Danish dream: Copenhagen e le altre

E così è appena finito un altro viaggio. Lascia dietro di sé una fragrante scia di ricordi, tanti attimi diversi che scintillano ancora nella memoria: i boschi della Danimarca attraverso i finestrini del treno, i castelli bagnati dalla pioggia, il mare sotto i cieli alti della Svezia. E poi la magia dell’arte: Matisse, Gauguin, Modigliani..

Inizia tutto una domenica di giugno, quando il Boeing 737 della Ryanair (a/r 65,00 euro), sul fare dell’alba, vola da Bologna verso nord, lasciandomi, un paio d’ore dopo, all’aeroporto Kastrup di Copenhagen. Dal finestrino già si svelava la maestosità delle terra danese, buttata lì in mezzo al mare, tra i fari e le vele, come una macchia verde dai contorni frastagliati. Ho scelto la capitale della Danimarca come base per diverse escursioni nel paese, data l’efficienza e la comodità dei trasporti locali. Nelle guide italiane la città è chiamata Copenaghen, il nome internazionale è Copenhagen, mentre in danese è København: un po’ di confusione, ma è sempre lei.

Il bancomat si trova subito all’uscita dei gates dei voli internazionali, al Terminal 2, ed io prelevo 1500 di Corone danesi (DKK), pari circa a 200,00 euro; selezionando le istruzioni in inglese si fa tutto velocemente.  Raggiungo in una ventina di minuti la stazione centrale, København H, con il treno (3 fermate, circa 5,00 euro alle macchinette o alla biglietteria). Il mio hotel, il Cabinn City di Mitchellsgade 14, è vicinissimo alla stazione e molto economico: 4 notti a 300,00 euro, che, per la costosa Copenhagen, è una cifra ottima.

Dato che il check-in si fa solo alle 15, lascio in hotel la valigia, precipitandomi nella vicina Ny Carlsberg Glyptotek (collezione permanente+mostra temporanea 14 euro), che ho già avvistato, subito dietro al Cabinn. Questo museo è nato dalle collezioni private di Carl Jacobsen, l’industriale della famosa birra Carlsberg. L’elegante edificio fin de siècle si struttura intorno ad una suggestiva serra di palme, un ambiente sontuoso, coronato da una immensa cupola di vetro.

Sul retro del palazzo si trova un delizioso giardino, cui sarei passata davanti ogni giorno per rientrare in hotel: ogni volta avrei preso l’abitudine di salutare Il pensatore di Rodin, in meditazione qui, tra un’arcobaleno di fiori. La Glyptotek ospita una prestigiosa collezione di arte francese, danese ed europea risalente soprattutto agli anni a cavallo tra Otto e Novecento, oltre ad una sezione di antichità mediterranee.

Il pezzo forte del museo consiste in una delle più vaste raccolte di opere di Paul Gauguin, con dipinti, mobili e sculture: evidentemente fu un artista a tutto tondo. Se vi chiedete cosa ci facciano tanti Gauguin in Danimarca, la risposta è semplice: sua moglie, Mette, era danese e perciò molte opere sono entrate in suo possesso. Lui la abbandonò per i mari tropicali e le bellezze femminili tahitiane, che erano l’esatto opposto dell’aspetto nordico di Mette.

Oltre ad ammirare i numerosi Gauguin, resto sbalordita dalla sala dedicata ai bronzi di Edgar Degas: sullo sfondo delle pareti azzurre si disegnano le curve sinuose delle ballerine, un corteo fiabesco di piccole dame danzanti, ritratte in mille pose diverse, culminante nella Petite danseuse de 14 ans (1865-1881); incantevole nella sua adolescenza acerba,  i fianchi avvolti da un tutù annerito dal tempo.

Dopo un pranzo iperglicemico al caffè della serra a base di torta ai lamponi, visito la sezione di antichità; qui ho il privilegio di assistere al lavoro di alcuni restauratori, in una sala aperta alle visite. Sono alle prese coi reperti archeologici di una civiltà scomparsa del mondo latino, Custumerium, i cui resti furono rinvenuti per la prima volta intorno al 1970.

Verso sera mi dirigo alla vicina Rådhuspladsen, dominata dall’imponente edificio del municipio, il Rådhus, un colosso di muratura rossa, spruzzato di piccoli tocchi d’oro. Di qui m’incammino lungo lo Stroget, un lungo viale che assomma 4 strade, cosparso di negozi, bar e ristoranti; sembra il banale fax simile di tante altre strade europee, molto commerciali e senza carattere.

