre gli splendori rinascimentali all’architetto Giacomo Quarenghi nella seconda metà del XVIII secolo.

Tutto il Palazzo d’Inverno poi, un tempo residenza imperiale, è in sé un’opera d’arte, ammantato dall’esotico fascino russo. La magnificenza zarista si svela subito, nel sontuoso Scalone Giordano, che introduce alle sale. Alcuni ambienti sono stati mantenuti con gli arredi originali: come la Sala della Malachite del 1839, caratterizzata dal verde intenso e brillante di questa pietra, che si insinua negli elementi architettonici e negli arredi; era destinata alle riunioni del Consiglio dei Ministri del governo provvisorio, proclamato dopo la caduta degli zar.

2) I nuovi zar: i gatti dell’Ermitage

Può sembrare strano, ma una colonia di adorabili felini vive da due secoli e mezzo nel sontuoso Palazzo d’Inverno. E’ la metà del XVIII secolo quando la zarina Elisabetta emana un editto con cui richiede di portare a corte, per gestire l’invasione di ratti, dei gatti adatti alla caccia. Da allora la loro presenza è stata costante e son diventati una sorta di mascotte del museo, qualcosa che fa parte della sua tradizione. L’unico momento in cui se la videro brutta è stato durante l’assedio di Leningrado, durante la seconda guerra mondiale: morirono di fame milioni di persone e i gatti dell’intera città sparirono, finendo sulle tavole.

Oggi se la passano senza dubbio meglio. Sono una sessantina, di notte dormono negli scantinati e di giorno si aggirano intorno al palazzo e nei suoi anfratti, nutriti e coccolati da personale apposito.  Non li troverete nelle sale d’esposizione, perché non sarebbe carino se si facessero le unghie su di un Caravaggio. Ma fuori, nel cortile del Museo, li potrete incontrare, gli aristogatti felici dell’Ermitage: io ne ho immortalato uno che faceva la posta ad un piccione.. non sono poi tanto diversi dal mio!

3) L’orologio del pavone, 1770, James Cox

L’orologio, di grande raffinatezza, esposto nell’elegante cornice del Piccolo Ermitage,  fu un originale dono per la zarina Caterina II, da parte del suo favorito, Grigorij Potëmkin. L’imperatrice non era facile da sorprendere e, quanto a gioielli e soprammobili, aveva già tutto; per cui fu acquistato da James Cox, esperto orologiaio inglese, qualcosa che la stupisse. Fu spedito in Russia smontato e sembra ci siano voluti molto tempo e molti anni per assembrarlo nuovamente.. L’automa meccanico in rame dorato e argento funziona con precisione millimetrica tutt’oggi: girando una manovella, l’animale fa la ruota e apre il becco, mentre intorno si muovono altri simpatiche bestioline. Il meccanismo non viene attivato spesso, ma accanto alla vetrina del pavone si trova uno schermo che riproduce il filmato dell’orologio in movimento.

4) Ritratto di gentildonna, 1519, Correggio

Chi è veramente la monumentale dama che si staglia enigmatica contro il paesaggio naturale alle sue spalle? Forse la poetessa Veronica Gambara (1485-1550), che si ispirava alla spiritualità di Petrarca nei suoi componimenti o la vedova di Gian Galeazzo da Correggio, Ginevra Rangone (1487-1540), il che spiegherebbe le vesti scure forse da lutto. Quello che è certo è che la figura è seducente e misteriosa, con quel sorriso vago e lo sguardo che insegue lo spettatore..

5) Ragazzo accovacciato, 1530-34 Michelangelo

Un’aura enigmatica avvolge quest’opera, che solo recentemente si è attribuita con certezza a Michelangelo, grazie ad un disegno conservato al British Museum. Faceva parte del primo progetto per la fiorentina Chiesa di S.Lorenzo, un luogo un monumentale ed inquietante, che ospita le tombe della famiglia Medici; sembra che poi l’artista decise di scolpirlo come un’opera autonoma. Il ragazzo raffigurato da Michelangelo rappresentava forse un anima non nata o un genio funerario e si richiamava alla famosa posa dell’antico Spinario; tuttavia è forte l’impressione, quando lo si osserva, di saltare i secoli e attribuirlo magari a Rodin e alla sua Porta dell’Inferno. L’individuo, tormentato sia nel fisico e che nell’anima, sembra quasi un emblema della condizione umana, esprimendo un concetto straordinaria modernità.

