Alle origini della psicanalisi: il Sigmund Freud Museum di Vienna

 

Se l’energia che sento non mi abbandona, lasceremo dietro di noi qualche traccia della nostra esistenza complicata.

Lettera di S.Freud a Martha Bernhais, 26 giugno 1885

Sull’ultimo scorcio dell’Ottocento, qualcosa stava ribollendo in Europa. Thomas Mann era alle prese con l’epopea familiare dei Buddenbrook, Max Planck lavorava alla nuova teoria dei quanti, che separerà la fisica moderna da quella classica, mentre l’arte di quel periodo rifletteva le ombre ed i fantasmi che un cambiamento epocale si porta sempre dietro. Da Munch a Klimt, le tele si popolarono di donne fatali, il sesso divenne pericoloso, le femmine iniziarono a prendere consapevolezza e di se stesse ed a fare paura. Il mondo segreto e ambiguo dei sogni premeva per uscire allo scoperto.


In quel fatidico 1899 lo psicanalista Sigmund Freud (1856-1939) pubblicò il suo libro, (l’editore scelse di inserire sul frontespizio l’anno 1900, che faceva più presa) “L’interpretazione dei sogni”, e il mondo allora non sarebbe stato più lo stesso.

Credi veramente che ci sarà, un giorno sulla casa, una targa di marmo sulla quelle si potrà leggere: « E’ in questa casa che il 24 luglio 1895, il mistero del sogno fu rivelato al Dr. Sigmund Freud»?

 

Lettera di S.Freud a Wilhelm Fliess, estate 1895

Freud era cosciente della portata del sua scoperta: il suo sarebbe divenuto uno dei più grandi libri della nostra cultura. Oggi possiamo visitare due dimore, che gli sono appartenute e dove si è fatta la storia della psicanalisi. Una di queste si trova a Vienna, in via Berggasse 19: è l’edificio dove abitò Freud negli anni della maturità, dal 1891 al 1938, nel quale ora è allestito il museo che porta il suo nome. E’ qui che vide la luce il suo capolavoro sui sogni dell’uomo, un’opera che, oltre a svelare i segreti dell’inconscio, è scritta in uno stile scorrevole e affascinante, che riflette la vasta cultura umanistica dell’autore e il suo innegabile carisma.

Il giovane Sigmund e la madre Amalia Freud, 1872

Il  Sigmund Freud Museum si trova in un palazzo signorile di cinque piani con un grande portone d’ingresso; all’epoca in cui la famiglia Freud vi si trasferì, alla fine dell’estate del 1891, era di recente costruzione e occupato da diverse famiglie. Quando traslocò, il padre della psicanalisi aveva 35 anni e si era lasciato ormai alle spalle un passato difficile, servito per gettare le basi della sua vita.

Freud e Martha Bernays all’epoca del fidanzamento

La giovinezza era trascorsa tra gli estenuanti studi in medicina ed il lungo fidanzamento, segnato da separazioni continue, con Martha Bernays, proveniente da una famiglia amburghese ricca di prestigio sociale, ma povera quanto a finanze.
Dopo il matrimonio nel 1886, l’anno successivo era nato il primo figlio; ne sarebbero seguiti altri cinque negli anni a venire. Specializzato in neuropatologia, quando si trasferisce in Berggasse i pazienti sono soprattutto nevrotici e numericamente ancora scarsi. Più tardi la sua ottima fama richiamerà molti malati, spesso provenienti anche dall’estero. Ad un certo punto Freud dovette affittare uno spazio al pianterreno da usare come studio. Nel 1907 la sorella Rosa, rimasta vedova, lascerà l’appartamento che occupava di fronte al fratello nello stesso stabile, che poi Freud rilevò.
In questa casa lo psicanalista passerà gli anni più prolifici della sua esistenza, lavorando, scrivendo e tenendo lezioni all’università un paio di volte a settimana, grazie all’incarico di libera docenza.

Freud con l’amata figlia Anna, 1920

Questo era anche il luogo degli affetti familiari: la casa era affollata dalla mezza dozzina di figli, una piccola vivace tribù, per cui Freud non fu il padre severo che si potrebbe immaginare. Autentico Pater familias, dai filmati che si possono vedere nella casa museo, emerge un uomo amato ed osannato dalla sua discendenza. Alla squadra si unì nel 1896 la cognata Minna Bernays, a proposito della quale si malignò di una relazione clandestina col capofamiglia. Lei era una donna colta e dall’intelletto brillante; spesso accompagnò Freud nei suoi viaggi, quando la moglie non lo seguiva.

Lou Andreas Salome, 1914

Il biografo ufficiale, Ernst Jones, smentisce un’attrazione tra i due, specificando che Freud coltivava rapporti d’amicizia con molte donne, soprattutto con quelle “mascoline”. In realtà Freud frequentò anche signore di indubbio fascino, oltre che di intelletto pronto, come Lou Andreas Salomè (1861-1937), che divenne psicanalista.


