Marilyn, tra Pop e Underground: suggestioni e itinerari a Los Angeles

Il mito di Marilyn

Sono passati 55 anni da quando uno dei corpi più esposti e desiderati del Novecento, quello di Marilyn Monroe (1926, Los Angeles-1962, Los Angeles) veniva ritrovato esanime nella sua villetta di Brentwood, a Los Angeles. In quell’estate del 1962 si chiudeva un’esistenza tormentata, vissuta sotto le luci dei riflettori ed aveva inizio la leggenda di Marilyn. Ciò che è rimasto, oltre alle ambigue voci sulla sua morte, è l’immagine ammaliante della diva, regina incontrastata del glamour anni Cinquanta e sex-symbol per intere generazioni di uomini. Tuttavia dietro la superficie scintillante e patinata c’era ben altro: ai ruoli di svenevole bionda, interpretata sul grande schermo, faceva da contrappeso la grande fragilità del privato.

 

Marilyn era una donna profondamente insicura, impegnata in una perenne lotta con sé stessa per migliorare come persona e come attrice. Teneva sempre un libro sul comodino per rimediare alla sua mancanza di studi e nella sua voluminosa biblioteca si trovavano titoli classici e contemporanei, da Dostoevskij a Kerouac. Anche al culmine della fama, l’attrice prendeva lezioni di recitazione e si sottoponeva ad estenuanti sedute dallo psicoanalista per venire a capo della sua infanzia drammatica, spesa tra orfanotrofi e famiglie affidatarie. Gli abusi subiti da bambina e le relazioni umilianti intrattenute con produttori e agenti di Hollywood, contrappasso iniziale da pagare per la sua ascesa alla celebrità, la segnarono profondamente; ne fecero, si dice, una donna frigida, nonostante per assurdo tutta la sua vita ruotasse proprio intorno al sesso. Col tempo la discrepanza tra la sua sfera privata e l’immagine pubblica si fece troppo forte; la pressione fu tale che alla fine ebbe la meglio su di lei. E così il suo nome entrò a far parte della lunga lista di star morte in giovane età, schiacciate dal peso del successo e tormentate dai loro demoni.

Marilyn e la cultura underground

Di solito si pensa a Marilyn come ad un tipico prodotto della sua epoca, un modello femminile stereotipato e lontano dai successivi ideali di emancipazione.

Prima di partire per gli Stati Uniti, in mezzo alle numerose letture in preparazione del viaggio, sono inciampata in un interessante articolo che contraddiceva questo luogo comune; l’autrice era Fernanda Pivano, la giornalista, scrittrice e traduttrice nota per aver diffuso in Italia la migliore narrativa americana del Novecento, promuovendo l’opera di autori quali Hemingway o i poeti della Beat Generation.

Il suo articolo, apparso molti anni fa sulle pagine di una rivista e successivamente inserito nella raccolta Viaggio Americano (Bompiani, 2010), rendeva omaggio alla Monroe, sottolineandone il ruolo fondamentale nella cultura popolare e underground. Underground? Si, avete capito bene.

Alla morte dell’attrice la stampa underground di New York, città in cui Marilyn aveva soggiornato per un lungo periodo quando frequentava l’Actors Studio, aveva mostrato una commossa partecipazione al lutto collettivo.

Nel settembre di quell’anno, infatti, usciva un numero unico della rivista Fuck you f A magazine of the Arts di Ed Sanders, intitolato Poems far Marilyn. All’interno del giornale, ciclostilato e con la carta di un bel rosa pesca, si potevano trovare 6 poesie dedicate all’attrice, tra cui Dear Miss Monroe di Joel Oppenheimer o Marilyn di Al Fowler. Più tardi, scrive la Pivano, il lutto collettivo si spostò dalla controcultura alla narrativa dell’establishment; tra i vari nomi spiccava quello di Truman Capote che le dedicò un brano, poi confluito nel 1980 in Music for Chameleons. Infine ci fu la consacrazione di Norman Mailer, che scrisse un’approfondita biografia della diva nei primi anni Settanta, cui seguirono decine di altre opere biografiche di differenti autori.

Se abbandoniamo il campo letterario per avventurarci sul terreno delle arti figurative, è scontato il riferimento ad Andy Warhol. Dopo la sua morte, l’artista americano immortalò più volte l’attrice avvalendosi della stessa effigie, tratta da un fotogramma pubblicitario del suo film “Niagara”. Warhol impiegò colori accesi e artificiali per evidenziare i tratti del suo viso, collocando Marilyn sugli scaffali del consumismo popolare, tra Elvis e le zuppe Campbell’s. Nessun intento ironico, però. La ripetizione dell’icona-Marilyn, portata quasi all’infinito da Warhol in innumerevoli versioni, riconosceva l’importanza della sua figura all’interno della cultura di massa; allo stesso tempo, l’artista sottolineava che la sua immagine pubblica era solo un prodotto illusorio, costruito a tavolino e pronto al consumo del pubblico. E quel prodotto funziona tutt’ora, anche grazie all’aiuto del famoso artista pop. Nella versione che ho recentemente ammirato al MoMa, la Marilyn di Warhol si avvicina ad un’ icona ortodossa, una Madonna fluorescente al centro di un magnifico fondo oro. L’apparizione effimera e brillante del suo viso è circondata dal vuoto, un vuoto immenso, che sembrava voler evocare la solitudine della sua vita.

