La Domus dei Tappeti di Pietra

Il tesoro sepolto di via D’Azeglio

Diversi secoli fa a Ravenna, sfolgorante città imperiale protesa sull’Adriatico, viveva un uomo facoltoso e altolocato. Aveva scelto quale sua residenza una splendida Domus, grande tanto da potersi definire un palazzetto, e fornita di stanze eleganti, di un grande spazio verde per l’orto ed il giardino, e persino di una fontana zampillante d’acqua fresca. I pavimenti di quella casa, poi, erano ricoperti di mosaici, con raffigurazioni talmente belle e realistiche che parevano tappeti di pietra.  Il dominus che abitava quella sontuosa proprietà ricopriva la carica di alto funzionario presso la corte ravennate; solo un mestiere di tale importanza, infatti, poteva giustificare i lussi di quel palazzo, dove il signore visse un’esistenza agiata, condivisa probabilmente con la moglie ed i figli. Più avanti negli anni, gli inquilini di quella casa divennero polvere nella grande macina del tempo; altri si insediarono in quella stessa area, sovrapponendosi in parte alle tracce precedenti. I mosaici, la fontana, il giardino… il tempo seppellì ogni cosa, apparentemente senza rimpianti. La storia di quell’uomo e della sua Domus, però, non doveva finire lì.

Molti secoli dopo, Ravenna ha ormai abbandonato gli splendori delle corti teodericiane e bizantine, per diventare una moderna città di provincia. Un giorno del 1993, in via D’Azeglio, uno scavatore sta sollevando grosse zolle di terreno, per creare un invaso destinato ad un parcheggio. Giunta alla profondità di 4 metri, la benna riemerge con qualcosa di stupefacente: alcuni lacerti di un mosaico policromo di grande pregio. Si scoprirà che fanno parte di una vasta area abitativa: sarebbe passata alla storia come una delle più grandi scoperte archeologiche degli ultimi decenni.

Il complesso archeologico

Gli scavi svelarono il tesoro che se ne stava sepolto solo qualche metro sotto la strada: un vasto complesso composto da diversi strati, che comprendeva abitazioni e strutture architettoniche di epoche differenti.

I frammenti si inserivano nelle maglie regolari dell’impronta del castrum romano e restituivano un avvincente spaccato della storia antica di Ravenna, dal periodo augusteo all’età altomedievale.

Ai fini del restauro e della musealizzazione, tra le varie fasi costruttive gli archeologi decisero di privilegiare proprio quella del palazzetto di epoca teodericiana-bizantina, sorto intorno al V-VI secolo.

La ragione della scelta risiedeva nel fatto che fosse il primo e unico strato che si era potuto scavare interamente; secondariamente c’erano l’eccelsa qualità e la varietà dei mosaici di questo strato archeologico, che, per di più, si ricollegava storicamente con i maggiori monumenti di Ravenna. Infine, la Domus era l’unico edificio privato noto di quell’e. I mosaici pavimentali, restaurati con cura e ricollocati nel luogo del ritrovamento, erano talmente pregevoli che il palazzo si è guadagnato l’appellativo di Domus dei Tappeti di Pietra, secondo la felice definizione di Federico Zeri; con questo nome, dunque, il sito archeologico è stato inaugurato a Ravenna nel 2002.

La visita alla Domus dei Tappeti di Pietra

Cos’è restato, quindi, di quella Domus? La mobilia e i vari oggetti contenuti nella casa naturalmente sono andati perduti, mentre si è salvato qualche marmo e l’esteso pavimento musivo, decorato sia geometricamente che a figure umane.

Il percorso di visita è particolarmente suggestivo e vanta un punto di partenza originale: l’ingresso, infatti, è collocato all’interno della settecentesca chiesetta di Sant’Eufemia, in via Barbiani. Per accedere agli scavi il visitatore deve attraversare lo spazio intimo e raccolto del piccolo tempio; di qui può raggiungere la biglietteria e la sala conferenze, dove è possibile assistere alla proiezione di un filmato in 3D che ricostruisce le sembianze della Domus. L’accurata ricostruzione è stata effettuata sulla base dei resti archeologici e sulla forma delle altre case della stessa tipologia.

Una volta terminato il breve documentario introduttivo, si scende sotto il livello della strada attraverso una rampa di scale. Giunti nell’ipogeo, appare la vasta distesa di marmi e mosaici policromi, all’incirca quattrocento metri quadrati, che ricostruiscono i pavimenti della Domus; già al primo colpo d’occhio, si può capire qualcosa della distribuzione delle stanze, in tutto 14. Una passerella in ferro e vetro, leggermente sopraelevata rispetto alle pavimentazioni, percorre un itinerario anulare, disponendosi sul tracciato dei muri di separazione delle stanze.

Le decorazioni geometriche sono armoniose, di una bellezza rigorosa, quasi ipnotica; tuttavia, ciò che colpisce maggiormente l’attenzione sono i mosaici a figure umane. Il primo è il misterioso emblema del Buon Pastore, così chiamato perché riprende l’iconografia cristiana del pastore con le sue pecore. Questo lacerto risale ad un periodo precedente rispetto al palazzetto bizantino, verso la metà del IV secolo; si è anche ipotizzato che la figura in casacca azzurra, dai grandi occhi scuri e spiritati, si richiamasse al culto di Orfeo, dato che mancano alcuni degli attributi consueti del Buon Pastore, come l’aureola.

Anche il secondo mosaico a figure si fa notare per magnificenza e rarità; rappresenta la Danza dei Geni delle Stagioni e si trovava al centro della stanza più rappresentativa e maestosa della Domus del VI secolo. All’interno di una cornice a treccia, i Geni delle Stagioni danzano in cerchio al suono di una siringa tenuta da un musico in secondo piano, che incarna la personificazione del Tempo. Autunno, Primavera, Inverno ed Estate (purtroppo quasi interamente perduta), sono riconoscibili per gli abiti caratteristici della stagione.

L’iconografia sembra riferirsi ad una concezione del tempo di matrice pagana, che lo immaginava come un moto circolare ed ininterrotto, molto distante quindi dalla visione rettilinea e ascendente del cristianesimo. Altro elemento originale è lo stile: le raffigurazioni sono animate  e dinamiche, i visi hanno tratti espressionistici, molto diverse quindi dalle coeve rappresentazioni delle chiese ravennati, caratterizzate da uno stile astratto e ieratico. Probabilmente il mosaico fu eseguito secondo il gusto particolare  e le credenze religiose del proprietario della Domus, che aveva deciso di allontanarsi dagli schemi imperanti nell’arte ufficiale per decorare lo spazio privato della sua bella casa.

 

Domus dei Tappeti di Pietra

Via Gian Battista Barbiani, 16, Ravenna

Orari:

estivo: tutti i giorni 10.00 – 18.30
invernale: lunedì – venerdì 10.00 – 17.00, sabato, domenica e festivi 10.00 – 18.00

Ingresso: 4 euro, ridotto 3 euro

Come arrivare: la Domus si trova nel centro storico di Ravenna, nella zona a traffico limitato.  Da Piazza Baracca, dove è possibile parcheggiare l’auto a pagamento, sono solo tre minuti di cammino (500 mt); in alternativa c’è il vicino parcheggio custodito di  Largo Giustinano. Dalla stazione linea bus n. 1, Fermata  via d’Azeglio a 50 metri.

 

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