Se questo è un uomo: ad Auschwitz con Primo Levi

Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947 da una piccola casa editrice e più tardi dalla Einaudi, è un’impressionante testimonianza delle atrocità commesse dai nazisti nel campo di concentramento di Auschwitz. A narrare è la voce essenziale ed intensa di Primo Levi (1919-1987), che riporta degli avvenimenti vissuti in prima persona nel 1943-45.

Diventato un classico, diversi anni dopo la sua pubblicazione il libro verrà inserito nei programmi scolastici. Io l’ho letto da ragazzina e più volte ho ripreso in mano questo testo da adulta; l’ultima è stata prima di partire per Cracovia, dove ho partecipato ad un’escursione organizzata per visitare Auschwitz.

Il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau si trova in Polonia ad Oświęcim (nome polacco di Auschwitz), nella regione sud occidentale dell’Alta Slesia, raggiungibile in un’ora di viaggio da Cracovia.

L’Unesco ne ha riconosciuto l’importanza, inserendo nel 1979 il sito del campo nella sua lista di patrimoni dell’umanità da proteggere; solo nel 2015 ci sono stati 1,72 milioni di visitatori.

Ho già visitato, anni fa, il campo di Dachau in Germania, il primo costruito dai nazisti, dove non è rimasta che l’impronta sbiadita della tragedia. Qui, al contrario, si può toccare con mano ciò che è stato.

Auschwitz è un luogo vastissimo e si struttura in tre parti diverse, raggiungibili con delle navette: Auschwitz I, Auschwitz II  (Birkenau) e Auschwitz III (Monowitz;) solo le prime due sono visitabili.

Birkenau,1944

Catturato dalla milizia fascista nel dicembre del 1943, Primo Levi era un ventiquattrenne ebreo, arruolato da poco in un piccolo gruppetto di partigiani; dopo l’arresto fu mandato al campo di Fossoli, in provincia di Modena, centro di smistamento dei prigionieri.

Di qui su un treno simile ad un carro bestiame, stretto tra centinaia di altri prigionieri e spaventato a morte, raggiunse Auschwitz agli inizi del 1944.

Un vagone di quelle vetture della morte è stato riportato al campo e collocato sui binari. Si tratta di uno dei pochi superstiti, ritrovato da un ex-prigioniero ungherese, che era stato deportato ad Auschwitz con suo padre. Il vagone è stato lasciato sui binari nel punto in cui il padre fu fucilato, appena sceso dal mezzo. 

La portiera fu aperta con fragore… ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori. In quei pochi minuti le SS procedettero con le selezioni, chi era adatto al lavoro e chi no.”

All’arrivo di Primo Levi nel febbraio 1944, come mi spiega la mia guida del campo, la costruzione dei binari non era ancora terminata; oggi si vede la strada ferrata insinuarsi come una freccia di piombo all’interno del campo. Il suo treno si fermò invece davanti all’ingresso e lui dovette raggiungere a piedi la zona delle selezioni.

 Primo Levi era arrivato a Birkenau, il vero e proprio campo di sterminio; fu costruito più tardi rispetto ad Auschwitz I, che risaliva al 1940, quando gli occupanti tedeschi lo resero operativo, riutilizzando caserme polacche già esistenti.

Intorno al 1941-42 le autorità naziste decisero di aggiungere al primo campo il nuovo e più ampio spazio di Birkenau per eliminare ebrei, rom e altri nemici del nazismo, con maggior precisione ed efficienza. Qui fu realizzato il più gran numero di uccisioni. Le selezioni avvenivano appena più avanti della zona della torretta d’ingresso.

Zona delle Selezioni, Birkenau

Davanti alla baracca dell’amministrazione delle SS, oggi ancora in piedi, il medico delle SS divideva in due gruppi i prigionieri, stabilendo in qualche secondo e con un cenno della mano, la vita o morte di una persona; un’immagine fotografica dell’epoca ricorda quei momenti.

Chi non era selezionato per i lavori, veniva subito destinato
alle camere a gas, come riporta Levi, riferendosi al destino di molte persone che avevano viaggiato con lui, in quella notte gelida.

In meno di 10 minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente.”

Le camere a gas di Birkenau sono state fatte saltare in aria dei tedeschi in ritirata alla fine della guerra.  Per entrarci si scendeva una scaletta e si raggiungeva un primo ambiente sotterraneo, una sorta di spogliatoio, dove si lasciavano i vestiti; poi si giungeva nella vera e propria camera a gas. Al campo sono state lasciate le rovine di quelle stanze, mentre ad Auschwitz I è conservata una camera intatta. 

Dal tetto le SS armeggiavano con le scatole di Zyklon B, inserendole in appositi fori e ruotandole per aprirle ed azionarle. Dall’alto scendeva sui prigionieri una pioggia di ghiaia azzurra che, a contatto con l’aria, sprigionava il gas letale.

Ci voleva fino a mezz’ora per morire; la camera era sovraffollata, i prigionieri accatastati gli uni sugli altri. Per evitare si sentissero le loro grida, le camere di Birkenau erano state costruite sottoterra. Un gruppo di prigionieri del campo, che viveva separato dagli altri, si occupava di trasportare i resti ai forni per l’incenerimento. Solo per un breve periodo: poi anche loro subivano la stessa sorte ed un altro gruppo di prigionieri li sostituiva.

 Tra le rovine dei crematori I e II a Birkenau si trova il Monumento internazionale alle vittime del nazifascismo, del 1967.

Primo Levi, giudicato abile al lavoro, in quella stessa notte venne fatto salire su di un autocarro ed in una ventina di minuti raggiunse Monowitz, che purtroppo oggi non è visitabile.

