Azzurro infinito: nelle Marche, tra le poesie di Leopardi e la natura del Conero

Compleanno nelle Marche: la Recanati di Leopardi

Anche quest’anno è giunta la fatidica data: è ormai diventata una solida tradizione quella del viaggio di compleanno che, grande o piccolo che sia, rimane il mio perfetto antidoto al birthday blues ed l’ennesima scusa per muovermi.

Questa volta ho scelto di partire con mio fratello per una breve gita di un giorno nelle Marche, dove ho organizzato un itinerario ricco d’emozioni che mescolerà poesia, storia e natura. Di buon mattino partiamo in auto da Ravenna e scendiamo verso sud attraverso la E45 fino a Cesena, dove imbocchiamo l’autostrada A14. Raggiungiamo Recanati in provincia di Macerata (uscita Porto Recanati/Loreto), dopo circa un paio d’ore di viaggio, fermata cappuccino compresa.

Parcheggiata l’auto, saliamo verso il centro storico attraverso via XX Settembre, spiando tra le stradine acciottolate cosparse di piante e fiori, mentre l’aria fresca del mattino soffia dal mare poco distante. La città ha l’aspetto di un vecchio borgo e ci affascina fin dai primi passi; la maggior parte le case sono antiche, con i mattoni polverosi consumati dal tempo e le porte di legno sbeccato.

Qua e là sono appesi alle pareti, incorniciati da vecchi bancali di legno, frammenti delle poesie di Giacomo Leopardi (Recanati, 1798-Napoli, 1837), che è nato proprio qui a Recanati più di due secoli fa. Tutta la città ricorda con affetto il suo cittadino più illustre: il suo nome ed i suoi versi riecheggiano ovunque, nelle vetrine dei negozi, sui muri di bar e ristoranti e persino nei toponimi urbani. Ce lo conferma la bella piazzetta del Sabato del Villaggio, dove possiamo ammirare l’elegante facciata neoclassica di Palazzo Leopardi, la residenza in cui il famoso poeta trascorse gli anni della giovinezza.

L’emozionante visita guidata (ingresso biblioteca e mostra 10 euro, solo biblioteca 7 euro) ci porta ad esplorare una sezione di quest’edificio dall’aspetto signorile, che in complesso è veramente enorme. Il palazzo è ancora imbevuto dell’atmosfera leopardiana, dal momento che è rimasto di proprietà degli eredi che abitano tutt’ora parte dell’edificio. Il più giovane di questa antica e nobile stirpe porta il nome del suo celebre avo, ed ha solo cinque anni: chissà che aspettative gravano su di lui… a scuola dovrà darsi parecchio da fare!

Gli spazi che la guida ci svela, dopo averci condotti attraverso l’imponente scalone settecentesco, sono quelli al primo piano, un’infilata sontuosa di stanze che si affacciano sulla piazzetta e che ospitano la straordinaria biblioteca del padre di Giacomo, Monaldo Leopardi.

Il giovane favoloso, il film sulla vita del poeta (2014, Mario Martone), è stato girato proprio in queste sale che, viste dal vivo, sono ancor più evocative che al cinema. Migliaia di libri salgono dal pavimento fino al soffitto, suddivisi secondo le materie affrontate, come si legge sugli antichi cartigli dipinti degli scaffali. E’ qui che passavano il tempo impegnati in uno “studio matto e disperatissimoGiacomo e i fratelli minori, Carlo Orazio e Paolina. Interessante la piccola sezione dei libri proibiti, per i quali il padre dei ragazzi aveva ottenuto una speciale licenza dal papa, mostrando una notevole apertura mentale. In un angolo della penultima sala, si trova persino il tavolino originale che Leopardi era solito accostare alla finestra per disporre di maggior luce e godere dei panorami vivaci della piazza.

