Coast to Coast #1: New York, la foresta di cristallo

Con molto ritardo, inizio il primo capitolo del mio diario di viaggio negli Stati Unitiun Coast to Coast solitario, fatto di splendide città, lunghi viaggi aerei e pullman sgangherati. Tra alti e bassi, si è trattato di un’esperienza stimolante e avventurosa, un patrimonio di sensazioni che sto ancora elaborando e che mi tengo stretto come un tesoro.

Nei precedenti post ho parlato dell’organizzazione del viaggio e ho descritto di qualche episodio in diretta dagli USA. Ora suddividerò il racconto nelle diverse tappe che mi hanno vista passare dalla East Coast alla West Coast, per un totale di due settimane di viaggio:

New York             5 giorni (2 post)

Las Vegas             3 giorni

San Francisco     3 giorni

Los Angeles          4 giorni

NEW YORK: da Times Square al Rockefeller Center

Era troppo per crederla vera; così complicata, immensa, insondabile.

E così bella, vista da lontano:

canyon d’ombra e di luce, scoppi di sole sulle facciate in cristallo,

e il crepuscolo rosa che incorona i grattacieli come ombre senza sfondo

drappeggiate su potenti abissi.

Jack Kerouak, On the Road

La Grande Mela mi accoglie in una rovente sera d’agosto, dopo il lungo volo dall’Italia con la British Airways. Il mio shuttle dal JFK percorre le strade del Queens intasate dal traffico, attraversa l’East River, inoltrandosi fino al cuore di Manhattan; in ultimo passa attraverso le luci scintillanti di Times Square, lasciandomi davanti al mio hotel, stordita e affaticata. La mattina dopo mi mescolo alla folla della piazza, nella vertigine abbagliante dei mega-schermi pubblicitari, tra grattacieli dalle cime infinite. Questo è il volto più emblematico dell’America moderna, ricca e consumistica; un volto impressionante e caotico, davanti al quale ci si sente soggiogati.

Giusto il tempo di una colazione al primo Starbucks che incontro, poi apro le danze gettando uno sguardo dall’alto sulla città; il mio itinerario di oggi l’ho già stabilito a tavolino prima di partire. Grazie a Google Maps, raggiungo a piedi il famoso Rockefeller Center, l’ennesimo luogo ad alta concentrazione di grattacieli di Manhattan. Al suo interno si trovano diversi uffici, negozi e luoghi ricreativi. Tra questi, il più appetitoso agli occhi dei turisti è certamente il Top of the Rock, dove sono diretta. Vi accedo grazie ad un rapidissimo ascensore, che mi porta in pochi secondi in cima al NBC Building. Le porte sia aprono ed eccomi qui, al famoso osservatorio con la città intera distesa ai miei piedi. Passeggiando tra le diverse terrazze panoramiche, il mio sguardo si perde sull’immenso profilo urbano; un fitta foresta d’argento si slancia verso l’alto, avvolta dalla nebbia. Spiccano il profilo inconfondibile dell’Empire State Building da una parte, e dall’altra la distesa verde di Central Park. Nonostante l’opprimente cappa di afa ed il jet lag, sento crescere il mio entusiasmo…sono a New York!

Neanche io sono domato, io pure sono intraducibile,

Emetto il mio grido barbarico sopra i tetti del mondo.

Walt Whitman, Il canto di me stesso

Ridiscesa a terra, mi dirigo alla Rockefeller Plaza: la piazza è una delle più note location natalizie della città, quando a dicembre si riveste di decorazioni scintillanti, con tanto di pista di pattinaggio e gigantesco albero di Natale. Io mi soffermo a sbirciare il grattacielo al numero 30; è all’interno di questo palazzo che Diego Rivera realizzò il suo discusso murales Man at the Crossroads (1934). L’artista era venuto dal Messico nel “paese dei Gringos” insieme a sua moglie Frida Kalho, e, pur di sostenere le sue idee, andò incontro alle ire del committente. Il miliardario Nelson Rockefeller, infatti, fece rimuovere la sua opera dal muro una volta finita, perché tra i vari personaggi rappresentati dal pittore figurava nientemeno che Lenin

NEW YORK: le emozioni del MoMA

L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.

Pablo Picasso

La giornata ideale per me è quella passata in un museo, possibilmente d’arte. Oggi sarà una di quelle giornate, e solo al pensiero mi sono già scrollata di dosso la stanchezza; dunque affretto il passo per recarmi dal Rockefeller Center fino al n.11 West 53rd St, dove mi aspettano i sei piani del MoMa.

