Le Muse elettriche: la Centrale Montemartini di Roma

Tra le muse di Montemartini

Cosa ci fa la musa Polimnia, leggiadra ispiratrice del canto poetico, nel locale caldaie di una vecchia centrale elettrica? Ha lo sguardo perso nel vuoto, davanti a sé: bellissima adolescente greca, si appoggia mollemente ad un parapetto, mentre fissa l’orizzonte del mare.
Figlia di Zeus e Mnemosyne, la fanciulla è riemersa dalla viscere della terra nel 1928, tra le rovine della villa dell’imperatore Licinio Gallieno a Roma. E’entrata a far parte, insieme ad un corteo di suoi simili, delle collezioni del Musei Capitolini ed è esposta dal 1997 nella sede della Centrale elettrica Montemartini.

Questo luogo ha un fascino particolare, giocato sui toni della surrealtà e dell’onirico; mi fa pensare alle atmosfere metafisiche e sospese dei quadri di De Chirico. Sembra che, per qualche strano scherzo del destino, la dimensione spazio-tempo qui sia stata lacerata, fino a confondere i mondi e le epoche: una realtà impazzita ed alternativa, dove le antiche divinità greche riposano quiete di fronte alle macchine vapore e ai motori diesel dei primi del Novecento.

L’audace operazione di archeologia industriale e riconversione museale è riuscita in modo fantastico, creando un mix modernissimo ed elegante tra le macchine e le sculture.
Tutto qui si spende sul filo dei contrasti: tra le morbide curve delle statue e la rigida austerità dei motori, tra i chiarori dei marmi e le superfici cineree della centrale.
Come già avvenuto con l’esperimento della Tate Modern di Londra, anche qui si è passati da una centrale elettrica ad un tempio della cultura.

 

L’impianto di Montemartini nacque sulla via Ostiense attorno ai primi del Novecento. I locali sono ancora intrisi del clima di quel periodo storico: siamo negli anni delle macchine a vapore, delle navi grandiose ed inaffondabili e delle fabbriche imponenti come basiliche. Era la faccia che il futuro aveva a quei tempi, un volto vigoroso e monumentale.
La centrale, primo impianto pubblico per la produzione di elettricità, fu intitolata a Giovanni Montemartini, che era stato assessore al Tecnologico, e collocata tra la sponda sinistra del Tevere ed i mercati generali; la zona era vicino all’acqua per sfruttarne l’energia, e fuori dalla cinta daziale, per evitare le tasse sui combustibili.
Nel 1933 fu Benito Mussolini ad inaugurare i due immensi motori diesel da 7500 cavalli a vapore, che si trovano ancora oggi nella Sala Macchine.
Dopo mezzo secolo l’impianto divenne desueto e nel 1963 iniziò la graduale cessazione delle attività: era la fine di un’epoca.
Fuori la centrale mostra ancora il suo raffinato volto liberty, con una facciata solenne, arricchita da una scalinata sfarzosa che conduce al primo piano.

Le collezioni

Tutte le bellissime sculture che sono esposte all’interno sono state ritrovate casualmente, tornate alla luce dal sottosuolo di Roma. Molte di loro provengono in paesi esotici, come l’Egitto o la Grecia, testimonianza del collezionismo ricco e variegato dei romani facoltosi che li acquistarono. L’allestimento ha voluto sottolineare  i momenti ed i luoghi della storia romana, per cui le opere sono state suddivise in base ai periodi storici ed ai siti in cui sono state ritrovate.
Al pianterreno si inizia la visita nella Sala Colonne, partendo dalle origini di Roma e della Repubblica. L’atmosfera è crepuscolare, creata ad arte con il colore giallo-grigio delle pareti e con un’illuminazione fioca, che disegna lunghe ombre dietro le sculture e ne scolpisce i modellati.
In questo ambiente misterioso e dal soffitto basso mi trovo davanti ai reperti più antichi della romanità, emersi in zone che in quel periodo erano periferiche, come il Foro Boario. L’antico sepolcreto, ritrovato nel XIX secolo sull’Esquilino, mostra la ricchezza dei corredi funerari.

Togato Barberini, I sec. a. C., Sala Colonne, Centrale Montemartini, Roma
Mi colpiscono soprattutto i ritratti della Roma repubblicana, tanto realistici da mettere quasi a disagio; ad esempio l’impressionante Togato Barberini, che mostra le teste dei suoi antenati, in un moto d’orgoglio d’appartenenza alla sua gens.

Quando lascio il pianoterra, salendo i gradini della scala interna, passo da un ambiente in penombra e un po’ opprimente alla rivelazione radiosa della Sala Macchine: lo spazio d’un tratto si fa immenso, ricco di luce e d’aria, in una visione monumentale che mi fa pensare ad una grandiosa cattedrale laica.
Su di una lunga navata penetrano i raggi del sole attraverso le vetrate delle grandi finestre. E’ stata una scelta azzeccata quella di utilizzare lo spazio così, lasciando le grandi macchine nella centrale e disponendo tutt’intorno le sculture. Qui il colore predominante è un azzurro venato di grigio, ideale per legare il chiarore dei marmi e la tonalità scura delle macchine, attenuandone il contrasto. Cammino fra le fila di corpi marmorei, sentendomi quasi osservata, come se la dinamica tra me e le collezioni si fosse invertita.
Qui i reperti appartengono al periodo imperiale, al centro monumentale di Roma, ed
i personaggi raffigurati sono tutti mitologici, divinità ed eroi.

Una serie di teste si dispone in ordine davanti alle macchine: queste parti venivano staccate perché era più facile trasportarle e venderle ai collezionisti, rispetto ad una scultura intera.
In fondo alla Sala Macchine risalta, su di un piano rialzato, l’insieme maestoso di diverse sculture antropomorfe. Ritraggono le varie scene dell’Amazzonomachia, la leggendaria lotta tra Teseo ed Ercole con le Amazzoni.
Si tratta di sculture originali provenienti dalla Grecia del V sec. a.c., che vennero portate a Roma e posizionate, quattro secoli dopo la loro creazione, davanti al tempio di Apollo Sosiano.

Nella Sala Caldaie si cambia ancora colore e si passa al verde, visto che si espongono opere che si trovavano nei giardini; anche la loro disposizione, più disordinata e sparsa, riflette questa origine. Questi pezzi si trovavano in luoghi incantevoli, come i famosi Horti sallustiani o quelli liciani, vaste terrazze verdeggianti, che attorniavano le domus dei cittadini romani più abbienti. Ecco qui la bella musa Polimnia, di cui ho parlato all’inizio, copia di un originale dell’età ellenistica. Molti collezionisti facevano riprodurre le opere greche, secondo una concezione dell’arte e del suo commercio diversa da quella attuale.
Polimnia colpisce l’immaginazione dell’osservatore e lo trasporta lontano, verso altri mondi ed altre epoche; così come questo luogo, in grado di sedurre coi suoi vividi contrasti e con un senso nuovo di bellezza e meraviglia, che difficilmente si può dimenticare.

 

 

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