La leggenda di Teodorico

Egli infesta Ravenna, camminando a gran passi lungo le navate delle basiliche, cavalcando sotto la luna piena per i canali delle sue paludi.

Ravenna and Her Ghosts , 1894 Vernon Lee

C’è un monumento a Ravenna, che è diverso da tutti gli altri. Entrando in città da est, attraverso la via Baiona che dalla costa si dirige verso l’entroterra, si arriva in via delle Industrie; qui, d’un tratto, sulla destra si apre lo sfondo verde ed arioso del parco. In questo spiazzo morbido, ricoperto di prato e qualche metro al di sotto del livello della strada, appare una possente mole di pietra d’Istria: è il Mausoleo di Teodorico, massiccio e cupo come il gigantesco elmo di un soldato.
La fama di Ravenna è legata sopratutto alle sue basiliche, celebri per la fodera scintillante dei mosaici; dal fasto dei monumenti bizantini si distingue questo edificio maestoso, intriso di forza barbarica e somigliante, per la sua imponenza e la forma circolare, al Mausoleo di Cecilia Metella a Roma.

Guardandolo, la mia mente ritorna subito indietro, ai ricordi dell’infanzia. Da piccola avevo infatti un incubo ricorrente: sognavo di un terribile cavaliere in groppa ad un destriero infernale. Indossava sul torso nudo solo un lungo mantello, che sventolava indietro per la corsa, mentre il suo cavallo nero schiumava dalla bocca, gli occhi iniettati di sangue. Il truce cavaliere era Teodorico (454 d.C.-526 d.C) il re degli Ostrogoti: spaventoso quanto un demone, si slanciava alla forsennata caccia di un cervo, precipitando infine dentro al vulcano di Lipari, in un violento crepitio di fuoco e cenere.

La poesia di Giosuè Carducci, intitolata per l’appunto “La leggenda di Teodorico”, l’avevo studiata a scuola e mi aveva colpito tantissimo; scorrendo tra le righe, con la mia fantasia avevo visto la scena proprio come fossi stata al cinema, una sequenza dietro l’altra. La stessa trama del mio sogno è scolpita sulla porta regia della Basilica di San Zeno a Verona, col particolare che qui Teodorico corre incontro ad un vero e proprio demonio.Tenebrosa Romagna, 2014, Eraldo Baldini

Eraldo Baldini, nel suo bellissimo libro “Tenebrosa Romagna” , ricollega la leggenda della caccia infernale di Teodorico ai miti delle masnade demoniache molto diffusi nel Medioevo, veri e propri eserciti di morti che vagavano qua e là; insomma, una sorta di The Walking dead ante-litteram..
Secondo un’altro racconto dalle tinte dark, il re ostrogoto morì colpito dalla  folgore divina a causa dei suoi delitti, mentre si faceva il bagno nella vasca di porfido scarlatto del suo Mausoleo, come gli avevano predetto. Sembra che l’edificio, così massiccio e resistente,  fosse stato costruito appositamente per difendere il re dalla maledizione. Ma non funzionò: del fulmine resterebbe tutt’ora una traccia vivida nella fenditura che corre lungo cupola dell’edificio. C’era sempre una fine spettacolare e mitica, per questo barbaro venuto da lontano.
Non sono stata la sola ravennate, ad aver paura di Teodorico. Il suo mito, o meglio il suo spettro, si annida ancora tra i ciottoli, ai bordi delle strade, lungo le mura antiche delle chiese; per secoli il suo fantasma è venuto ad infestare le vie e i palazzi della città.

Tutte le notti quando corso Garibaldi è più deserto, il fragore di un carro rimbomba sull’acciottolato e fa tremare le vetrate. E’ Re Teodorico che rientra per Porta Serrata in Ravenna.

Ravenna, 1921, Tommaso Nediani

Dopo la sua morte si verificarono nella zona prodigi e avvenimenti d’ogni genere, come parti mostruosi, passaggi di comete ed aurore boreali: il finimondo, o quasi. Le ombre di questi racconti hanno attraversato i secoli fino ad un’epoca recente.
In realtà tutte queste leggende paurose affondano le radici nelle cattive dicerie, messe in giro dalle gerarchie cattoliche: un’autentica operazione di damnatio memoriae, messa in atto dopo la morte di Teodorico.

Lui era stato, tutto sommato, un bravo re, considerata anche l’epoca in cui visse; certo dobbiamo escludere l’ultimo periodo, quando, in preda alla paranoia e nel clima di sospetto della corte, aveva fatto rinchiudere ed uccidere diversi innocenti, come il filosofo romano Severino Boezio (480 d.C.- 526 d.C).

Un regno breve, quello ostrogoto, ma intenso, tanto da lasciare una traccia indelebile nell’immaginario popolare, arrivata intatta fino ad oggi.
Personaggio inquieto dalle mille facce, Teodorico discendeva da un’antica stirpe nobile, gli Amali, ed era originario dalla Pannonia, l’odierna Ungheria; aveva un certa cultura, grazie agli anni della prigionia dorata a Costantinopoli, alla cui corte era stato inviato come ostaggio da ragazzo.
Spedito dall’Imperatore d’Oriente Zenone a scacciare Odoacre, re degli Eruli, da Ravenna, s’installò al governo del primo vero regno romano-barbarico in territorio italiano, con capitale Ravenna, dal 493 al 526, anno della sua morte.

