Keats-Shelley House, Roma

Fa un effetto strano lasciare l’eterna confusione di Piazza di Spagna per le atmosfere ovattate ed i silenzi della Keats-Shelley House.
Tra gli scaffali di legno traboccanti di manoscritti ed i tendaggi di velluto scarlatto, qui si respira un’aria particolare. I rumori del viavai di fuori giungono attutiti, come se una bolla proteggesse questo luogo dalla vita frenetica di tutti giorni. Il personale si compone di un paio di giovani inglesi e, se non fosse per il sole mediterraneo e caldo che si riverbera attraverso i vetri delle finestre, penserei di trovarmi in qualche nobile dimora del Regno Unito.

 

In questa casa si torna dolcemente al passato, il tempo sembra rallentare e la dimensione si fa poetica, incantata; c’è il sentore della rose lasciate essiccare tra i libri, di quiete stanze illuminate dai bagliori delle candele.
Il 21 ottobre 1820 il poeta John Keats giunse in Italia via mare, in compagnia dell’amico, il pittore Joseph Severn. La sua nave, partita dall’Inghilterra, aveva attraccato al porto di Napoli; dopo un decina di giorni passati lì in quarantena, una carrozza trasportò i due amici verso nord. Lentamente, percorsero le strade sconnesse e polverose d’Italia, diretti verso la città eterna.
Il poeta era molto malato all’epoca, e sarebbe morto di lì a pochi mesi; soffriva di tubercolosi, la stessa malattia che aveva ucciso la madre ed il fratello, per la quale i medici gli avevano raccomandato il clima mite del Belpaese.

La maschera mortuaria di Keats, Keats-Shelley House Roma
Giunti a Roma a metà novembre, Keats e Severn, trovarono alloggio nelle camere di quella che era chiamata “la piccola casa rossa”, al numero 26 di Piazza di Spagna, che affittarono dalla proprietaria, la Signora Anna Angeletti, per cinque scudi mensili.
Oggi questi spazi sono imbevuti della memoria del poeta e sulla casa, collocata in posizione spettacolare al fianco della scalinata di Trinità dei Monti, c’è una targa che ne ricorda solennemente la presenza; ma non è sempre stato così.

John Keats, William Hilton 1822
John Keats morì nel febbraio del 1821, appena venticinquenne, e venne sepolto nel Cimitero Acattolico di Roma. Tutti i mobili della sua stanza da letto, compresa la carta da parati, furono dati alle fiamme, così come prevedeva la legge dello Stato Pontificio, in caso di morte per tubercolosi.
Oggi possiamo osservare la ricostruzione della stanza di allora; l’unica parte originale rimasta intatta sembra essere il caminetto.
Per circa tre decenni di lui non si parlò più; era considerato un radicale ed in vita ricevette solo stroncature per le sue opere. Poi, nella seconda metà dell’Ottocento, a riscoprirlo furono i pittori Preraffaelliti, innamorati della “Belle dame sans merci”, che ispirò le femmes fatales di molte delle loro opere.

 

Di famiglia modesta, Keats fu l’unico dei grandi poeti romantici a non aver frequentato l’università. Aveva seguito solo qualche corso di farmacia e chirurgia, che all’epoca erano una sorta di tirocinio pratico per imparare mestieri considerati poco importanti.
Del suo amore per la bella Fanny Browne si è tracciato un quadro incantevole nel film di Jane Campion, Bright star.

Le lettere che lui le spedì, furono pubblicate una decina d’anni dopo la morte di Fanny, che le aveva conservate gelosamente per tutta la vita.

Fanny Browne.

Il loro fu un grande sentimento, ostacolato da parenti ed amici per la mancanza di denaro di lui e la frivolezza di lei. John, ad un certo punto, se ne andò in Italia, sapendo di non tornare..
Le sofferenze d’amore, la tisi, le morti precoci in famiglia: ognuna di queste esperienze aveva nutrito l’afflato poetico di Keats, che dalla fine dell’Ottocento entrò a far parte dell’Olimpo dei grandi scrittori inglesi.
Nel 1903 in Piazza di Spagna, nelle stanze della casa rossa alloggiavano due scrittrici americane. Si premuravano di far visitare la residenza a turisti e viaggiatori, che qui venivano a cercare il ricordo del poeta; l’ultima dimora di Keats infatti era già divenuta una tappa importante nel Grand Tour di aristocratici ed intellettuali.