Come molte case-museo entrare in questa residenza da l’impressione di ficcanasare nella vita di una persona, che si è assentata per una breve commissione e che sta per tornare. Si suona il campanello e, quando la porta si sta aprendo, viene quasi da sperare di trovarsi davanti la domestica del Dr. Freud, anziché l’addetta del museo. Appena entrati, si notano i cappelli appesi all’attaccapanni ed il bastone da passeggio; siamo nel vivo di una residenza borghese tra Otto e Novecento. Il Freud che questi primi oggetti evocano, non è il gigante della psicanalisi, ma l’uomo di tutti i giorni. Nella casa, gestita dalla Sigmund Freud Privatstiftung, si possono trovare ambienti originali e zone espositive, organizzate con il preziosissimo aiuto della dolce Anna Freud (1895-1982), la figlia prediletta che divenne psicanalista seguendo le orme del padre.

Nella sala d’attesa, ricostruita con i mobili di velluto originali, posso immaginare i pazienti, che aspettano che il Dr. Freud li riceva. Durante la seduta non si sarebbero usati i metodi allora tradizionali, come idroterapia o elettroterapia, ma, inizialmente, l’ipnosi. Negli anni successivi Freud passerà gradualmente alla libera associazione, facendo dei colloqui con i suoi pazienti e stimolando il racconto di ricordi, idee e sogni. Il dottore si posizionava dietro un divano su cui era steso il paziente e lo ascoltava. Oggi il grande assente di questo interessante museo è proprio lui, il leggendario divano delle sedute psicanalitiche. Si trova, insieme ad altri arredi ed oggetti personali, a Londra, nella casa in cui Freud passò l’ultimo anno della sua vita.

Freud's Museum, Vienna, sala delle pubblicazioni
In una teca sono esposti alcuni degli oggetti che rivelano molto del Freud privato, come la collezione di piccoli reperti archeologici. Affascinato dalla storia e dal passato,  il medico ritrovava nell’archeologia una potente metafora della psicanalisi e del materiale inconscio. Legato a questa passione v’era poi l’intenso desiderio di viaggiare, cosa che faceva più spesso possibile, molte volte in paesi mediterranei come la Grecia o l’Italia. Anche la sua valigia è in esposizione, memoria tangibile di tante esperienze ricche ed appassionanti.

Nei primi anni del Novecento Freud iniziò ad invitare seguaci e colleghi a casa sua, in quelle che ben presto si sarebbero trasformate nelle “riunioni del mercoledì sera”. La piccola società psicanalitica poi non fece cha allargarsi. I seguaci avevano cominciato ad attorniare Freud dal 1905, tra questi primi colleghi-allievi si distingueva già Carl Gustav Jung, che più tardi rinnegherà il maestro.

Primo Congresso psicoanalitico a Salisburgo, 1908; Freud è al centro del gruppo.

In un altro ambiente si conservano le varie pubblicazioni di Freud, con copie firmate e preziose prime edizioni; negli anni in cui visse in Vergasse lo psicanalista produsse una vasta quantità di scritti, inizialmente con scarsa risonanza.

Frontespizio dell’Interpretazione dei sogni, 1900

Le radici della psicanalisi sono tutte qui: dopo “L’interpretazione di sogni” seguì la “Psicopatologia della vita quotidiana”(1901), i “Tre saggi sulla teoria sessuale”(1905) e “Totem e Tabù”( 1913), tanto per citare alcuni titoli della sua vasta bibliografia.

Rogo di libri da parte dei nazisti, Berlino, 1933

Con l’avvento di Hitler la situazione a Vienna si fece drammatica, soprattutto per una famiglia ebrea come quella di Freud. Inoltre la psicanalisi era osteggiata da un regime che già nel 1933 aveva palesato il suo odio per il pensiero e la cultura, con il famoso rogo di libri di Berlino, tra cui anche quelli freudiani. Nel 1938 i Freud lasciarono Vienna per trovare riparo in Inghilterra, a Londra. Si chiuse così, amaramente, il lungo capitolo della vita a Berggasse, e se ne iniziò uno nuovo, l’ultimo, con un Freud ottantenne e malato. I sigari, presenti in quasi tutte le sue fotografie, gli avevano causato un carcinoma alla bocca, che lo porterà alla morte nel 1939.

Sigmund Freud con il suo immancabile sigaro, 1921

A Londra rimane quindi un’altra casa museo, un luogo commovente e pieno dei ricordi di una vita, quelli che lui aveva deciso di portare con sé dall’Austria.
Sigmund Freud riposa nella capitale inglese al Golders Green Crematorium, con sua moglie e i suoi figli. Grazie alle sue scoperte e alle geniali intuizioni, ci ha rivelato a noi stessi. Il suo volto, ormai un’icona pop, richiama l’immagine archetipica del padre: autorevole e forte, ma anche comprensivo. E forse è proprio vero, Freud è un po’ il padre di tutti noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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