Lo Stroget sbuca nella Kongens Nytorv, una vasta piazza circondata da edifici sfarzosi, come l’antico Hotel d’Angleterre; la bellezza del luogo purtroppo è mortificata da alcuni lavori di ristrutturazione.

Qui si raggiunge il Porto di Nyhavn, lucente immagine da cartolina, la più famosa e caratterizzante di Copenhagen; gli edifici seicenteschi, dipinti a colori vivaci, si susseguono in una parata maestosa a bordo del canale. Il variare di tetti e frontoni sul canale ricordano vagamente l’Olanda, anche se sono permeati da atmosfere scandinave; le antiche imbarcazioni sull’acqua, poi, aumentano la magia e il carattere pittoresco.

Cosa doveva essere questo porto quando fu fondato secoli fa, tra  taverne malfamate e  bordelli, pieni del viavai dei marinai? Anche Hans Christian Andersen (1805-1875) fu attirato dal fascino equivoco del luogo e vi abitò per diversi anni. Oggi, invece, i protagonisti assoluti sono i turisti, in felice e rumoroso bivacco seduti ai tavolini di caffè e ristoranti.

Vado a cenare a Vesterbro, il quartiere a luci rosse divenuto ora trendy ed emergente, con molti locali interessanti. Mi fermo al Rosie McGee, che ha un’aria decisamente irlandese ed una serie di invitanti piatti messicani sul menù. Ordino una Guinness e delle tortillas ripiene vegetariane, mentre ascolto la voce calda di Eddie Vedder dei Pearl Jam; me la cavo con 25,00 euro circa.

Il giorno dopo, sono sul treno dell’Øresund, che in 45 minuti mi porta dalla Danimarca in Svezia, nella città costiera di Malmö, la terza più grande del paese.

Il biglietto costa 85 DKK, circa 11 euro, solo andata. Arrivata in Svezia, trovo ad accogliermi un cielo blu ed una brezza tiepida. Subito mi dirigo a nord-ovest del centro, verso il porto, nel Västra HamnenBo01, un quartiere che è stato recentemente riqualificato. Il risultato è sopra le aspettative: oggi questo è un luogo ecologico e all’avanguardia. Spicca, come protagonista assoluto, il Turning Torso, progettato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava, un grattacielo dalle altezze sublimi, che si avvita su se stesso di 90°. Il profilo di questo gigante, inaugurato nel 2005, si disegna contro il cielo e le nuvole secondo una prospettiva audace e distorta, quasi l’avesse dipinto un pittore d’avanguardia. 

Dirigendomi verso la costa, ho occasione di ammirare bene la zona, dove le atmosfere pulite e funzionali in stile Ikea sembrano riflettersi nelle architetture esterne delle case, luminose scatole di legno, vetro e cemento, che si affacciano sui canali e sui graziosi giardini pubblici.

L’estetica gradevole si unisce alla funzionalità più moderna: tutto è ben studiato, fatto a misura d’uomo. Le mamme con i passeggini sono molte; la loro andatura è veloce, sportiva, il viso sorridente. I loro bambini, rosei e paffuti, hanno i capelli di un biondo quasi albino. Qui, nel grande Nord, la vita perfetta da rivista patinata sembra reale: gli scandinavi, in effetti, sono tra i più felici al mondo secondo i sondaggi. Ma la crisi della coppia moderna ha raggiunto anche loro: il tasso di divorzi è altissimo.

Arrivo in una zona aperta ed ariosa, dove il parco si trasforma in una striscia verde e pulita lungo la costa, orlata di sassi e a picco sul mare. Cielo e acqua s’incontrano davanti a me, immersi nell’aria purissima e luminosa.

D’improvviso lo vedo: sull’orizzonte marino, ecco il profilo del Ponte dell’Øresund, che si allunga nel blu; l’ho attraversato un’ora prima con il treno. Inaugurato nel 2000, la sua struttura è lunga circa 16 km e collega la penisola scandinava all’Europa continentale per la prima volta dai tempi preistorici.  E’ adibito sia al traffico ferroviario che a quello stradale e prende il nome dal braccio di questo mare, detto appunto Øresund, un lembo d’acqua blu spazzato dai venti impetuosi del nord. Resto soggiogata dalla vastità del panorama, che sa di futuro, di viaggi, di apertura; respiro a pieni polmoni.

Seguendo la costa mi ritrovo su di una spiaggia bianca, una striscia chiara e sottile che si allunga in direzione del ponte, dovrebbe essere la Ribersborg, a quanto ho letto. C’è poca gente stesa al sole, nonostante la temperatura piacevole; i pontili bianchi e puliti si susseguono uno dopo l’altro, slanciati come frecce candide verso l’azzurro del mare.

