Arsenico e vecchi merletti: visita al Museo Civico Archeologico di Bologna

Un tuffo magico nel passato

A questo mondo esistono ancora luoghi che hanno alle spalle parecchi anni, e che non si vergognano di dimostrarli tutti; emanano strane vibrazioni e sembrano fatti apposta per colpire la fantasia, con quel particolare fascino che il tempo ha regalato loro. Uno di questi luoghi misteriosi per me è il Museo Civico Archeologico di Bologna. Si trova in pieno centro storico, all’interno dell’elegante Palazzo Galvani in via dell’Archiginnasio 2.

Fin dal 1881 il palazzo è sede museale, ma la sua storia inizia molto prima, esattamente nel 1336. Allora portava il nome, piuttosto impressionante, di “Ospedale di Santa Maria della Morte” ed inglobava anche un chiesa e diversi edifici molto più antichi; era gestito dall’omonima Compagnia, la stessa che per secoli si sarebbe occupata della famosa processione della Madonna di San Luca. Il complesso aveva diversi ambienti di servizio, quali uffici, spezieria, ghiacciaia e, naturalmente, le sale riservate ai pazienti, suddivisi tra uomini, donne e feriti. A quell’epoca qui non doveva tirare una gran bella aria, come si può intuire dal suo nome; principalmente, infatti, questo ospedale ospitava carcerati e condannati a morte. E’ passato molto tempo da allora e l’ospedale ha mutato la sua forma, così come la sua vocazione. Nell’Ottocento il palazzo subì le modifiche più vistose, con ristrutturazioni e ampliamenti, fino a che non fu rimesso a nuovo per l’apertura del Museo Civico, suddiviso nei settori archeologico, rinascimentale e risorgimentale.

Avanti veloce di un altro secolo, arriviamo al 1982: Palazzo Galvani si è “specializzato”, concentrandosi sull’antichità. E’ diventato il nuovo Museo Civico Archeologico di Bologna e tra le sue mura conserva all’incirca 200.000 oggetti, molti dei quali afferenti alle prime fasi della storia cittadina. La caratteristica speciale di questo museo è quella di conservare in alcuni ambienti i criteri espositivi ottocenteschi, forse poco efficaci dal punto di vista della fruibilità, ma perfetti per un visitatore immaginoso, aperto al sogno.

Per quanto mi riguarda, ne sono conquistata, tanto che ho visitato più volte il museo. Preferibilmente mi piace tornarci d’estate, quando il caldo fa diventare Bologna un forno, svuotandola dei suoi abitanti. Mentre tutti se ne scappano al mare, io affronto coraggiosamente la canicola, addentrandomi in centro fino in via dell’Archiginnasio.

Allora mi piace oltrepassare la soglia di Palazzo Galvani – dov’è ancora appeso l’annuncio d’apertura del museo del settembre 1881- e attardarmi per un po’ nel silenzio sospeso dell’atrio, che corrisponde all’antica chiesa di Santa Maria della Morte, trasformata dall’architetto Coriolano Monti nella prima metà dell’Ottocento.

Nel cortile accarezzo con lo sguardo le numerose lapidi di epoca romana, disposte lungo i muri; un tempo si trovavano sopra le tombe dei cittadini di Bononia, lungo le strade alberate che si spingevano fuori città.

Poi, entro nel museo vero e proprio, imboccando lo scalone monumentale per salire al primo piano; qui percorro le lunghe sale deserte, cullata dal ronzio dei ventilatori, mentre gli addetti, annoiati, si appisolano seduti sulle scomode sedie posizionate negli angoli. Alzo gli occhi verso le pareti, affrescate a tema ormai più di cent’anni fa, spiando tra le sagome di antiche divinità egizie ed i simboli etruschi. Inseguito, abbasso lo sguardo sui reperti conservati nelle vecchie teche di vetro e legno, con le didascalie ancora scritte a macchina, o almeno così mi sembra…

In questa atmosfera rarefatta, mi aspetto quasi che da un momento all’altro mi appaia il fantasma Belfagor che scivola lento tra i corridoi, o magari Indiana Jones, cappello sulla testa e frusta alla cintura, venuto a riportare qualche tesoro scovato in un luogo lontano ed esotico. Ma è venuto il momento per me di scendere al piano interrato; qui gli ambienti sono meno caratteristici e decisamente moderni, tuttavia la qualità dei reperti, esposti con rigore scientifico, mi trasporta lontano. M’immergo così nei misteri d’Egitto, tra mummie di gatti, sarcofagi e antichi sortilegi.

Le collezioni del museo: la storia di Bologna

Innanzitutto specifico, per amor di verità, che molte delle sale del museo sono state ristrutturate e allestite secondo i più moderni criteri espositivi. Oggi, una visita al Museo Civico Archeologico si caratterizza come un’esperienza istruttiva e divertente, oltre che un’avventura piena d’atmosfera; lo si può evincere anche solo leggendo il suo sito ufficiale, ricco e ben articolato.

Le sue collezioni si sono formate a partire da un primo nucleo appartenente all’Università di Bologna, arricchite successivamente da lasciti e donazioni; infine durante il XIX secolo si sono susseguiti una serie di scavi archeologici nel territorio bolognese che hanno portato alla scoperta di diverse tombe etrusche.