Fondato nel 1929 da facoltosi collezionisti, il museo oggi possiede la collezione di arte moderna e contemporanea più vasta del mondo: 150.000 opere, tra arti figurative, fotografia, performances, architettura e design. Non è possibile visitarlo interamente in una sola giornata,  a meno che non si corra, quindi dovrò selezionare i livelli e le opere. Con il Rock MoMA, il biglietto combinato con il Top of the Rock, salto la fila e risparmio anche qualche dollaro.

Purtroppo il Museum of Modern Art è sempre affollatissimo, e tanto più lo è oggi, visto che si è messo a piovere; non mi perdo d’animo e corro subito al 5° piano dove si trovano alcuni dei maggiori capolavori dell’arte occidentale europea (1890-1940). La ressa si accalca soprattutto davanti a due meravigliose opere, dipinte tra Otto e Novecento: La notte stellata di Vincent van Gogh (1889) e Les Demoiselles d’Avignon  di Pablo Picasso (1907).

Camminare tra le sale di questo museo in effetti è come sfogliare un magnifico libro di storia dell’arte, che riflette con il variare di stili ed espressioni le vicissitudini del mondo: ecco le malinconiche gitane di Rousseau, le danze selvagge di Matisse, le bellezze esotiche di Gauguin. Dall’espressionismo tedesco al Surrealismo, le avanguardie storiche proseguono la narrazione visiva, che si spinge fino al periodo antecedente alla seconda guerra mondiale.

La visita è entusiasmante. Sono talmente rapita, da lasciarmi anche fotografare da una troupe che si aggira tra le sale del MoMA: firmando una liberatoria, ho concesso la riproduzione della mia immagine, per sempre o giù di lì…beninteso, un’inquietante immagine da jet lag, occhiaie e capelli da matta compresi, visto che non avevo trovato il phon in camera.

Rigenerata da una pausa pranzo al Terrace 5, il favoloso ristorante panoramico affacciato sul giardino delle sculture, proseguo la mia esplorazione raggiungendo il terzo piano, che ospita l’arte tra il 1940 e il 1980. Si tratta dell’ennesima carrellata di opere prestigiose, tra cui spiccano le scatolette di zuppa Campell’s di Warhol e la pittura gestuale di Pollock, ricca di aggressiva vitalità.

Uscita dal MoMA, il temporale riprende i suoi scrosci, inzuppandomi d’acqua. Correndo, passo davanti ad una chiesa e decido di entrare per ripararmi dalla pioggia. Si tratta della St.Thomas Church: nella penombra inizio a distinguere gli interni, è una favola neogotica in pieno Midtown! La sera riesco a trascinarmi fino ad Hell’s Kitchen, a due passi da Times Square.

La zona deve il suo nome pittoresco all’epoca in cui era un quartiere popolare, abitato da immigrati; ha mantenuto il fascino di un tempo, perdendo l’alone malfamato e arricchendosi di locali. Tra le sue strade oggi c’è l’imbarazzo della scelta quanto a ristoranti, bar e rosticcerie; io alla fine opto per lo stile accogliente e casereccio di Amy’s Bread.

NEW YORK: Central Park

La mattina seguente vengo graziata dal meteo, e, approfittando del sole, mi precipito a Central Park, armata di muffin ai mirtilli e del classico coffee to go. Il polmone verde di New York è un’ oasi di pace nel cuore della città, l’ideale per un picnic mattiniero. Ponticelli, laghi, prati e boschi sono stati distribuiti con maestria, creando un parco che è tutto fuor che monotono e prevedibile. E pensare che qui agli inizi del XIX secolo c’era solo una baraccopoli abitata da immigrati tedeschi, irlandesi e afroamericani. I poveretti furono sfrattati, le loro baracche distrutte e al loro posto fu creato un parco artificiale immenso, dove i newyorkesi perbene, con tanto di cilindro e bastone da passeggio, potessero venire a ritemprarsi.

Immortalato da romanzi e film, il Central Park resta uno dei luoghi preferiti sia per gli autoctoni e che per turisti, da esplorare a piedi, coi roller, in carrozza o in bici. Nonostante l’afflusso di gente, il parco è talmente grande che ciascuno può ricavarci un angolino solitario per godersi la natura, magari leggendo un buon libro, meditando o facendo yoga nel silenzio rotto solo dal canto degli uccellini.

Faccio tappa a Strawberry Fields Memorial, una vasta aerea dedicata al ricordo di John Lennon (1940-1980). Il cantante  fu ucciso da uno squilibrato davanti al suo appartamento nel Dakota Building, affacciato proprio su questo lato del parco. La vedova Yoko Ono ha voluto come fulcro del memoriale un mosaico con la scritta Imagine; il romanticismo purtroppo risente dalla rumorosa fila di turisti che aspettano di scattarsi una foto-ricordo inginocchiati sulla famosa scritta. Poco riescono a fare le note di un chitarrista che suona in un angolo in cerca di mance…altro che i Beatles!