Ci emoziona pensare che, proprio da quest’angolo, il poeta spiava il fermento del popolo prima del dì di festa, immortalato nei versi de Il sabato del villaggio; ad attirare la sua attenzione erano anche le ex scuderie dirimpetto, occupate da una famiglia di domestici. Tra quelle mura, il poeta scorgeva alla finestra la giovane Teresa Fattorini intenta a lavorare al suo telaio; la povera ragazza sarebbe morta poco dopo di tubercolosi, ispirando a Giacomo una delle poesie più struggenti della sua produzione: A Silvia. Continuiamo la visita con la mostra ospitata nell’ex frantoio del palazzo, “Giacomo dei Libri”, in cui si descrive il mondo letterario che ha ispirato la biblioteca di famiglia, poi ci dirigiamo verso il Colle dell’Infinito.

Oggi, sul muro che si protende verso la vallata e le colline, punteggiate di macchie boscose e campi coltivati, è scritto l’incipit della più celebre poesia di Leopardi. I sovrumani silenzi evocati dal poeta sono interrotti dal dolce canto delle cicale, una nota di languore estivo nel nostro mezzogiorno assolato. E naufragar c’è dolce in questo mare…

La bellezza selvaggia del Monte Conero

Dopo un giretto nel centro di Recanati alla ricerca di altri luoghi leopardiani, torniamo in auto per raggiungere il Monte Conero. Dalla strada ci appare quasi come un grosso orso appisolato sul bordo del mare. Avvolto da un folto manto verde bottiglia, il promontorio vanta rupi marittime scoscese, le più alte dell’Adriatico,  a 572 metri di altezza. Fa parte del Parco regionale del Conero, una vasta area di circa 6.000 ettari, che vanta scenari naturali favolosi compresi nei territori di Camerano, Ancona, Sirolo e Numana. Il Monte Conero è percorso da 18 sentieri, alcuni dei quali molto impegnativi, per cui è essenziale la presenza di una guida escursionistica.

Noi non abbiamo molto tempo, né l’attrezzatura sportiva adatta, perciò cerchiamo i punti panoramici più facilmente accessibili. Decidiamo allora di seguire le indicazioni verso l’Hotel Monte Conero, secondo quanto ci ha consigliato un amico; da lì partono un paio di sentieri abbastanza brevi. Raggiungiamo il piazzale dove si trovano l’albergo-ristorante, il bar ed anche un ampio parcheggio, dove possiamo lasciare l’auto. Dopo i panini caserecci consumati nell’area picnic, ci dirigiamo verso il Belvedere sud, una passeggiata panoramica, che, ci dicono al bar, dura solo venti minuti e permette la vista sulla famosa Spiaggia delle Due Sorelle. In realtà il percorso, a parte il tratto iniziale pianeggiante, si dimostra in forte pendenza, accidentato e pieno di sassi che facilitano scivoloni e cadute. Inoltre il sole inizia a picchiare duro, facendosi strada tra i rami del bosco.

Sulla nostra sinistra grazie al diradarsi della macchia, a tratti vediamo brillare i riflessi acquamarina dell’Adriatico, abbaglianti come se emanassero una luce propria. Questo mare sembra molto diverso dal tratto scuro e verdastro cui siamo abituati in Romagna, probabilmente a causa dei fondali sassosi delle Marche che sono più chiari rispetto alla sabbia.

Il percorso ci regala diversi punti panoramici che si affacciano in modo spettacolare sullo strapiombo del monte; l’abisso sotto di noi si apre in una vertigine azzurra, dalla quale siamo separati solo da una sottile protezione di ferro. Scattiamo tante fotografie per cogliere la magia di questo spazio d’acqua infinto e avvolgente, incorniciato ai lati dai rami dei pini marittimi e delle piante di corbezzolo, da cui il monte prende il suo nome.

Il mondo sotterraneo delle Grotte di Camerano

A malincuore decidiamo di non completare il percorso al Belvedere sud, perché si è fatto tardi: abbiamo prenotato stamattina la visita alle Grotte di Camerano per le 17.30 (si visitano solo su prenotazione, ingresso 8 euro).

