My Lisbon Story

Il mio primo viaggio in Portogallo

Il mio viaggio inizia un pomeriggio di fine novembre, sotto un cielo grigio rischiarato dai bagliori delle prime luci natalizie. Eccomi pronta a partire par la capitale del Portogallo, terra di venti impetuosi e colori sgargianti; adagiata sulla riva destra dell’estuario del Tago, è una città di incomparabile bellezza, ricca di storia e di cultura. Il suo particolare stile architettonico, poi, la rende subito riconoscibile, unica nel suo genere. Come non visitarla? Per la mia prima volta in terra portoghese ho scelto il volo a/r Bologna-Lisbona della Tap Portugal, prenotato un paio di mesi fa, al costo di 150,00 euro. I prezzi da allora sono saliti vertiginosamente ed il mio volo ora costa quattro volte tanto! In circa 2 ore e mezza raggiungo l’aeroporto di Lisbona, dove è già sceso il buio.

Con la spesa di 18,00 euro, un taxi mi porta in centro in un quarto d’ora. Le prime immagini della città, inquadrate dai finestrini dell’auto, rivelano subito la massiccia presenza di azulejos sui muri degli edifici; si tratta di piastrelle di maiolica colorata -letteralmente in arabo“pietra lucida”- che ricoprono le pareti di palazzi sontuosi così come quelli delle case più modeste. Sono un elemento tradizionale dell’architettura portoghese, antico retaggio di influenza araba, e regalano alla città uno stile inconfondibile.

Giunta all’inizio di Rua das Portas de Santo Antão intravedo finalmente la mia meta, la Pensao Flor De Baixa; si trova nel cuore della città e costa solo 40 euro a notte. Mi trovo a Baixa, il quartiere centrale e pianeggiante, situato tra i due colli di Alfama e Chiado. Poco distante da qui c’è un nevralgico snodo cittadino, la Praça de D. Pedro IV, detta dai lisboeti Rossio; tutti i mezzi di trasporto sono a portata di mano. Anche la linea del famoso tram 28 parte qui vicino e offre un itinerario panoramico per gli antichi vicoli dell’Alfama, Graça e Barrio Alto. Per cena scelgo, proprio sotto al mio alloggio, la Casa do Alentejo, un locale ospitato nello storico Palazzo Alverca, detto anche Pais do Amaral.  Il suo fascino esplode all’improvviso, non appena si varca la sua soglia e ci si ritrova nel patio in stile moresco. Purtroppo alla bellezza della location non corrispondono un buon servizio e una cucina gustosa..

Il giorno seguente, dopo la colazione alla famosa Confeteria National, fondata nel lontano 1829, sono alle prese col mio primo viaggio su di un tram portoghese. Acquisto la tesserina Viva Viagem /Sete Colinas alla Casa da Sorte, una rivendita/tabaccheria a Rossio, dove i portoghesi tentano la fortuna con la lotteria fin dal 1933. Caricata per i viaggi di una giornata al costo di 6,00 euro (+ 0,50 della tessera), mi permetterà di utilizzare tutti i mezzi cittadini per 24 ore; va convalidata elettronicamente alla macchinetta gialla dentro il tram.

Atmosfere pittoresche ad Alfama

Il mitico tram 28, citato in tutte le guide, parte sferragliando dalla fermata davanti all’Hotel Mundial (fermata: Martim Moniz): solo qui, al mattino presto, potrete trovare il posto per sedervi. Scendo al Miradouro das Portas do Sol, una delle tante terrazze panoramiche sparse sui sette colli della città; il panorama, che sa di Mediterraneo pur essendo vicini all’Atlantico, è stupendo, da São Vicente de Fora al fiume Tago. L’aria è frizzante, il sole tiepido: è l’eterna primavera di Lisbona che si riversa su questo bel mattino di fine novembre.