Uno di questi mi ha condotta all’interno di uno stabilimento in mezzo all’acqua, di un bel verde marino schiarito dal sole, con le porte scarlatte. Ha un nome impronunciabile: Ribersborgs kallbadhus. Mi accorgo che si tratta di un luogo citato nelle mie guide: ha una piscina naturista all’aperto, oltre ad una sauna che risale addirittura al 1898.  E’anche un ristorante self-service; quindi ne approfitto per pranzare sulla terrazza ventosa (il tutto pagato con la carta di credito, perché non ho prelevato corone svedesi, 10,00 euro circa).

Più tardi m’inoltro nella città vecchia, dove raggiungo Lilla Torg, la piazza più amata della città, un piccolo, incantevole carillon scandinavo con antiche case a graticcio: ci manca solo la ballerina al centro col tutù. Nell’aria, un forte sentore di pesce fritto, di carne grigliata e cipolla; i caffè della piazza traboccano di gente che si crogiola sotto al sole. Vor Freisers Kirke, Copenhagen

Ritornata a Copenhagen, verso sera mi reco nel quartiere di Chiristanshvan, percorso da canali in stile olandese, dove si trova la suggestiva Vor Freisers Kirke, che vanta un’alta torre a spirale, dal piglio decisamente surrealista.

Poi entro nella vicina Christiania, una comunità hippy fondata nel 1971, quando furono occupati dagli squatters alcuni immobili militari in abbandono; tutt’ora è un’isola di droga libera ed anime stralunate al centro della città. A parte l’odore forte di cannabis, i turisti adolescenti sovreccitati e lo squallore generale, ci sono anche gallerie d’arte e un paio di ristoranti ben tenuti. Non mi attardo perché certe atmosfere alla Charles Manson mi inquietano un po’, visto che per di più sono sola; così prendo l’autobus per la multietnica Vesterbro, dove soddisfo il mio palato con fantastico Pad Thai.

L'ingresso a Christania, Copenhagen

Il mattino dopo entro in azione con la Copenaghen card, che ho acquistato il giorno precedente all’ufficio turistico della stazione; ho scelto quella valida 48h per circa 70,00 euro (ce ne sono anche da 24h e da 72h). Si scrivono sulla carta ora e data, quando si parte con il primo utilizzo; comprende l’ingresso alle maggiori attrazioni del paese ed i trasporti pubblici in città e nella regione a nord di Copenaghen, la Seeland.

Alle 8 del mattino sono già sul treno, diretta a nord. Durante il viaggio, dai finestrini scorrono le immagini verdi e riposanti di foreste e laghi, con qualche villa maestosa che spunta qua e là tra gli alberi. Arrivo in circa mezz’ora nell’elegante cittadina costiera di Rungsted, dove si trova la casa natale di Karen Blixen (1885-1962), la più grande scrittrice danese del secolo scorso; la sua stessa vita, intensa e avventurosa, è al centro del romanzo che l’ha resa immortale, La mia Africa (1937, in danese Den afrikanske farm).

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Dalla stazione prendo il bus 388 (che tocca i punti più interessanti a nord di Copenaghen) e, scesa sulla Strandvej, la strada che costeggia il porto, ho scorto subito cartello del Karen Blixen Museet.

Rungstellund è una villa settecentesca coperta d’edera e sormontata da un tetto di tegole rosse. L’antica locanda fu acquistata dal padre della Blixen nel 1879, che ne fece la sua residenza familiare. Sei anni più tardi qui nacque Karen, detta Tanne, che vi trascorse la giovinezza.

L’esperienza centrale della sua esistenza, però, si sarebbe svolta molto lontano da qui, in Kenya, dove seguì il marito; il barone Blixen, infatti, aveva acquistato in Africa una fattoria ed una piantagione di caffè. Dopo la subitanea fine del matrimonio, la Blixen prenderà le redini della fattoria, trascorrendo in Kenya 17 anni: un periodo intenso e struggente, in cui i momenti drammatici e dolorosi si alterneranno a parentesi d’incanto.