6) Flora, 1634, Rembrandt Van Rijn 

Il ritratto raffigura, Saskia (1612-1642), timida e giovane sposa del pittore, ed è stato eseguito nell’anno del loro matrimonio. Nonostante c’entrassero anche i soldi, dato che lei era la ricca nipote del socio dell’artista, la loro fu un’unione felice, conclusasi bruscamente con la morte della donna, appena trentenne. Saskia viene ritratta da Rembrandt (1606-1669) nelle vesti di Flora, la sposa di Zefiro. Nella corona di fiori spicca un tulipano screziato, che le ricade verso l’orecchio. Dettaglio forse ricollegabile ad una mania dell’epoca: la ricca borghesia olandese di quegli anni era infatti malata di shopping verde. Erano detti “Fioristi”, coloro che spendevano somme da capogiro per accaparrarsi un bulbo pregiato di tulipano. Questo rimane uno dei dipinti più celebri del museo e fu oggetto di un terribile sfregio, quando nel 1985 vi fu rovesciato sopra dell’acido; fortunatamente è stato restaurato con successo.

7) Signora in giardino a Sainte-Adresse, 1867, C. Monet

Il quadro, luminoso squarcio su un’estate francese di un secolo e mezzo fa, nasconde molti segreti: il giovane Claude Monet (1840-1926) lo dipinge nei mesi passati a casa dello zio, a Sainte-Adresse in Alta Normandia e la ragazza con l’abito bianco è sua cugina, Jeanne Marguerite Lecadre. L’artista è stato spedito lontano da Parigi dal padre, che lo vuole separare da Camille Doncieux (1840-1879), la compagna che lui non approva. Camille sta aspettando il bambino di Claude, fuori dal matrimonio, ed è rimasta sola in città.

Camille Doncieux, 1871

I due convoleranno a nozze solo nel 1870, ma nove anni e due figli dopo, lei morirà di cancro. Monet la ritrarrà sul letto di morte, mentre si apprestava già a consolarsi con Alice Hoschedé, moglie di un ricco finanziere suo collezionista.

Monet da giovane, fotografato da Carjat nel 1865

Il giovane pittore, al momento in cui dipinge a Sainte-Adresse, assediato da problemi economici e ancora molto lontano dal successo, non lascia trasparire nulla delle sue preoccupazioni nel quadro. Quello che gli interessa, mentre ha in mano il pennello, sono la luce, l’aria e il momento fuggevole, che cattura con tocchi frantumati e radiosi.

8) Ritratto dell’attrice Jeanne Samary, 1878, Pierre-Aguste Renoir

Anche Pierre-Auguste Renoir (1841-1919) ha avuto le sue belle beghe sentimentali. In questo quadro ritrae la ventunenne attrice Jeanne Samary (1857-1890), che all’epoca era già un’attrice consumata della Comédie-Française, dove recitava in ruoli di servetta nelle opere di Molière. Renoir aveva perso una bella cotta per lei e la ritrasse a partire del 1877 ben 12 volte.

Jeanne Samary

Quest’immagine, immediata e dal taglio fotografico ( la nuova tecnica proprio allora si stava affermando e Renoir taglia la coda dell’abito come se avesse utilizzato un obbiettivo), ci restituisce una graziosa ragazza dall’aria timida, avvolta dalle spume vaporose di un abito bianco. La tecnica impressionista nel valorizza la dolcezza, presentandocela attraverso il filtro intenerito e vibrante degli occhi pittore. Nel libro di Jean Renoir (Pierre-Auguste Renoir, mon père, 1962 Hachette) il figlio dell’artista la descrive, attraverso i ricordi del padre, come un affascinante melange di nobile autorità e di umiltà davanti al pubblico. Una ragazza semplice di Montmartre, che si poteva trovare al mercato la mattina, impegnata  a scegliere la frutta e la verdura migliore, e la sera sul palcoscenico.

