La donna che stregò Gustav Klimt

E’ il 3 dicembre del 1903, le strade di Ravenna brillano sotto il sole, ancora bagnate della pioggia caduta la notte prima.

Un bell’uomo, la barba arruffata e un paio d’intensi occhi scuri, entra nell’antica basilica di San Vitale. Si dirige di fronte all’abside, lo sguardo acuto ed indagatore puntato in alto, verso destra. La luce che penetra dalle finestre d’alabastro avvolge i mosaici, saturandone le sfumature calde.

L’oro riluce come in una fiamma, il verde si accende di un impeto nuovo; la preziosità del mosaico risplende maestosa davanti allo spettatore, con il bagliore accecante di una rivelazione.

Ecco quello che l’artista cercava da sempre: l’oro, il mistero, il lusso.

Queste suggestioni s’imprimeranno a fondo nella mente di Gustav Klimt (1862-1918). Figlio di un orafo, il pittore durante il suo viaggio in Italia trovò nei mosaici ravennati e veneziani quell’epifania cui aspirava da tempo, che rafforzò le sue tendenze verso l’astrazione e la preziosità dei materiali. In particolare, le sue eroine arcaiche e fatali, rivestite di ori e della preziosità delle pietre, dovranno molto proprio a lei, l’imperatrice Teodora di San Vitale.

Gustav Klimt

L’enigmatica figura si trova da secoli in una basilica dalle proporzioni massicce, l’unica, tra le chiese ravennati, a non avere il classico impianto longitudinale.

 Imbevuta di uno stile palesemente orientale, San Vitale si sviluppa intorno ad un ottagono, un elemento geometrico e numerologico carico di simbolismi e sacralità. Eretta nel VI secolo d.c., tra le sue mura si nasconde una storia favolosa ed intrigante, narrata tra lo splendore gemmeo dei mosaici: quella di una donna venuta dal basso e salita ad una gloria immortale.

Entrando, subito lo spazio appare dilatato ed immateriale, atmosfere impalpabili e misteriose subentrano alla dimensione tangibile degli esterni, sfumando i contorni delle cose. Immersa nella penombra mistica della chiesa, seguo il labirinto circolare del pavimento, fino a che non mi appare, proprio come a Klimt più di un secolo fa, il corredo musivo che riveste la zona dell’abside. Le magnifiche scene che mi trovo davanti hanno più di 1500 anni.

Ai lati dell’apparizione celeste raffigurata nel catino, ritrovo presenze ormai familiari.

Eccoli lì, a fronteggiarsi da secoli, l’Imperatore Giustiniano e la Basilissa Teodora con i loro cortei. Non si conosce il nome dell’autore che li rappresentò, anche se questo è di certo uno dei capolavori più splendenti del primo millennio cristiano.

Teodora S.Vitale

Ad attirare gli sguardi è lei, la donna rivestita dei simboli del potere e del fasto, algida icona dell’antichità. Teodora fissa lo sguardo in avanti, coi suoi occhi enormi e sgranati, tipici dell’arte bizantina, in un immagine ieratica, che suscita un senso di soggezione e timore mistico in chi guarda. Le dimensioni maggiori rispetto agli altri personaggi e la sontuosità degli abiti  riflettono l’investitura divina e l’importanza del rango. La coppia di imperatori forse non venne mai a Ravenna, ma inviò dall’Oriente dei ritratti che servirono da modello ai mosaicisti.

Al fianco di Teodora si notano altre due graziose dame, probabilmente Antonina e Giustina, sue compagne predilette, rispettivamente moglie e figlia del generale Belisario, vincitore dei Goti.

Una cascata scintillante di gioielli riveste la Basilissa ed intorno alla testa si disegna il nimbo dorato, a sottolineare la sacralità del suo potere.

 

Davanti alla sua immagine, raffinata ma astratta, provo a cercare la donna, oltre la stilizzazione simbolica. Qualche peculiarità la si nota nei tratti somatici del viso. Un ovale allungato con zigomi alti, il naso lungo e dritto e le labbra carnose; forse il mento un po’ sfuggente. Chi lo direbbe, che dietro la solennità di quest’icona si nascondeva una povera cortigiana di basso rango?