Nel celebre film del 1985, basato sul libro della Blixen e sulle sue lettere (seppur in modo romanzato), una strepitosa Meryl Streep interpreta la scrittrice, raccontandoci del suo amore per l’Africa, terra selvaggia e crudelmente bella, e per il pilota inglese Denys Finch Hatton, interpretato da Robert Redford. Hutton, nella realtà, non fu esattamente un compagno ideale, ma poco importa: i sentimenti che seppe ispirare nella Blixen erano proprio quelli, una passione travolgente ed indomabile. Purtroppo, in un mattino di primavera, Hatton si schianterà con il suo aereo privato, lo stesso con il quale lui e Karen avevano sorvolato le immense distese delle savane, sullo sfondo di tramonti infuocati. Fu proprio a Rungsted che la Blixen scrisse di quegli anni, una volta tornata in Danimarca dopo il fallimento della piantagione.

La sua casa è uno di quei posti magici e raccolti, pieni ancora del ricordo della sua abitante; entrandoci, mi batte forte il cuore. Il suo studio è una stanza luminosa ed accogliente che dà sul porto, con le lance somale e masai appese alle pareti. Mi sembra quasi di vederla, ormai anziana e magrissima, con gli occhi sempre bistrati di nero, china sulla scrivania accanto alla finestra, dove amava scrivere d’estate; sul davanzale, le fotografie del suo amore perduto, Denys. Nella stanza verde, quella che la Blixen utilizzava in inverno quando l’altro studio era troppo freddo, ci sono alcuni oggetti emblematici, come la sua macchina da scrivere e il grammofono regalatole negli anni venti da Hatton.

Dopo la visita dei vari ambienti della casa, mi dirigo nel lussureggiante parco che circonda la tenuta, simile ad bosco fatato. Seguendo un sentiero, stretto tra faggeti secolari, ho raggiunto la sua tomba, nel silenzio spezzato solo dal canto degli uccelli. All’ombra di un maestoso albero riposava la scrittrice, sotto una semplice lastra di cemento col suo nome scritto sopra. Ci ho lasciato sopra un piccolo fiore di campo appena raccolto, porgendo il mio omaggio a questa donna straordinaria.

Il pomeriggio, dopo questa mattina sognante, lo trascorro al Museo di Louisiana, situato più a nord, che raggiunto da Rungsted in un quarto d’ora di viaggio con l’autobus 388, fermata Humlebæk.

Questo museo d’arte moderna e contemporanea non è il solito contenitore bianco ed asettico che ci si potrebbe aspettare in questi casi; al contrario, è un luogo poetico, in cui l’arte si fonde in perfetta armonia con l’ambiente circostante. La galleria Giacometti, uno dei climax della visita, secondo un mood scenografico e minimale, si apre con immense vetrate sui salici piangenti del parco; le sculture di Henry Moore e di Alexander Calder punteggiano invece la collina, che guarda sul mare e più in là, verso la Svezia.

Il museo nasce a metà del Novecento, quando, intorno ad una candida villa del XIX secolo, sono state aggiunte le 4 ali moderne, lunghe gallerie di legno e vetro, che sbucano in ambienti dai muri bianchi, rischiarati dalla luce naturale. Passeggio in stato di grazia, tra sale e corridoi, imbattendomi in Asger Jorn, Andy Warhol o Picasso; spesso riemergo improvvisamente fuori, all’aperto, nel giardino delle sculture, sotto il cielo mobile e severo della Scandinavia. Avvistando la terrazza della grande caffetteria, mi accorgo di non aver pranzato e rimedio subito, sedendomi ad ammirare la distesa azzurra del mare mentre consumo qualcosa di vegetariano al gusto di sedano, non si sa bene cosa…

La sera sperimento l’esperienza bizzarra di Tivoli, un parco divertimenti situato in pieno centro cittadino, che fu fondato nel 1843. Quando nacque c’erano solo una giostra di cavalli e le montagne russe, mentre ora questo luogo è un roboante tripudio di attrazioni, che, per lo stile eccessivo e pirotecnico, mi ricorda le atmosfere dei film Baz Luhrmann.

Si entra con un biglietto singolo, con l’abbonamento o gratuitamente con la C.C.; tuttavia all’interno si devono pagare i singoli ticket per ciascuna attrazione. Passeggio tra la gente, ammirando i funambolici esperimenti che proiettano nell’aria i visitatori impavidi, in giri della morte e altre diavolerie. Bellissima la zona cinese, con il padiglione del ristorante a forma di pagoda, pieno di luci.

All’interno di Tivoli oltre alle attrazioni ci sono moltissime aree verdi, palcoscenici per concerti e spettacoli e numerosi ristoranti: annoiarsi qui non si può, ma la confusione è davvero tanta. Ceno da Wagamama, ristorante di specialità asiatiche, forse il più gettonato di Tivoli, di fatti faccio anche la fila.