Le donne erano in affitto e la casa stava letteralmente cadendo a pezzi. Avrebbero volentieri acquistato l’immobile per restaurarlo, se solo avessero avuto i fondi. Il sogno si sarebbe realizzato nel 1906, quando, grazie ad una associazione di benefattori americani ed inglesi, venne acquistata la casa. Il museo fu finalmente aperto, inaugurato del Re Vittorio Emanuele III nell’aprile del 1909.
All’interno della Keats-Shelley House, che comprende 4 sale, è allestita una sorta di enciclopedia del romanticismo; qui si trovano numerosi cimeli del poeta e di molti altri scrittori, quelli contemporanei a Keats, e anche quelli successivi, come Oscar Wilde, grande estimatore del poeta.
I dipinti, le sculture e gli oggetti del museo ricostruiscono il clima sentimentale di quegli anni, mentre la biblioteca contiene circa ottomila volumi, una preziosissima ed accurata collezione di autori romantici.

Biblioteca Keats-Shelley House, Roma

La sala principale è un vasto ambiente che, all’epoca del poeta, era diviso sotto l’arco della porta da una tenda, utilizzata per separare gli ambienti dei pensionanti da quelli occupati dalla proprietaria.
Alcuni oggetti esposti sono personali e nostalgici, altri sono quasi impressionanti. In un antico reliquiario d’argento si conservano ciocche di capelli di John Milton e E. Barret Browning; in esposizione ci sono molti ricordi di un altro gigante della letteratura inglese, Lord Byron, che visse a lungo in Italia. Sarebbe morto anche lui giovane, quando, dopo essere partito per combattere a fianco degli indipendentisti in Grecia, fu colpito da febbri reumatiche nel 1824. Infine ci sono reperti piuttosto macabri, come quello contenuto in un urna d’alabastro, un frammento della mascella di Percey Shelley.
Quest’ultimo è un personaggio importante per la casa, dato che essa è intitolata anche a lui. Grande poeta romantico, aveva dedicato a Keats un’elegia funebre, dopo la sua dipartita. La morte lo colse giovane, in un modo decisamente consono alle atmosfere dell’epoca: finì annegato misteriosamente in mare, a largo di La Spezia nel 1822. Il corpo di Shelley fu bruciato sulla spiaggia di Viareggio e le sue ceneri sepolte al Cimitero Acattolico di Roma, dove riposa anche John Keats.

Il nome di Shelley è celebre anche per un’altro motivo: fu il marito di una grandissima scrittrice, quella Mary che, sposandolo, aveva preso il suo cognome e che scrisse un opera visionaria e terrificante, durante un tempestoso soggiorno sul lago di Ginevra. La intitolò Frankenstein.

Passeggiando per le sale del museo, ci si sente attorniati dai fantasmi di poeti e scrittori; ma questo posto non vuole essere solo un mausoleo di ricordi e per questo si organizzano anche interessanti letture ed eventi sul tema del romanticismo.


L’unicità del Museo Keats-Shelley risiede anche nel fatto che custodisce una memoria particolare: quella degli inglesi che visitarono ed amarono il Belpaese, sin dal XVII secolo. Erano talmente tanti i viaggiatori britannici che soggiornavano nella zona attorno a Piazza di Spagna, ancora tra Otto e Novecento,che ad un certo punto, si iniziò a chiamarla “Il ghetto inglese”. Lasciavano una grigia Gran Bretagna, lanciata in quegli anni verso il progresso, per le atmosfere rustiche e all’antica di un’Italia da cartolina, povera, ma ancora bella e genuina.

 

Uscita da questo luogo magico, ho voluto mantenere ancora per un po’ di tempo, quell’atmosfera classica e british, che mi ha avvolta durante la visita. Allora percorro gli stessi passi dei viaggiatori di cento anni fa, scendendo le scale del palazzo ed uscendo in piazza. Sfuggo subito alla luce accecante ed al caos, per entrare nell’edificio che si trova dall’altra parte della scalinata, nella vicina sala da tè Babington’s, fondata nel 1893 da due signorine inglesi di buona famiglia.

Babingon's Questo elegante locale divenne subito un punto di riferimento per la comunità anglosassone a Roma, tramandandosi di generazione in generazione. Oggi Babington’s conserva quell’aria inglese e raffinata, che riecheggia delle atmosfere romanzesche in stile Casa Howard. Anch’io, come gli illustri visitatori dei primi del Novecento, dopo la mia visita in casa Keats, sorseggio un ottimo tè, anzi, il migliore mai bevuto, leggendo qualche strofa del poeta.
L’Ode all’autunno, mi parla di un uomo consapevole del poco tempo che gli rimane. Accetta il suo destino, farà parte dell’eterno, incessante rinnovarsi delle natura e della vita.
Sulla sua lapide, situata all’ombra della Piramide dei Caio Cestio, sono incise parole toccanti, che lui stesso aveva scelto: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua.”

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