Quella mano che sbucava dal terreno: il mistero di Anita Garibaldi

E’ l’estate del 1849, un’altra giornata calda ed afosa nella campagna di Mandriole, un paese di poche anime perso nella provincia di Ravenna.  Siamo già al 10 di agosto, San Lorenzo, e stasera si spierà il cielo in cerca di stelle cadenti. Alcuni ragazzini stanno conducendo al pascolo un gruppo di animali, nella zona isolata della Landa della Pastorara.

Sotto il sole accecante di quel primo mattino estivo, d’un tratto uno di loro emette un grido: non è uno scherzo, il bambino è sbiancato, mentre sta fissando qualcosa che emerge da un cumulo di terra smossa. E’ una mano quella che sbuca dal terreno, tumefatta e gonfia per la putrefazione.

La mano sbucava dal terreno..

Immediatamente vengono chiamato i gendarmi del vicino paese di S.Alberto. I macabri resti, si scoprirà disseppellendo il cadavere intero, appartengono ad una giovane donna bruna, alta circa 1 mt e 65 e in evidente stato di gravidanza. Oltre alle alte temperature estive ed al seppellimento frettoloso e superficiale, che hanno già terribilmente deteriorato il corpo, un ennesimo oltraggio è subentrato per la poveretta: gli animali selvatici hanno iniziato a cibarsi del suo cadavere. Subito le autorità allertano gli abitanti della zona, per un eventuale riconoscimento; il corpo, già parzialmente decomposto, non può essere mostrato: la si spoglia, allora, e vengono fatti esaminare solo i vestiti. Una camicetta di cotone bianca, una gonna e una mantellina a fiori. I gendarmi notano che i piedi “mostravano di essere di persona piuttosto civile, e non di campagna, perché non callosi nelle piante.”

Poco dopo è chiaro a tutti che quella non è una donna qualsiasi, una del luogo: si tratta di Anita, la moglie del fuggitivo Giuseppe Garibaldi (1807-1882).

Anita Garibaldi, Gaetano Gallino, 1845

Inseguito dalle milizie papali e dagli austriaci, una settimana prima di questi fatti leroe dei due mondi sta scappando verso nord, a Venezia, ultimo focolaio di resistenza, dopo aver comandato l’esercito della Repubblica Romana; si muove via mare con un manipolo di suoi fedeli e con l’inseparabile Anita.

Giuseppe Garibaldi, fotografato nel 1866

Il 3 agosto è costretto dalla flotta austriaca a sbarcare a Magnavacca, l’odierna Porto Garibaldi, ed insieme alla moglie e al fidato Capitano Leggero si fa strada in mezzo alle paludi e agli sterpi fino ad arrivare, la sera  del 4, a Mandriole; qui il gruppo trova rifugio presso la Fattoria Guiccioli, dove Garibaldi sa di trovare appoggio.

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, 1865, P. Bouvier

Anita, che proprio alla fine di quel mese avrebbe compiuto ventotto anni, è gravemente malata ed incinta di sei mesi. La bella brasiliana, al secolo Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silvaera ( 1821-1849), è nata con il sangue caldo: inguaribile ribelle e appassionata cavallerizza, nella sua giovinezza scapestrata era solita fare il bagno nuda nel mare, suscitando innumerevoli dicerie sulla sua reputazione di femme fatale. Costretta dalla famiglia a sposarsi a quattordici anni con un anonimo calzolaio, si rifarà inseguito con il focoso eroe dei due mondi, sposato in seconde nozze, che le offrirà quella vita avventurosa ed estrema che lei sente più nelle sue corde.

Tornando alla nostra triste storia, appare subito chiaro, quando il Dottor Nannini accorre chiamato dai fattori, che per Anita non c’è più nulla da fare. E qui la vicenda si fa brumosa: Garibaldi scriverà nelle sue memorie che sua moglie era già morta, prima che lui riprendesse la sua fuga. Secondo la storia ufficiale l’eroe, arrivato alle 19.00 alla cascina con Anita morente, non vorrebbe fuggire, si strazia e grida per il dolore, quando gli viene spiegato che non c’è speranza; lei in effetti muore, sempre secondo il questa versione, alle 19.45.