Seduta ai banconi di legno, tipo sala mensa ma molto più chic, ordino un curry di verdure e riso. Di fianco a me si siede una sorridente ragazza danese, esperta nell’utilizzo delle bacchette al contrario della sottoscritta. Capelli biondi, viso rotondo e pulito, avrà sui vent’anni. E’socievole, mi dice che abita a Copenhagen e che viene qui spesso perché le piace il cibo etnico. Mentre mangia veloce e sicura, ogni tanto si ferma e prende la matita per disegnare personaggi strani su di un taccuino: elfi, fate, folletti. D’altronde siamo nella patria di Andersen!

Per il mio ultimo giorno a Copenhagen ho scelto la grandiosità del Castello di Frederiksborg. Si trova a 35 km a nord della capitale, nella cittadina di Hillerod, raggiungibile con 45 minuti treno. Dalla stazione, visto che piove, prendo il bus 301, che mi lascia davanti all’ingresso del castello.

Appena attraverso il primo ponte ricurvo, sul grande lago, mi appare il Frederiksborg slot (gratuito con C.C.), attraverso un velo di pioggia fine ed insistente; è una visione magnetica, sospesa tra il sogno e realtà, un pezzo di fiaba scandinava tutta da vivere. Sorge maestoso su di tre isolotti, in un vasto lago circondato dal parco; l’architettura è monumentale ed austera, costruita coi mattoni rossi e coronata da un tetto verde. Fu edificato dal re Federico II nel 1560, da cui il nome, poi ampliato dal figlio Cristiano IV. Questo complesso, simbolo della monarchia assoluta danese, è uno dei più belli dell’Europa del Nord: insomma, è la Versailles di Danimarca. Al suo interno si conservano ambienti dallo sfarzo regale, come la Grande Sala, ridondante di ori e stucchi ed ornata di ritratti della famiglia reale, o la grandiosa Cappella barocca.

Ma a colpirmi maggiormente sono i piccoli antri rotondi, dentro le torri che danno sul lago; con le pareti ricoperte di antiche tappezzerie e di quadri di aristocratici danesi, queste stanze sono molto evocative.

Il castello ospita dal 1878 il Museo di storia nazionale, e, oltre all’esposizione di arredi ed opere d’arte, al terzo piano si trova anche la sezione di arte moderna, con ritratti e dipinti storici del XX e XXI secolo.

La parte più scenografica del complesso è il sontuoso giardino, un’immenso arabesco verde e geometrico, che risale al XVIII secolo e si disegna netto sulle rive del lago. Peccato per la pioggia.

Nel pomeriggio, dopo essermi asciugata, mi godo il nuovo sole con un giro sui canali, grazie alla compagnia Netto (1 h, gratis con la C.C.); così posso ammirare dalla prospettiva del canale la Sirenetta, omaggio degli anni 20’ alla fiaba di Andersen, il Diamante nero (la biblioteca reale danese) e altri edifici notevoli sull’acqua.

Vedo anche il mercato, paradiso dello street food, nell’area di Papirøen, un complesso industriale una volta utilizzato per lo stoccaggio della carta: peccato non aver tempo di provare qualche delizia gastronomica da gustare sulle sdraio. Scesa dalla barca non perdo tempo e salgo sul bus 26, che mi lascia al Statens Museum for Kunst. E’ il più bel museo d’arte della città e per fortuna il mercoledì chiude alle 20.00.

Mi precipito nella sezione di arte francese dove trovo Matisse, Modigliani e Picasso (evidentemente si intende il luogo di produzione, non l’origine dei pittori..). Nella sezione di arte europea si trovano opere dal 300’ all’800’, che spaziano da manufatti, come alcune cassepanche matrimoniali fiorentine, ai dipinti di Frank Hals o di Corot. Infine ci sono le sezioni contemporanee, ricche di bizzarre installazioni.

Dopo tutta questa magnificenza, mi aspetta un ultima sorpresa: appena uscita vedo nel cielo un’arcobaleno, un cerchio perfetto e sognante, dai colori intensi.

Concludo con una cena cinese al Great China, svoltando da Andersen Blvd in Stormgade ( buffet a volontà per 18,50 euro, bevande a parte). Prima di rientrare in hotel, passo a dare per l’ultima volta un saluto al “mio”pensatore, uscito dallo scalpello di Rodin, nel giardino della Glyptotek: che mi porti bene per il rientro.

E dolcemente, in questa notte tiepida e stellata di fine giugno, il tempo della mia favola nordica volge al termine.

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