I goti erano di religione ariana, e si costruirono in città  chiese e palazzi in un quartiere separato, per  una serena convivenza con la popolazione locale cattolica. I nomi esotici di certe strade evocano ancora quei tempi lontani: circonvallazione Rotonda dei goti, via Teodorico, via Amalasunta. Quest’ultima era l’unica figlia di Teodorico e finirà strangolata per un complotto di corte, sul lago di Bolsena dov’era stata relegata dal marito.. anche questa una storia misteriosa, in bilico tra soap opera e thriller.

Poco altro rimane di quell’epoca, oltre al poderoso Mausoleo. Un paio di edifici superstiti, ma molto cambiati nel tempo, sono il Battistero degli Ariani e  la Basilica di S.Apollinare Nuovo, un tempo chiesa di corte ostrogota. Entrambi poi furono riconvertiti dai bizantini, che da ariani li trasformarono in cattolici. In particolare nella chiesa i mosaici degli interni furono modificati per adattarsi al nuovo culto. Come spettri che cercano di tornare in vita, qualche traccia di dita e gambe  dei personaggi ostrogoti emerge ancora tra le colonne del Palatium ravennate, raffigurato nei mosaici della navata;  per il resto gli individui furono cancellati dalle mani impietose dei mosaicisti. Le scene cristologiche, funzionando bene sia per gli ariani che per i cristiani, invece, sono state lasciate intatte: sono il corredo musivo relativo al Nuovo Testamento più antico del mondo.

Giustiniano o Teoderico

Un ritratto, in un angolo buio della controfacciata della chiesa, ci restituisce forse i tratti originali del volto del re: poi trasformato, con le insegne di potere bizantine, in Giustiniano, il nuovo imperatore di quello che continuava a definirsi Impero romano.

Il cosiddetto Palazzo di Teodorico, invece, è una rovina  pittoresca situata in via di Roma, all’angolo con via Alberoni. Ancora nell’Ottocento era un pot -pourri, popolato di casupole e locande; tutti coloro che vi abitavano, concordavano nel raccontare che, scesa la notte, Teodorico tornasse ad aggirarsi nel suo Palazzo.
Oggi  la maggioranza degli studiosi lo considera un posto di guardia per il palazzo degli esarchi, di epoca posteriore (VII-VIII sec.). Io però preferisco continuare a vederlo nelle sue antiche vesti teodericiane, ne ha tutta l’aria.

Ma il luogo in cui si percepisce maggiormente lo spirito indomito del re è il suo Mausoleo, che lui fece erigere nel sepolcreto ariano attorno all’anno 520. Voleva trovare riposo eterno, sepolto nella vasca di porfido che ancora oggi si trova al primo piano dell’edificio. Il mausoleo fu coperto da un unica calotta di pietra, un incredibile monolite di 230 tonnellate: tutt’ora si discute sul modo in cui fu trasportata via mare dall’Istria e collocata sulla sommità della costruzione.
Il sonno del re fu interrotto presto, quando, nel 540, i bizantini presero possesso della città e ne oltraggiarono la tomba, disperdendone i resti.
Con gli anni il Mausoleo cambiò faccia e divenne addirittura una chiesa. Col passar dei secoli s’interrò e fu riportato alla luce nel XVIII secolo. Oggi accoglie pazientemente i visitatori, silenzioso ed imponente, memoria incancellabile degli anni della splendida barbarie ravennate.

Ecco Lipari, la reggia
di Vulcano ardua che fuma
e tra i bòmbiti lampeggia
de l’ardor che la consuma:
Quivi giunto il caval nero
Contro il ciel forte springò
Annitrendo; e il cavaliero

Nel cratere inabissò.

dalla poesia di G.Carducci “La leggenda di Teodorico”, Rime nuove (1887)

4 commenti

  1. Pagina web molto interessante! Chiedo una cortesia, se possibile: da quale libro di Tommaso Tediani è stata estratta la seguente frase? Molte grazie P.Equisetto

    “Tutte le notti quando corso Garibaldi è più deserto, il fragore di un carro rimbomba sull’acciottolato e fa tremare le vetrate. E’ Re Teodorico che rientra per Porta Serrata in Ravenna.”
    Ravenna, 1921, Tommaso Nediani

    1. Ciao, sono contenta che l’argomento abbia suscitato il tuo interesse! Per l’articolo mi sono documentata soprattutto sui testi di Eraldo Baldini, che contenevano molte citazioni: Tenebrosa Romagna e I misteri di Ravenna (Editore il Ponte Vecchio), presi in biblioteca. La citazione di cui mi parli appare nel primo testo e penso provenga da “Ravenna. Città e terre mistiche” T. Nediani 1921. Non sono super-certa perché ora non ho sottomano i libri consultati! In ogni caso, ti consiglio di leggere gli eccellenti testi di Baldini che ti ho segnalato, buona lettura!

  2. Alberto Mattioli dice: Rispondi

    Fin da bambino mi raccontavano che dal Palazzo di Teodorico partiva un tunnel sotterraneo che arrivava fino al Mausoleo e serviva come via di fuga all’Imperatore.

    1. La figura storica di Teodorico ha generato un caleidoscopio di leggende, tramandate di generazione in generazione: specchio fedele del segno lasciato nell’immaginario popolare. Anche il tuo interessante ricordo lo dimostra, restituendoci l’immagine di un re inquieto, perseguitato da malasorte e cospiratori, sempre pronto alla fuga.

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