Bistrot! Da Baudelaire a Picasso

Una delle immagini ricorrenti, quando si pensa alla Francia, sono i suoi caffè. I più celebri, sin dall’epoca illuminista sono quelli parigini, ma chi ha viaggiato un po’ per il paese ha di certo avuto modo di notare come siano diffusi anche altrove, quasi un’istituzione che fa parte della vita di ogni città, grande o piccola che sia.

La Cité du Vin di Bordeaux, per la sua prima esposizione artistica, ha scelto proprio questo come tema di mostra, il Bistrot (Bistrot! Da Baudelaire a Picasso 17 marzo-21 giugno 2017). Nello spazio avveniristico interamente dedicato al vino, che è stato inaugurato nel 2016 sulla Garonna, si svolge un affascinante percorso espositivo con un filo conduttore intimamente legato alla ragion d’essere del museo. Quello che si propone al visitatore è un frizzante viaggio nella storia del bistrot, raccontato a 360 gradi.

Il termine non ha un’esatta traduzione in italiano, proprio perché si ricollega ad una tradizione squisitamente francese, e può essere indicato come un luogo a metà strada tra un bar e un ristorante.  Di certo è che nel bistrot si beve, si mangia qualcosa di semplice e si socializza tra i minuscoli tavoli con il piedistallo di ferro: questa la sua immagine comune. Nel percorso di mostra si rivive l’evoluzione del bistrot dalle taverne ai salotti letterari, fino ai caffè artistici, tra le atmosfere sempre diverse, così come gli stili d’arredamento e le bevute, ma con un denominatore comune: la voglia di evasione.

L’esposizione prevede il ricorso a diversi i mezzi espressivi; oltre alla pittura ed alle stampe, c’è una anche sala per visionare una decina di estratti di celebri film. Sin dagli anni 50’ , infatti, in piena Nouvelle Vague, la settima arte ha valorizzato la poesia della vita quotidiana e, con essa, quella del bistrot.

Da quei tempi lontani sino a Midnight in Paris, le infinite possibilità di racconto offerte dal bistrot sono state ampiamente colte dai registi. Anche la letteratura e la poesia giocano un ruolo importante in questa lunga storia di tavolate e di brindisi: nel percorso espositivo infatti non solo si leggono splendidi versi sui muri, ma si possono anche ascoltare. Alcuni dispositivi, infatti, diffondono nell’aria le parole dei grandi poetiLouis Aragon, Charles Baudelaire e Patti Smith– letti dagli allievi della Scuola Superiore di Teatro di Bordeaux Aquitaine.

L’immersione nell’atmosfera spumeggiante del bistrot francese, dunque, è totale. Ad accogliere il visitatore è un ritratto di Baudelaire, emblematica figura bohémienne del XIX secolo ed assiduo frequentatore di caffè.

Poi, come su di una macchina del tempo, grazie a dipinti e incisioni, lo stesso visitatore viene catapultato indietro negli anni, alle prime e grossolane taverne di qualche secolo fa, dove osti dalle maniere rudi per due spiccioli offrivano la possibilità di evadere dal quotidiano; poco dopo si cambia completamente scenario e ci si ritrova in un luogo di incontro borghese, elegante e pieno di decoro, con belle signore che indossano cappelli piumati e ampie maniche a sbuffo.

Come si può ammirare dalle opere in mostra, il caffè rappresenta un po’ il cuore della società francese o se vogliamo, il teatro dove questa si esibisce; in quanto tale, fin da subito attira anche gli intellettuali, letterati ed artisti, che ne fanno luogo di ritrovo e di ispirazione. Presto diventa il soggetto stesso delle opere d’arte, quando l’avvento delle tendenze realiste in pittura accantona i generi pomposi del mito e della storia; è allora che i pittori iniziano a ritrarre semplicemente ciò che succede intorno a loro, per cogliere tutta la vivacità e la poesia della vita moderna.

Tra XIX e XX secolo i caffè vivono la loro età dell’oro, invadendo la vita francese; da milieu bourgeois, si afferma come luogo popolare per eccellenza. Sulle tele di Picasso o sulle fotografie di Doisneau si impone l’immagine scintillante e ciarliera del bistrot, contenitore traboccante di chiacchiere, flirt, scherzi goliardici, tra lo schiocco dei tappi di bottiglia che saltano via e l’animazione delle voci dei clienti.

Durante il Novecento, da universo prettamente maschile gradualmente il bistrot si trasforma, accogliendo anche il gentil sesso: esplode la moda delle donne al caffè, che diventa un luogo pericolosamente promiscuo. Otto Dix ritrae, senza troppi fronzoli e con palese disgusto, la caricatura della nuova donna: abito corto, calze cadenti, sigaretta, aperitivo alcolico. Tutti simboli della rinnovata idea di femminilità che appartiene agli anni 20′, indipendente e scandalosa, che scatenava l’orrore tra i benpensanti.

Dov’era finita l’aggraziata fanciulla del XIX secolo, che aspirava solo ad esser madre di famiglia? La mostra non poteva che concludersi con l’ideale bohémien, indissolubilmente legato all’affermazione della propria individualità. Si tratta, in fondo, di un concetto semplice: la libertà di essere chi si vuol essere. Oltre l’apparenza della marginalità, c’è, nell’ideale bohémien, la voglia di creare, di essere originale.

Tra i grandi bohémiens dei bistrot ci furono uomini di genio, come Lautrec e Picasso, ma anche un insospettabile Manet, che, dietro le maniere da dandy, aveva anche lui qualcosa dell’outsider. Tutti questi artisti ci hanno lasciato disegni a testimonianza di quelle serate indimenticabili; piccoli istanti – peccaminosi, goliardici, certe volte cosparsi di malinconia- che sono rimasti congelati nel tempo grazie ai loro schizzi veloci sulla carta. Ah potessimo tornare indietro e fare un brindisi con loro!

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