Nonostante la piccola delusione, la mattinata prosegue gioiosa ed eccitante, mentre ammiro il susseguirsi di zone boscose e di prati su cui si distribuisce la fauna locale: ragazzi muscolosi che giocano a pallone o a frisbee, squadre di giovani runners che si allenano, mamme con passeggini, coppie di cani e padroni che si godono la passeggiatina quotidiana. E’ proprio vero che mi trovo qui insieme a loro?

NEW YORK: Harlem e la sua Renaissance

Verso mezzogiorno salto sulla metro, dopo aver comprato la tessera settimanale alla biglietteria automatica. Sono diretta a nord, nel famoso quartiere di Harlem, simbolo della comunità nera della città.

Ad attendermi c’è una visita guidata con New York Off Road; non si tratta di un agenzia di guide turistiche ufficiali, bensì un gruppo di giovani francesi,  espatriati da qualche anno nella Grande Mela, che propongono visite originali in città. Per me è un’occasione ghiotta, sia per socializzare che per rinfrescare il mio francese. Con la mail di conferma della visita, mi sono stati consigliati alcuni ristoranti e bar in zona, tra cui il Community Food & Juice.

Si è rivelato un ottimo suggerimento, perché in effetti è un locale molto gettonato e si va riempiendo in pochi minuti. Intorno a me vedo dispiegarsi in tutto il suo fascino la vita sociale newyorkese: i tratti somatici degli avventori rimandano alle etnie più diverse e, anche se lo stile della clientela in generale è piuttosto casual, noto subito un gruppo di ragazze dal look alla Sex and the City. Meno eccentriche di Carrie negli abiti, dimostrano lo stesso gusto in fatto di borse e scarpe: che meraviglia! Sospiro, gettando uno sguardo sconsolato sul mio squallido zaino ed i miei scarponi da trekking urbano…vorrà dire mi consolerò con il mio gustoso veggie sandwich all’avocado!

Nel pomeriggio incontro Audrey, la mia guida, ed il piccolo gruppo di turisti con cui esplorerò Harlem. Ci immergiamo subito nelle atmosfere uniche della Columbia University, dove hanno studiato, tra i tanti nomi noti, anche Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Barack Obama; il campus è un vero e propio villaggio autosufficiente con diversi edifici che forniscono agli studenti tutto ciò che occorre loro. Impossibile non invidiarli.. anche perché si parla di rette annuali elevatissime e, a meno che non siate graziati da una borsa di studio, qui ci metterete piede solo se appartenete ad una famiglia agiata.

Diamo un’occhiata anche alle sedi delle confraternite, situate in edifici ottocenteschi pieni di fascino; sono riconoscibili dalle lettere greche che spiccano sopra le porte. Mi chiedo se, dietro a queste facciate così antiche e maestose, avvengano scene da Animal House. Continuiamo a passeggiare per le strade di Harlem, mentre Audrey ci parla dell’epoca del proibizionismo, quando, la notte, dietro le porte degli speakeasies, esplodeva in segreto il ritmo del jazz.

Durante il cammino mi stupisco per la bellezza del quartiere: risalta l’architettura imponente delle chiese, numerosissime, e dei tradizionali edifici in brownstone. Alcuni dei palazzi più recenti invece sono decorati da murales; la street art è una delle più potenti voci di Harlem, espressione creativa di una comunità affiatata.

Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti.

Martin Luther King

Anche i nomi delle strade qui hanno una forte valenza simbolica, riportando ai tempi della battaglia per i diritti civili degli afroamericani, che proprio ad Harlem ha vissuto una pagina importante: da Malcom X Blvd  a Martin Luther King Jr.Blvd.

La tappa finale della visita è il celebre Apollo Theater, un locale dove si sono esibiti artisti entrati nel mito, come Ella Fitzgerald a Michael Jackson. Nel frattempo si sono fatte le sei e le strade si riempiono di gente appena uscita dal lavoro; fa uno strano effetto sentirsi per la prima volta la minoranza “diversa,” perché la popolazione qui è composta per la maggioranza da afroamericani.

La brutta fama del quartiere è ormai legata al passato ed oggi Harlem vive la sua seconda “Renaissance”, dopo quella degli anni 20’. Gli slum sono spariti e il quartiere è costellato di teatri, gallerie e ristoranti dalla cucina creativa, anche se la povertà è ancora diffusa in qualche zona. La sera, rientrata al mio hotel, ceno con i golosi cookies usciti da un forno di Harlem, Levain Bakery, consigliatoci da Audrey; pare siano i migliori della città.. e in effetti non deludono, ma le calorie fornite basterebbero a coprire il fabbisogno di un mese!

 

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