“Poi l’autocarro si è fermato e si è vista una grande porta,  e sopra una scritta  vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni) ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi”

Oggi quella scritta si trova sul cancello all’ingresso di Auschwitz I ed è da questo punto che si comincia di solito la visita. I caratteri non sono quelli originali; dopo il furto del 2009, la vera scritta, recuperata e restaurata, oggi è custodita negli archivi.

Questo  campo è un campo di lavoro, in tedesco si dice Arbeitslager; tutti i prigionieri  (sono circa diecimila) lavorano ad una fabbrica di gomma che si chiama la Buna, perciò il campo stesso si chiama Buna.”

Dopo essere sceso dal camion viene operata la sua trasformazione: rasatura di barba e capelli, doccia  e divisa a righe.

Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere sé stesso.”

“Haftling: ho imparato che io sono un Haftling. Il mio nome è 174.517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro.”

I prigionieri dopo essere stati sradicati con violenza dalle loro vite, venivano privati di quel poco che gli apparteneva e che avevano portato con sé.

Levi, come gli altri detenuti, smise di essere una persona, un uomo, per diventare un numero. Ora viveva nel cosmo del Lager, un ambiente allucinante, con le proprie caste e le proprie regole, che bisognava imparare bene e velocemente; pena, la morte.

Questo nostro Lager è un quadrato di circa seicento metri di lato, circondato da due reticolati di filo spinato, il più interno dei quali è percorso da una corrente ad alta tensione. E’ costituito da  sessanta baracche in legno, che qui  si chiamano Blocks.

Il piazzale dell’adunanza di Auschwitz I, teatro di scene drammatiche, mostra ancora i pali delle impiccagioni e la torretta in legno della guardia delle SS.

“In mezzo al Lager è la piazza dell’Appello, vastissima dove ci si raduna il mattino per costruire le squadre di lavoro, e alla sera per venire contati. Di fronte alla piazza dell’Appello c’è un aiuola all’erba accuratamente rasa, dove si montano le forche quando occorre”

 Torretta delle SS nel piazzale dell'adunanza, Auschwitz

La vita nel campo sarà costellata di sofferenze atroci: lavoro durissimo in condizioni spietate, sporcizia, violenze quotidiane e notti piene di un sonno cupo e leggero.

Il mattino  si iniziava la giornata con la musica e la si chiudeva nello stesso modo.  Al campo di Auschwitz I c’è ancora la baracca davanti alla quale suonava funerea l’orchestra, subito a destra dell’ingresso.

“Una fanfara comincia a suonare, accanto alla porta del campo: suona Rosamunda, la bene nota canzone sentimentale, e questo ci appare talmente strano che ci guardiamo l’un l’altro sogghignando.”

I tedeschi usavano le melodie per dare il ritmo alla marcia dei prigionieri.

Nel campi di Auschwitz I  e II posso vedere le diverse sistemazioni per i prigionieri: i Blocks in muratura del primo campo e le baracche in legno o muratura del secondo. Il campo di Birkenau ospitava anche le donne ed era suddiviso in due parti, quella maschile e quella femminile. Le baracche delle donne sono quelle meglio conservate, perché in muratura.

Interni di una baracca feminile, Birkenau

“L’altro locale è il dormitorio; non vi sono che centoquarantotto cuccette a tre piani, disposte fittamente come celle di alveare, in modo da utilizzare senza residui tutta la cubatura del vano”

“Il lavatoio  è un locale poco invitante. E’ male  illuminato, pieno di correnti d’aria e il pavimento di mattoni è coperto da uno strato di fanghiglia; l’acqua non è potabile, ha un odore disgustoso e  spesso manca per molte ore

Latrine Auschwitz I

Levi si ammalerà presto e, dopo un soggiorno in infermeria, detta Ka-Be, sarà destinato, grazie alla sua laurea in chimica,  a fare l’operaio specializzato al laboratorio della Buna, dove si produce gomma sintetica.

Grazie a questo e ad altre coincidenze fortunate (tra cui il fatto di parlare un po’ il tedesco) il chimico riuscì a sopravvivere, godendo di migliori condizioni di vita rispetto agli altri prigionieri, seppur sempre misere e drammatiche. Nel 1945 scampò alla marcia di evacuazione del campo, perché si era ammalato di scarlattina e fu ricoverato nuovamente nell’infermeria.

Lavatoio, Auschwitz I

Fu uno dei primi prigionieri ad avvistare i russi, che giunti a liberare Auschwitz nel gennaio del 1945, mentre portava un compagno morto fuori dalla baracca, sulla neve.

I russi arrivarono mentre Charles ed io  portavamo Somogyi poco lontano. Era molto leggero. Rovesciammo la barella sulla neve grigia.”

Nel suo romanzo successivo, La Tregua (1963), lo scrittore ci delinea un breve ritratto dei liberatori:

“Erano  quattro giovani  soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori  imbracciati, lungo la strada che conduceva al campo”

Nella Tregua Levi descriverà le peripezie del suo lungo ritorno a casa da Auschwitz, attraverso Polonia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Ungheria, Germania ed Austria.

La prima tappa dopo Auschwitz fu Cracovia, dove giunse con il “greco”, un’altro ex-prigioniero.

La mensa dei poveri era dunque dietro alla cattedrale: restava da stabilire quale, fra le molte e belle chiese di Cracovia,  fosse la cattedrale.

Era ancora lunga la strada verso casa, a questo punto. Dopo un viaggio travagliato, durato diversi mesi, Levi tornò finalmente a Torino, ma i fantasmi di Auschwitz non lo abbandonarono. Si suicidò molti anni dopo, nel 1987,  gettandosi dalla tromba delle scale della sua casa.

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