Con un viaggio in auto di circa mezz’ora, raggiungiamo la cittadina in provincia di Ancona e ci rechiamo preso l’ufficio del turismo. La nostra guida ci conduce insieme ad un piccolo gruppo all’ingresso delle grotte, a due passi nel centro storico di Camerano. Scopriamo così che sotto la città ne esiste un’altra parallela, costruita in tempi antichissimi nella roccia umida e porosa dell’arenaria. Appena scendiamo nelle grotte a circa 20 metri di profondità, percepiamo l’intenso contrasto con l’ambiente esterno; il sole dardeggiante lascia spazio ad una penombra cavernosa, mentre una zaffata d’aria fredda e umida ci colpisce d’improvviso, provocandoci qualche brivido.

Indossate le felpe, camminiamo ordinatamente dietro la guida in questo mondo misterioso e labirintico, un vasto sistema ipogeo che per certi versi ricorda le catacombe romane. Fin dai tempi dei Piceni, l’antica civiltà che occupava le Marche migliaia di anni fa, questi spazi sono stati utilizzati dalla popolazione per nascondersi dai pericoli in superficie e, successivamente, per conservare i cibi ed il vino. In effetti la temperatura qui è costante e si aggira intorno ai 12 gradi. Percorriamo tunnel e gallerie a diverse profondità, sbucando di volta in volta in ambienti particolari, spesso di forma rotonda e sormontati da volte. Nicchie e colonne sono le uniche concessioni alla decorazione architettonica, che per il resto è spoglia e fa sfoggio di una bellezza rude e severa; qui non si possono trovare gli affreschi sui muri come nelle catacombe, a causa della forte umidità della roccia. La guida ci affascina raccontandoci di leggende pagane e riunioni segrete, dai templari alla carboneria; tuttavia, per la maggior parte queste grotte contengono simboli di tipo cristiano, come le croci e gli altari su cui un tempo veniva celebrata la messa.

Molte grotte sono appartenute a facoltose famiglie di nobili anconetani, che si sono impossessate degli spazi al di sotto dei loro fastosi palazzi in superficie, chiudendo i passaggi che le collegavano col resto dei cunicoli della città sotterranea. Ora la maggior parte i percorsi sono stati riaperti, ma conservano ancora le tracce degli usi nobiliari, come i tubi che facevano scorrere il vino dall’alto fino nelle botti sottoterra. Ci sono anche testimonianze più popolari, ad esempio il pertugio attraverso il quale un macellaio faceva scendere la carne per conservarla al fresco.

Le grotte in effetti ebbero nel tempo svariati utilizzi, tra i più inquietanti quello del Medioevo, quando servirono da prigioni ad alto tasso di claustrofobia; all’epoca della seconda guerra mondiale invece sono state un prezioso rifugio per la popolazione. Nessuno infatti era a conoscenza dell’esistenza di questa città sotterranea a parte gli abitanti della zona, che così poterono sfuggire ai bombardamenti e all’occupazione nemica. Nell’ultima grotta che esploriamo, la Ricotti, scopriamo un’antica chiesa sotterranea dotata di cripta, che si trovava al di sotto di una basilica bizantina dedicata a S.Apollinare. Il luogo ci colpisce per la sua imponenza, e anche perché si ricollega alla nostra Ravenna, che fu capitale dell’Esarcato; purtroppo la basilica di Camerano fu abbattuta negli anni Cinquanta perché il comune non volle accollarsi gli elevati costi del restauro. Si fosse conservata, oggi potremmo ammirare tre chiese sullo stesso punto, una sovrapposta all’altra: quella di superficie, quella sotterranea e, più in profondità, quella della cripta

Usciti all’aria aperta dopo circa un’ora e un quarto di visita ci accoglie un caldo tramonto, che tinge di sfumature aranciate i muri delle case. Un odorino di cipolla e di cibarie invitanti si sparge nell’aria, ma noi resistiamo, risaliamo in auto e via, un saluto alle Marche, che ancora una volta si sono rivelate un luogo traboccante di itinerari originali; si torna a casa che ci aspetta la ricca cena in famiglia coronata da una grande torta di compleanno!

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