Una passeggiata nel quartiere popolare dell’Alfama, abitato per secoli da pescatori e marinai, mi regala altri panorami sul fiume e sui labirintici vicoli dell’antica città araba, gli unici a rimanere intatti dopo il terribile terremoto del 1755. Era il giorno di Ognissanti quando il suolo di Lisbona iniziò a tremare, distruggendo la maggior parte degli edifici. Sarà il ricco Marchese di Pombal (Lisbona, 1699- Pombal, 1782) l’uomo della rinascita di Lisboa; ricostruirà un reticolo di vie ampie e regolari costellate di palazzi signorili, infondendo alla città quello che sarà ricordato come l’elegante stile pombalino.

Nell’Alfama si ammira il lato più pittoresco di Lisbona: i panni stesi al sole che sventolano fuori dalle finestre, gli azulejos rovinati dal tempo, le cervejarias, popolate di vecchi che fumano e giocano a carte. Entro al Castelo de São Jorge (ingresso 8,50 euro) che domina la città dal punto più alto del colle. Antico luogo di insediamento, fu occupato da diverse popolazioni, come i celti, i romani o i mori; anche se oggi ciò che rimane del castello è solo una ricostruzione degli anni 30’, la vista sulla città è una delle migliori di tutta Lisbona.

Per il pranzo cambio completamente atmosfera, scegliendo l’eleganza imperiale di Praça do Comércio, che raggiungo col bus 794; monumentale e frequentatissima, questa piazza è una delle più grandi d’Europa, scenario ideale per il mio mezzogiorno di sole. Sotto il cielo azzurro, solcato da nuvole di panna, si accende il giallo pieno e rotondo dei porticati, che celano sotto la loro ombra bar e caffè. Al centro della piazza c’è la scultura di Re João a cavallo, tuttavia è un altro il protagonista di questo luogo grandioso; il Tago e le sue acque azzurre entrano letteralmente nella piazza, proprio come succede a Venezia, con S.Marco. Si tratta sì un fiume, ma l’aria è decisamente salmastra; il volo dei gabbiani e qualche piccolo angolo sabbioso infatti completano il quadro.

L’Oceano Atlantico, con la sua immensità e le sue promesse d’avventura è vicino, lo si percepisce con chiarezza; ad ovest lo sguardo abbraccia il profilo maestoso del Ponte do 25 Abril, gemello del Golden Gate Bridge di San Francisco. E’ stato chiamato così a ricordo della rivoluzione dei garofani del 74’ che liberò la città dalla dittatura (1932-1968) di António de Oliveira Salazar (Santa Comba Dão, 1889 – Lisbona, 1970). Sulla costa opposta, avvolto dalle foschie novembrine, si staglia il profilo dell’immensa statua del Cristo-Rei; sia il ponte che il Cristo furono commissionati dal dittatore, ma oggi sono slegati dal suo ricordo e restano i simboli più evocativi della Città. Un po’ California, un po’ Brasile… Lisbona sembra riflettere sogni e desideri di qualunque viaggiatore.

Il gusto di un milionario: il Museo Gulbenkian

Seduta ad un tavolino del Populi, un ristorante della piazza segnalato dalla mia Routard, soddisfo l’appetito sotto la carezza del sole con un fresco gazpacho, focaccia e tapenade di olive. Poi prendo la metro (linea blu, fermataS. Sebastião), proprio davanti al locale, e raggiungo in 15 minuti il Museo Calouste Gulbenkian, che ospita una fantastica collezione di pittura, scultura, arti decorative e reperti archeologici. Il milionario armeno Calouste Sarkis Gulbenkian (Scutari, 1869 – Lisbona, 1955) ha accumulato durante la sua vita una collezione prestigiosa ed eterogenea, che poi ha donato al suo paese d’adozione. Rimango estasiata dalla qualità delle opere esposte, la cui fruibilità è favorita dai pochi visitatori. Tra i capolavori ci sono le maschere d’oro dei faraoni egizi, le antiche maioliche islamiche, i dipinti degli impressionisti come Degas o dei Preraffaelliti, oltre alle sculture di Rodin.