Di lei sappiamo ciò che ne scrissero gli antichi: una visione filtrata dai loro occhi e, inevitabilmente, dai loro pregiudizi. Tra tutti s’impone la voce possente di Procopio, celebre letterato e storico, che aveva solo una decina d’anni in più di Teodora. Aveva conosciuto di persona la donna, essendo il consigliere di Belisario. Dai suoi Anekdota emerge il ritratto di una femmina fatale e libertina, un’arrampicatrice sociale che riuscì perfettamente nel suo intento. Per i romantici invece, la sua fu la storia di un’amore sfolgorante, che abbatté tutti gli ostacoli, un po’ come quella di Cenerentola o, se vogliamo, Pretty woman.

Jennie Churchill vestita da Teodora, 1897

Teodora nacque in quella che è l’odierna Istambul, in Turchia, intorno al 500 dell’era cristiana.  Allora si chiamava Costantinopoli ed era la capitale di quello che continuava a definirsi Impero Romano. La ragazza apparteneva ad una famiglia vivace e originale, di rango bassissimo: il padre era un domatore di orsi all’ippodromo della città.  Alla morte del genitore, una Teodora appena adolescente fu obbligata ad industriarsi per mangiare; così iniziò ad esibirsi come attrice e ballerina agli spettacoli dell’Ippodromo, insieme alla sorella maggiore Comitò.

Si vocifera di danze spinte e lascive, in cui la ragazza si stendeva per terra nuda e cosparsa di semi, che poi venivano raccolti e mangiati da oche fameliche.. niente di più lontano dall’immagine della donna intoccabile di San Vitale.

Procopio non risparmia le malignità ed insinua che le ragazze si prostituissero, cosa che, in effetti, non si allontana molto dal quadro generale di quell’ambiente.

Lo storico però parla anche di un vivace talento comico quando, abbandonate le vesti di seduttrice alla Salomè, Teodora si univa alle compagnie di mimi ed attori. Una donna interessante e dallo spirito salace, senza dubbio.

Tra nudità e provocazioni varie, furono molti gli uomini che la notarono. Dalle schiere di ammiratori si fece strada un certo Ecebolo di Tiro, un uomo facoltoso, che la porterà con sé in Africa, a Pentapoli, dove lui rivestiva il prestigioso incarico di governatore. Se la storia fosse terminata qui, a questo punto noi non avremmo saputo nulla di lei, amante di un uomo ricco, persa tra le sabbie della Libia; invece un giorno Ecebolo la cacciò dal palazzo e lei se ne ritornò, non si sa bene come, a Costantinopoli, dopo peripezie durate tre anni. Tornata nella sua città, si dice fosse divenuta un’altra, ravveduta come una pia e devota cristiana.

Sarah Bernhardt come Teodora, foto di Nadar

A Costantinopoli però non si comportò esattamente secondo i rigidi costumi cattolici, quando venne notata dal quarantenne Giustiniano, allora non ancora imperatore, che ne rimase letteralmente folgorato.

La ventenne Teodora diventò presto la sua concubina ed in seguito lo stregò a tal punto, da riuscire a far cambiare le leggi in suo favore e ad ottenere il titolo di patrizia. I due infine si sposarono e, quando il marito divenne imperatore, anche Teodora fu incoronata nel giorno di Pasqua del 527.

L'imperatrice teodora, Benjamin Constant 1887, Mnba Buenos Aires

Il suo non fu solo un titolo formale: l’ex ballerina e attrice intervenne nelle questioni più importanti dell’impero, come durante la rivolta di Nika, quando pronunciò un discorso di fronte al marito e agli alti funzionari, dimostrando un polso eccezionale per una donna dell’epoca e contribuendo così a salvare il potere dinastico.

Di lei oggi rimane  lo sfarzoso ritratto di San Vitale, che la vede protagonista di un’offerta votiva per la fondazione della chiesa.

La Basilissa morì il 28 giugno del 548 a Costantinopoli, dopo che si erano addensati oscuri presagi in città, preannuncio fatale della tragedia. Fu una lunga malattia a stroncarla, forse un tumore. Di certo Giustinano ne restò sconvolto e la fece seppellire con grandi onorificenze nel mausoleo imperiale dei Santi Apostoli di Costantinopoli.

L’imperatrice tuttavia, per certi versi ha sconfitto la morte;  muta vestale bizantina, essa rimane a guardare la vita che scorre tra le mura antiche della Basilica di San Vitale: nascite, morti, matrimoni.. tutto è avvenuto per secoli sotto i suoi occhi vigili di Imperatrice.  Sembra quasi che, dall’alto, Teodora guardi i comuni mortali con soddisfazione, dietro lo schermo dell’impassibilità; forse pensa che noi presto saremo polvere, mentre il suo sguardo bizantino brillerà per sempre.

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