Pierre-Auguste Renoir, foto del 1875 circa

Con il pittore ebbe una storia, ma secondo le parole della Samary “Con Renoir non fu mai questione di matrimonio..lui sposava tutte le donne che dipingeva col suo pennello”. Lui invece alla fine si sposerà, scegliendo come moglie non un’attrice, ma un’autentica donna di casa, Aline Charigot (1859-1915); anche Jeanne troverà marito e avrà tre figli, ma poi, a soli 33 anni, morirà per un attacco di febbre tifoidea. Di lei rimangono, indimenticabili, i meravigliosi ritratti di Renoir, che le hanno regalato l’immortalità.

9) Nave nave moe, 1894, P.Gauguin

Ci troviamo nel paradiso incontaminato delle isole Polinesiane. Il pittore francese Paul Gauguin (1848-1903) giunge qui in cerca di ispirazione e libertà per la prima volta nel 1891, al fine di emanciparsi dal “colossale imbroglio chiamato civiltà”. Paul aveva abbandonato la moglie danese Mette ed i figli, dopo aver lasciato il lavoro in borsa per fare il pittore. Giunto nelle isole,  si sceglie come compagna un’adolescente, la vahiné Teha’amana, che ritrarrà in un dipinto e in una scultura oggi conservati al Museo d’Orsay di Parigi. Nave nave moe risale al 94’, un ricordo realizzato quando era ormai ritornato in Francia, in cui risaltano l’audace sintesi delle forme e l’intensità dei colori; il pittore partirà nuovamente per la Polinesia l’anno dopo e, questa volta, sarà per sempre.  Nell’opera l’artista mescola la religione maori a quella cristiana, in un’atmosfera ambigua e sospesa, tipica delle opere tahitiane di Gauguin. Il suo titolo è stato variamente interpretato, Gioia dell’ispirazione, Dolci sogni o, in francese, Eau delicieuse. Una delle belle polinesiane rappresenterebbe Eva, nell’atto di mangiare una mela, l’altra incarnerebbe Maria, con l’aureola e l’espressione contemplativa. Una sorta di amor sacro e amor profano, che per Gauguin rispecchiava l’indole delle tahitiane: la purezza da un canto, le tentazioni della carne dall’altro.

Paul Gauguin, foto del 1891

Gauguin morirà di sifilide, solo ed indebitato, poco prima di compiere i 55 anni, nel 1903. E pensare che un suo dipinto è stato battuto all’asta nel 2015 a 300 milioni di dollari.

10) Composizione VI, 1913, V. Kandinsky

Questa tela ci riporta ad un percorso entusiasmante, una delle pagine più intense della storia dell’arte. Oggi siamo abituati ad ammirare opere astratte, dove forme e colori sono prive di un riferimento figurativo. Ma una volta, non molto tempo fa, la cosa era inconcepibile.

W.Kandinsky

E qui spunta Vasilij Kandinsky (1866-1944). Mentre il mondo si avvia verso la tragedia della prima guerra mondiale, il pittore russo intraprende la sua lotta con la forma, già all’inizio del Novecento. Partendo dalle concrete apparenze del reale, se ne allontana gradualmente per esplorare il vasto territorio vergine dell’astrattismo: il primo acquerello astratto risale al 1910. In quest’opera, esposta all’Ermitage, Kandinsky riprende il Giudizio universale del 1911, dipinto su vetro, per approdare all’eliminazione della forma tradizionale. Dissoltane l’iconografia classica, restano forme e colori che indicano una precisa “tonalità psichica”, come scrisse lo stesso artista nel libro Lo spirituale nell’arte (1912). Questo quadro in effetti palpita di vita e d’emozione, in un vortice di colori e inaspettate profondità, aprendo una finestra su di un’altra dimensione, quella eterea e cangiante del mondo astratto: quella finestra non si è più richiusa.

 

Lascia un commento