Concludo in bellezza, immaginandomi come Kate Winslet sul Titanic con indosso i gioielli Art Nouveau di René Lalique, al quale è dedicata un’intera sala. Dopo una macedonia al Caffè Gulbenkian, attraverso l’incantevole giardino del museo, che mescola ascendenze inglesi a quelle giapponesi, fino all’edificio con la collezione d’arte moderna. Più piccolo del primo che ho visitato, espone soprattutto opere di artisti portoghesi dell’ultimo secolo, la maggior parte dei quali non conoscevo.

Una sera in Tibet

Più tardi raggiungo il ristorante Os Tibetanos con una passeggiata di 10 minuti in Avenida de Liberdade, l’ampio e sontuoso viale ottocentesco, spesso paragonato agli Champs-Élysées di Parigi. Il locale si trova in una traversa, Rua do Salitre, ed offre gustosi piatti tibetani ed asiatici, rigorosamente vegetariani e vegani, in atmosfere hippy.

Tra le nuvole in stile Liberty

Il mattino seguente raggiungo a piedi l’Elevador de Santa Justa in Rua do Ouro, una stravagante creazione neogotica creata tra Otto e Novecento da Raoul Mesnier du Ponsard (San Nicola , Porto, 1848 – Inhambane, Mozambico 1914 ). Che l’ingegnere fosse l’apprendista di Gustave Eiffel lo si può notare subito, non appena si posa lo sguardo sulla bellissima struttura verticale in ferro, con decorazioni a filigrana degne del diadema di una principessa.

L’architettura Liberty cela al suo interno un ascensore di legno con finiture d’ottone; è presto e sarebbe ancora chiuso al pubblico, però il gentile omaccione che manovra l’Elevador mi fa salire ugualmente e come unica passeggera!! L’ingresso (5,00 euro) è compreso nella mia tessera Viagem: perfetto, non tiro fuori neanche un’euro. E’ surreale l’ascesa solitaria verso il cielo, in piena atmosfera Belle Époque, mentre Lisbona si svela dalle vetrate dell’ascensore. Sulla terrazza mi attende un panorama superbo sulla città e sul fiume, immersi nelle prime luci del giorno.

Da qui posso osservare il Rossio, il quartiere di Baixa, le rovine dell’Igreja do Carmo e, più in lontananza, il Castelo de São Jorge sulla collina dell’Alfama.

Dal Barrio Alto verso Bélem, sognando avventure per mare

In cima all’ascensore si trova un passaggio pedonale che collega l’Elevador al Largo do Carmo, nel Barrio Alto; il quartiere è ancora addormentato nel silenzio, e nulla s’indovina, in questa calma immobile, delle camaleontiche trasformazioni che lo colgono di notte, quando si popola delle luci dei ristoranti e dei bar di tendenza. Scendo grazie ad una scalinata e mi precipito in Praça da Figueira dove mi aspetta il tram n. 15 E per Bélem.

Posso ancora utilizzare la mia carta Viagem, non sono ancora trascorse le 24 ore, che risparmio! In mezz’ora di viaggio, un tragitto panoramico sul lungofiume, ci dirigiamo verso ovest, passando oltre al bellissimo Ponte do 25 Abril e attraversando l’antica zona industriale, nel quartiere di Alcântara, in cui aleggiano atmosfere metafisiche alla De Chirico.

A Bélem si concentrano i monumenti simbolo dell’età delle Grandi Scoperte. Situata alla foce del fiume Tago, questo era il luogo epico da cui salpavano le caravelle verso mari sconosciuti; iniziate nel 400′, tra tutte le esplorazioni, la vera svolta per il paese fu la scoperta dell’India da parte di Vasco da Gama (Sines, 1469 – Cochin, 1524) nel 1498. Re Manuel I (Alcochete, 1469 – Lisbona, 1521), non appena le ricchezze di quei mondi lontani si riversarono sul Portogallo, volle celebrarne la grandezza, inaugurando addirittura un nuovo stile architettonico, che prese il suo nome, lo stile manuelino.