Ma cosa ci trovavano gli intellettuali in questa attrice che non è mai riuscita a scrollarsi di dosso il personaggio stereotipato della bambola bionda? Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Tra la fine degli anni Cinquanta e il decennio successivo, l’America faticava a liberarsi dalle pastoie del perbenismo borghese. Il sesso fuori dal matrimonio era ancora circonfuso da un alone torbido, come qualcosa da tenere segreto, chiuso in un cassetto.

Poi arrivarono Marilyn e la sua sensualità aperta e genuina. Con lei, improvvisamente tutto era alla luce del sole: il suo era un approccio fresco e innovativo, ricco di allegria e di humour. Grazie alla sua innata verve comica, Marilyn Monroe giocava bene il ruolo della svampita, mentre, tra le righe, al pubblico arrivava un messaggio importante: il sesso non era una cosa da prendere troppo sul serio. L’invito dell’attrice aveva pochi fronzoli e andava dritto al punto, aprendo una breccia nei pensieri e nelle fantasie di milioni di persone. L’erotismo diventava così un affare divertente, semplice e naturale, allontanandosi per sempre dalla magniloquenza e dall’atmosfera equivoca; Marilyn, col suo morbido ancheggiare e la sua ironia, stava spazzando via i segreti, la vergogna e i sensi di colpa.

La cultura underground intuì tutta la potenza di quel messaggio, considerandolo come parte integrante della rivoluzione sessuale, che propugnava l’emancipazione dai tradizionali schemi borghesi. Così, insieme alla monogamia forzata ed ai tabù, nel dimenticatoio sarebbero finiti anche i sex-symbol della vecchia Hollywood, come Mae West o Jean Harlow, femmes fatales dal fascino ormai stantio. Marilyn, al contrario delle attrici del passato, rappresentava per gli uomini una compagna ideale anche fuori dal letto, con il suo irresistibile buonumore e la sua dolcezza: insomma, era qualcuno con cui poter ridere.

Itinerario Marilyn Monroe a LA

HOLLYWOOD

Un itinerario sulle tracce di Marilyn a Los Angeles può iniziare da Hollywood. Parte del quartiere oggi è piuttosto degradata ed invasa da turisti, homeless e tutta una serie di tipi strani; i sexy-shop ed un odore disgustoso completano l’insieme, ma una capatina qui bisogna pur farla.

Fatevi strada tra la folla di eccentrici in costume da Superman o Lady Gaga e cercate sulla Walk of Fame la stella di Marilyn. Poi verificate se avete la stessa misura di mani e piedi dell’attrice, recandovi al bellissimo Chinese Theatres. Il piazzale situato davanti al teatro è traboccante di impronte di star, quindi vi conviene venirci il mattino presto o troverete una fastidiosa ressa di turisti curiosi, armati di telefonini e fotocamere.

Marilyn ha impresso mani e piedi nel cemento in occasione dell’uscita sul grande schermo del film “Gli Uomini preferiscono le bionde” nel giugno del 1953. Io ho provato a mettere le mie pesanti sneakers -numero 41- sull’impronta dei tacchi di Marilyn, e, come si può immaginare, mi sono sentita simile alle sorellastre di Cenerentola, che cercavano di fare entrare i piedoni nella scarpetta di cristallo… Infine, allo scopo di completare il tour, consiglio di fare un salto al nostalgico Hollywood Museum per ammirare qualche costume di scena e altri cimeli interessanti.

BRENTWOOD

L’ultima casa di Marilyn,  quella dove visse fino alla sua morte nell’agosto del 1962, si trova  a Brentwood, un sobborgo residenziale di Los Angeles (12305 5th Helena, tra Sunset Boulevard e San Vincente). La casa, una villetta semplice in stile spagnolo, non è visitabile; sembra molto modesta se paragonata alle grandi residenze da star di Beverly Hills. L’attrice l’aveva pagata all’incirca 90 000 dollari e l’aveva scelta anche per la posizione, perché si trovava vicino alla casa del suo psicoanalista, anche se, come sappiamo, ciò non è servito a molto. E’ nella camera da letto di questa casa infatti che fu trovato il corpo di Marilyn, tra le lenzuola spiegazzate ed i flaconi vuoti di Nembutal sparsi sul comodino.

WESTWOOD MEMORIAL PARK 

La tappa finale è la visita all’ultima dimora di Marilyn. Avviatevi dunque a Westwood, nel tranquillo ed elegante cimitero situato al 1218 di Glendon Avenue, dove riposano le sue spoglie. Si dice che l’unico uomo che l’abbia veramente amata, il suo secondo marito Joe DiMaggio, famoso giocatore di baseball, facesse portare qui ogni settimana dei mazzi di rose rosse, le sue preferite. Il loro matrimonio era durato solo nove mesi e si era concluso a causa della gelosia di lui; tuttavia per DiMaggio Marilyn rimase tanto importante da ricordarla persino sul letto di morte.

E’ una strana sensazione quella che si prova sostando davanti alla tomba della Monroe. Ci sono andata l’ultima mattina prima di partire per l’Italia e la visita mi è rimasta impressa nella mente; ho camminato nel silenzio irreale e sospeso di quel parco, un bel fazzoletto di verde immerso tra i grattacieli. Alcune tombe sono disposte sul prato rigoglioso e ben curato, all’ombra di alberi imponenti, come quella di Natalie Wood. Quella di Marilyn invece si trova a sinistra dell’ingresso, tra i meno poetici loculi a muro. Il suoi resti riposano dietro ad una semplice lapide di marmo, con su scritto il suo nome e le date che circoscrivono la sua breve esistenza. Un vasettino con qualche fiore artificiale e nulla più, è l’unico, striminzito omaggio a quella che un tempo fu la donna più desiderata del pianeta.

 

 

Lascia un commento