Sul Greyhound rovente attraverso la California

Sono seduta a bordo del mitico Greyhound, il bus che da più di mezzo secolo attraversa le strade degli Stati Uniti, carico di viaggiatori squattrinati e bohémiens alla Kerouac. Da San Francisco sto scendendo verso la California meridionale: le palme e il glamour di Los Angeles sono lì ad attendermi, ultima tappa del mio lungo viaggio. Otto ore di tragitto on the road. Che avventura! Quanta atmosfera, quanta poesia! Sento che sto vivendo un’esperienza originale ed entusiasmante, proprio come in un film o in un romanzo.

Si, d’accordo, ma sulla carta. Nella realtà sono seduta molto scomodamente su di una vecchia poltrona in finta pelle, bollente e sporchissima, e sto soffocando. Aria condizionata inesistente, partenza con ritardo di un’ora e schiena a pezzi. Fuori ci sono 40 gradi, all’interno del pullman anche di più. I finestrini non si aprono. Altro che un bus, questo mi sembra un girone infernale! Un lungo tubo rovente in cui sono ammassata insieme ad altre decine di poveretti come me, che annaspano per respirare.

I pullman della Greyhound non hanno conservato l’estetica pop degli anni 50′: solo il simbolo del levriero e’ rimasto, la carrozzeria invece è moderna e meno caratteristica (e probabilmente ci hanno perso parecchio  quanto a stile). Tuttavia i problemi tecnici sono gli stessi del secolo scorso, almeno credo basandomi su questo viaggio e sui racconti degli altri passeggeri che lo hanno utilizzato precedentemente.

Il ritardo è frequente: la signora che viaggia al mio fianco mi ha raccontato che la scorsa settimana durante lo stesso tragitto in senso inverso, il bus ha avuto un ritardo di 5 ore. Quindi mi è andata grassa sotto questo punto di vista. L’autista di questo viaggio è di origine ispanica, una piccolina giovane e grintosa, che non risponde a nessun quesito durante la guida. Quindi non è servito a nulla farle notare che stiamo morendo di caldo: non si è neanche girata, ha continuato imperterrita a fissare la strada. Una volta scesi alla gas station sulla Freeway per una prima, pietosa pausa del tragitto, il driver in gonnella è stato assalito dalle domande di un gruppo di passeggeri, sudatissimi e dagli occhi spiritati; messa alle strette, finalmente ha ammesso che l’aria condizionata è definitivamente rotta e che, FORSE, ci cambiano il mezzo durante una sosta. Si, ma  quando? Non si sa! Frattanto è passata già un’ora dalla sua affermazione poco credibile. Il ritardo accumulato adesso è maggiore, forse arriveremo al tramonto, invece che al pomeriggio come previsto. Per trovare coraggio penso a Kerouac, a quanto gli piaceva viaggiare sul Greyhound, non solo perché costava poco, ma soprattutto per l’esperienza autentica che regalava, per il contatto con la gente e via dicendo. Allora cerco di prenderla con filosofia e mi dico che anche il patimento fa parte del Viaggio, di quello vero, senza mappe preconfezionate e offerte tutto compreso. Mi guardo intorno per approfittare della socialità autenticamente pop, ma le persone, per la maggior parte turisti americani, sono quasi tutte inebetite dal caldo: chi si sventola, chi si tampona la fronte con una salvietta, chi sembra svenuto sul sedile. Non c’è tanta voglia di comunicare e condividere. Ok, forse per Jack era facile amare il Greyhound perché spesso era alticcio, per usare un eufemismo; alla prossima fermata, se mai ci sarà, mi farò un margarita ghiacciato in suo onore! Forse dopo andrà meglio.

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