Il bastione sul Tago, oltre all’intento celebrativo, aveva anche una funzione pratica per i navigatori che l’avvistavano dal mare. Guardando l’orizzonte dalla terrazza, come fanno le sculture della Vergine di Belém e del suo bambino, posso capire la molla che ha mosso gli antichi esploratori portoghesi, quegli avventurieri che si spinsero già nel Quattrocento oltre i confini del mondo conosciuto, verso l’India, il Giappone o l’Africa.

Furono tentati da questa imbattibile posizione geografica, quella di un piccolo paese appollaiato sulla costa oceanica, pronto a spiccare il volo. Oltre alla Torre, Re Manuel I fece innalzare a Bélem anche il Mosteiro dos Jerónimos un luogo grandioso e monumentale, dedicato alla Vergine di Bélem, dove si celebravano con preghiere e benedizioni i viaggi già compiuti e quelli ancora da iniziare.

Per raggiungerlo dalla Torre ci vuole un quarto d’ora di camminata, tornando verso la fermata del tram che mi ha portata qui. Il quartiere è verdeggiante, piacevole da scoprire a piedi e con calma. I giardini, i numerosi siti culturali e la bellezza del lungofiume rendono la zona una tappa obbligata di ogni viaggio a Lisbona. La vista sul Ponte do 25 Abril è favolosa, peccato che il Padrão dos Descobrimentos, voluto dal dittatore Salazar e proteso come una caravella sul Tago, sia in ristrutturazione.

Un break goloso all’insegna della tradizione

Una meta che nessun viaggiatore goloso vuole perdersi in questo quartiere è l’Antiga Confeitaria de Belém, situata a due passi dal monastero e datata 1837. I suoi cestini di pasta sfoglia ripieni di crema all’uovo, i famosi Pastéis de Bélem, sono una calorica ghiottoneria che fa parte della tradizione  culinaria di Lisbona.

Il Mosteiro dos Jerónimos

Più tardi mi avventuro oltre la soglia dell’antico Mosteiro dos Jerónimos. E’ un grandioso complesso in pietra calcarea, che risplende sotto al sole nei suoi trecento metri di larghezza; comprende chiesa, chiostro e refettorio. Costruito subito dopo il rientro di Vasco da Gama dal suo viaggio, fu finanziato con la cosiddetta tassa sul pepe, un’imposta su spezie, oro e pietre preziose. Frutto del lavoro di diversi capomastri, tra cui Diego Boitac e  João de Castilho, il monastero venne costruito all’inizio del 500‘; furono i privilegiati monaci dell’Ordine di San Gerolamo i suoi abitanti fino al 1824.

L’imponente chiesa ospita tombe di re, poeti ed avventurieri, tra cui anche il sopracitato Da Gama. L’atmosfera è a dir poco maestosa: sulla navata scende una luce crepuscolare filtrata dalle vetrate, mentre le colonne si slanciano verso il soffitto, dove si diramano in un intricato ghirigoro di nervature. Connesso alla chiesa c’è il maestoso chiostro, altro capolavoro dello stile manuelino, decorato da un esuberante ricamo di pietra. Il refettorio dei monaci, un salone immenso, vanta un magnifico nastro di azulejos gialli e blu, che risale al Settecento.

Un caffè con Pessoa e un movimentato giro in tuk tuk

Risalita sul tram, acquisto a bordo il costoso biglietto singolo perché ho la tessera scaduta (2,85 euro), fino a Praça do Comércio. Qui vado a gustarmi un caffè nel locale un tempo frequentato dal maggior poeta portoghese, Fernando Pessoa (Lisbona, 1888 – Lisbona, 1935), il Marthino Da Arcada.