Gli oggetti del percorso di mostra sono suddivisi in maniera cronologica per grandi fasi e, passeggiando tra le sale, si ripercorre la lunga parabola dell’antica storia bolognese. Si inizia con il periodo preistorico, che documenta la presenza dell’uomo sul territorio sin dal Paleolitico Inferiore, più di 800.000 anni fa: una vertigine!

Subito dopo, si passa alla grande stagione della Bologna etrusca. Allora la città si chiamava Felsina ed era la ricca capitale dell’Etruria padana. Sono molte le tombe che sono riemerse dall’abisso dei millenni, presentate così come sono state trovate durante gli scavi che le hanno riportate alla luce nell’Ottocento. La sala X, dedicata proprio alle affascinati sepolture etrusche, è la mia preferita, tutta vecchio stile. Alle pareti spiccano gli affreschi dipinti nel 1881 dal pittore bolognese Luigi Busi, che riproducono le decorazioni delle tombe dipinte di Tarquinia, Chiusi e Orvieto.

Dopo la lunga fase etrusca, dal IX al IV sec. a.C., si può esplorare la sala dedicata alla Bologna gallica.

Le bellicose tribù transalpine dei Boi occuparono il territorio per circa due secoli, fino al 189 a.C. , quando Bologna venne conquistata dai Romani; dagli oggetti in mostra nella sezione dedicata alla Bononia romana, si possono ammirare l’eleganza e la potenza espressiva che caratterizzò l’arte di questo periodo. C’è anche una sezione greca, dov’è esposta la celebre testa marmorea dell’Athena Lemnia dalla collezione Palagi, una copia d’età augustea di un originale scolpito da Fidia in bronzo, e una serie di ceramiche greche, gemme e oreficerie.

La collezione egizia di Pelagio Pelagi

Fiore all’occhiello del museo è la sua stupenda collezione egizia: 3500 oggetti di grande pregio archeologico, raccolti dal pittore Pelagio Palagi e ceduti al Municipio di Bologna alla sua morte nel 1861. Incrementata da lasciti successivi, questa preziosa collezione oggi può gareggiare con le migliori d’Europa dello stesso genere.

Il percorso espositivo si compone di tre settori: il primo comprende i rilievi della necropoli di Saqqàra, mentre il secondo narra la grande storia del popolo egiziano, esponendo reperti di diverso genere in un’ordine cronologico, che segue la divisione nei grandi regni.

L’ultima parte della mostra si concentra infine su alcuni dei più affascinanti aspetti della società faraonica, come la scrittura, il culto funerario e la magia.

Tra i pezzi più notevoli, il Sarcofago a cassa di Irinimenpu, con magnifiche decorazioni su legno, e la Mummia di Usai. Quest’ultima risale all’epoca tarda, esattamente alla XXVI dinastia (664-525 A.C.). Recentemente la mummia è stata restaurata e per l’occasione si è fatta anche un bel giretto fino all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. Qui un team di medici, sotto lo sguardo ansioso ed eccitato dell’équipe di esperti del museo, l’ha sottoposta ad una TAC, che ha rivelato che si tratta di un individuo di sesso maschile in discrete condizioni; Usai possedeva quasi tutti i denti, qualche lieve traccia di artrosi e doveva avere tra i 50 e i 60 anni quando è morto.

Ritorno al Duemila

Tornare alla luce del sole e all’epoca attuale, dopo questa full immersion nel passato, è quasi uno choc. Per guarire dal malessere del jet lag temporale può essere utile, in inverno, un piatto di tortellini in osteria (all’Osteria De’ Poeti), mentre in estate un cocktail fresco o una coppa di gelato sono più indicati (al bar Il Calice). Poi, un po’ di shopping: intorno al museo ci sono negozi e boutiques per tutti i gusti!

 

Museo Civico Archeologico di Bologna

via dell’Archiginnasio 2, Bologna

Ingresso: intero 5 euro -ridotto: 3 euro

Orari: mar-ven dalle 9 alle15; sab-dom-festivi dalle 10 alle 18.30

Chiuso il lunedi’ (non festivo), Capodanno, 1° Maggio e Natale

Come arrivare:

Il museo è situato nel centro storico della città, con accesso dal portico del Pavaglione, che costeggia Piazza Maggiore e la chiesa di San Petronio. Si può fare una bella passeggiata di venti minuti dalla stazione, oppure prendere un autobus, che rimane il mezzo più comodo e veloce. Ecco tutte le info:

  • in autobus: tutti gli autobus di linea che effettuano la fermata in prossimità di Piazza Maggiore come il 27 A, 25, 11.
  • in auto: attenzione perché si trova in Zona a Traffico Limitato. Le uscite tangenziale più vicine sono n. 11/11bis-12, direzione centro. I parcheggi  a pagamento più vicini sono quelli di Piazza VIII Agosto (10 min. a piedi) e Parcheggio Staveco (15 min. a piedi).
  • a piedi: dalla stazione dei treni e dall’Autostazione raggiungere via dell’Indipendenza fino in Piazza Maggiore, e da qui dirigersi a sinistra sotto il portico del Pavaglione, dove si trova l’ingresso del Museo (circa km 1,5).
  • Dall’aeroporto: navetta BLQ, fermata via indipendenza-San Pietro.

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