My first American breakfast

Una delle cose più divertenti da fare quando si viaggia è provare il cibo locale: sperimentare nuove abitudini e lanciarsi in avventure culinarie che manderanno a qual paese diete e regimi salutisti. Fin da casa si pregusta questo piacere, programmando abbuffate qua e là nelle ordinate mappe delle nostre guide, tanto in valigia avremo intelligentemente infilato sia il Buscopan che il Maalox, da prendere in caso di bisogno.

Il pasto più attraente che mi aspettava in America, almeno secondo i miei sogni, erano le colazioni, abbondanti e grasse quanto basta. Immaginavo pile di pancakes, innaffiate da sciroppo d’acero come se piovesse; il tutto servito in un diner in perfetto stile anni Cinquanta, con tanto di waitress in divisa. Nella realtà concreta, però, le cose come al solito sono più complicate e meno appaganti; per esempio, prendete la mia prima esperienza di breakfast newyorchese. Esco dal mio hotel dopo una manciata di ore di sonno, che mi hanno fornito un riposo scarso e molto agitato. Di conseguenza ora mi sto godendo il classico jet lag, un mal di schiena da 10 ore di volo in seconda classe e via dicendo; in questo stato mi ritrovo catapultata nella confusione stile Blade Runner di Times Square, perché ho malauguratamente scelto questo luogo per alloggiare a New York. Una decina di anni fa, durante il mio primo viaggio negli USA, mi ci ero trovata così bene! Ora invece tutta questa gente sembra voler infierire il colpo di grazia al mio precario stato psico-fisico, senza contare la nebbia umida e malsana che scende dal cielo, una cappa soffocante che lo smog rende ancora più insopportabile.

Avanzo a stento tra la gente. Sono a stomaco vuoto da diverse ore, perché la sera prima non ho neanche cenato; avvisto uno Starbucks che non sarà originale e caratteristico, forse non avrà i famosi pancakes allo sciroppo d’acero che avevo in testa prima della partenza, ma è qui vicino ed io ho una fame! Dentro trovo musica altissima, una lunga fila di clienti e dei baristi evidentemente nervosi; vanno tutti di fretta. Vengo sospinta verso la cassa dalla marea umana che preme dietro di me, mentre le mie tempie iniziano a pulsare. Non ho nemmeno il tempo di controllare se sul menù ci siano i pancakes o meno, in ogni caso non credo sia furbo ordinarli: qui si consuma in piedi, gli unici due tavoli disponibili sono alti, senza sedie e occupati fino all’eccesso da clienti che ci appoggiano i loro enormi caffè, mentre trangugiano brioches e muffins.

Arrivato il mio turno, cerco di pronunciare la mia ordinazione in una lingua comprensibile all’orecchio americano: small cappuccino, brioche (cappuccino e brioche credo siano internazionali!) and orange juice. Il cameriere prende nota in un batter d’occhio, pigia i tasti sulla cassa, poi mi urla: “NAME?”  Lo annoteranno sul mio ordine e mi chiameranno quando sarà pronto. Grido anch’io per farmi sentire e rispondo: “ALICE!!!!” E purtroppo lo pronuncio all’italiana, scandendo le belle vocali aperte, una dopo l’altra. Tutto ok, sembra aver capito. Pago e non mi resta che attendere che mi chiamino. Solo che passano 10 minuti e si fanno un sacco di nomi, tranne il mio. Lo sapevo, il ragazzo non ha capito. Eppure ci sono altri italiani e a loro viene consegnato tutto, con tanto di nome gridato:  Paolo, Maria, Luca. Le R sono molto arrotondate, la A pronunciata in modo strano, chiuso, ma si capisce. Di Alice invece non c’ è traccia uditiva, né appare scritto sulle bevande appoggiate sul bancone del bar. Ad un certo punto una barista bionda e piccolina si mette a gridare un nome che inizia per A: “ALIUGI! ” Oddio, non sarà che si tratta di me? O forse è quello strano ragazzo asiatico che sta in un angolo, che stanno chiamando? Ma nessuno risponde al nome di Aliugi ed allora, timidamente, mi faccio avanti.

“My name is Alice and I think this is my order with a wrong name…” Purtroppo, pur viaggiando molto, non so l’inglese se non per qualche stentata frasetta, e la mia pronuncia più che di America sa di Romagna. Mi maledico. Conosco solo il francese e qui non lo parla nessuno, come l’italiano; sapessi spiegarmi bene, o fossi meno rintronata dalla stanchezza..La biondina di Starbucks, che mi abbia capita o meno, mi sgrida: devo attendere il mio turno! Ora tocca ad Aliugi! E continua a gridare questo strano nome, mentre al coro si unisce anche un collega. Il fantomatico Aliugi non risponde, è sparito inspiegabilmente dopo l’ordinazione. Io continuo a farmi avanti, ma nulla: ormai sono stata catalogata come quella caduta dal pero che vuole accaparrarsi gli ordini degli altri. Dopo una decina di minuti un italiano al mio fianco si stufa e prende il sacchetto più le bevande con su scritto Aliugi, fingendo di essere lui. Poi me lo passa. Grazie, che tu sia benedetto, comunque ti chiami!

Mentre sorseggio il mio mega-cappuccino (che tutto è fuorché small) in piedi, pressata agli altri clienti, penso che alla prossima colazione, scandirò il mio nome secondo la pronuncia americana, E-L-I-S. O, piuttosto, me ne andrò in un diner di tutto rispetto, dove me ne starò seduta comodamente ad un tavolo a consumare le mie pile di pancakes, ordinate ad una bella camerierina in divisa, magari pure gentile.

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