Mi concedo un giretto a Baixa, passando sotto al magnifico Arco di Rua Augusta, eretto per commemorare il terremoto del 1755.  Infine, visto che sono stanca e ho i piedi sbriciolati, rinuncio alla tappa programmata, il Parques das Naçoes, uno spazio dallo stile avveniristico creato in occasione dell’Expo 1998. Approfitto invece di un tuk tuk color turchese che sta passando per la piazza (ce ne sono molti in giro per la città, date le salite..). Seguirà un movimentato giro di Barrio Alto, Alfama e Mouraria, contrattato per circa 25 euro. L’autista è il giovane Miguel, esuberante e ciarliero come non mai. Salto sui sedili di questo buffo mezzo di trasporto e inizia la mia avventura, tra salti e scossoni, a cui si aggiunge la confusione creata dal loquace Miguel, che continua a parlarmi in portoghese delle bellezze cittadine. Per fortuna la lingua non è tanto diversa da quella italiana, e riusciamo a capirci per circa il 60 % delle frasi, il resto è una fantasiosa nube di supposizioni. Ad un certo punto si aggancia alla nostra vettura con un salto al volo un ragazzino; scopro così che, molto spesso, i giovinastri della zona approfittano del passaggio dei tuk tuk per affrontare le salite cittadine. Arrivati in cima ad un colle, infatti il ragazzino smonta con l’elasticità di un acrobata da circo.

Dopo aver scorrazzato per l’Alfama, fermandoci al Miradouro di Graça, da cui si gode di una vista da favola sulla città, ci inoltriamo a Mouraria, un quartiere popolare che si estende sul versante sud-est della collina del Castello di São Jorge; la zona, che deve il suo nome all’antica presenza dei mori,  oggi per lo più ospita ancora immigrati, conservando un certo sapore esotico e un pizzico di malaffare, a metà tra una medina ed i quartieri spagnoli di Napoli. In giro ci sono gli abitanti del quartiere, per lo più arabi, e quasi nessun turista; ai bordi delle strade le porte si aprono su piccole botteghe o su oscure taverne. Al termine del giro, sbuchiamo nuovamente a Baixa e Miguel mi lascia in Praça dos Restauradores, dove l’atmosfera è completamente diversa, pomposa e solenne, così come si confà ad un luogo che deve celebrare la liberazione del Portogallo dalla dominazione spagnola (1640).

La mia spettacolare caduta!

Dopo un giretto nei negozi a caccia di souvenir, torno alla base per una doccia. L’ultima serata a Lisbona la trascorro al ristorante O Sitar, un indiano a due passi dal mio alloggio e poi, via, a zonzo tra le luminarie natalizie. In piazza Rossio si fa sentire la stanchezza, tanto che, inciampata in qualcosa di indefinito, corono questo mio breve viaggio con una spettacolare caduta davanti a tutta la gente. Per fortuna riemergo dallo schianto tutta intera. Con l’autostima un po’ ammaccata, come le mie ginocchia, cerco di darmi un tono e rientro alla pensione con la coda tra le gambe. Il giorno dopo, in Praça dos Restauradores salgo sul mio aerobus (biglietto acquistato online, euro 3,50) che passa verso le 8.15 e mi trasporta in aeroporto in circa 40 minuti.

L’aereo della Tap è in ritardo di mezz’ora, ma va bene così. In testa ho un vortice d’immagini che si stanno sedimentando a poco a poco nel ricordo. Quello di una città tutta protesa verso l’idea del viaggio, della scoperta: le caravelle di ieri, gli aerei di oggi, che solcano continuamente il suo cielo, così come le grandi navi che attraccano al suo porto. Si sente un respiro d’infinito, di speranza, di novità. Ci volevano proprio il suo cielo limpido, le sue nubi di panna, il giallo sole e il blu cobalto dei suoi azulejos. La mia piccola, preziosa Lisbon Story ed i suoi colori.

Viaggio novembre 2016

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