La morte di Anita, 1904, G.Grasso

I presenti lo convincono a partire ed alla fine, riluttante, Garibaldi se ne va, raccomandando di seppellire la donna: alle 20 e 30, in ogni caso ci mette poco. La priorità è salvarsi per lui, anche perché sarà chiamato ad un compito più alto, che supera le circostanze delle singole vite, vediamola così. Dunque la brasiliana viene lasciata in una fattoria sperduta nella campagna in mezzo a sconosciuti, questa moglie forse già morta, la donna con cui sta da 11 anni e che gli ha dato 4 figli, con il quinto in arrivo.

Busto di Anta Garibaldi, fattoria Guiccioli, Mandriole (Ra)

 Senza parlare del fatto che lei lo ha seguito in una fuga rocambolesca, incurante dei pericoli, cosa ancor più stupefacente se pensiamo alle mogli ottocentesche, perennemente rinchiuse in casa come angeli del focolare, impegnate con il cucito e con la prole.  Ma Anita non può essere più lontana da questo modello di donna ed è certamente una persona fuori dal comune: è stata addestrata militarmente dal marito e ha combattuto al suo fianco sia in Brasile che in Italia.

 Il compito di occuparsi di Anita viene lasciato a Stefano Ravaglia, giunto poco dopo la partenza di Garibaldi e tenutario della cascina insieme al fratello Giuseppe.  Nelle mie ricerche ho scoperto che i trisavoli di due care amiche, mandriolesi doc, hanno partecipato alla frettolosa sepoltura. E’ un racconto tramandato nelle famiglie di generazione in generazione, ammantato da spirito patriottico: seppellire Anita voleva dire aiutare Garibaldi e partecipare ad una grande impresa, che sarebbe passata alla storia come la trafila garibaldinaLuigi Petroncini e Pietro Patella vengono chiamati per aiutare i Ravaglia a nascondere i resti della donna: velocemente per non essere catturati dagli austriaci. Loro la vedono già morta e la seppelliscono in una zona di terreno sabbioso poco lontano dalla cascina. Appena in tempo: poco dopo una pattuglia austriaca sopraggiunge a perlustrare casa Guiccioli.

Fatto sta che il cadavere della donna, quando viene ritrovato qualche giorno più avanti, seppur in tempi molto lontani dalle tecniche forensi in stile CSI, parla in modo chiaro della sua morte; i segni sul collo e gli occhi sporgenti dimostrano che si è trattato di un omicidio per strangolamento.

Si può solo immaginare quanto il villaggio di poche anime, dove non accade mai nulla, rimanga sconvolto e forse morbosamente attratto dalla vicenda.

Dal rapporto del Delegato pontificio del 12 agosto 1849:

“Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente tra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare intorno al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento.”

A Ravenna e nei dintorni si mormora di un Garibaldi assassino, che per riprendere la fuga il più in fretta possibile ha posto fine alle sofferenze di Anita; anche i fattori vengono sospettati, perché Anita viene trovata senza un gioiello addosso e potrebbero averla uccisa per poi rapinarla.

La fattoria Guiccioli nel XIX secolo, Museo della fattoria Guiccioli, Mandriole (Ra)

Nel frattempo il parroco ottiene il permesso di seppellire la donna a Mandriole; poiché le sono stati tolti i vestiti già da tempo, con la decomposizione che avanza inesorabilmente, non è possibile rimetterglieli addosso.

Monumento commemorativo di A.Garibaldi al cimitero di Mandriole, (Ra)

E così seppelliscono la moglie di Giuseppe Garibaldi nel terreno completamente nuda, avvolta solo da una stuoia di canapa; al cimitero di Mandriole un piccolo monumento ricorda la presenza di Anita in questo luogo. Dieci anni dopo sarà riesumata dal marito e seppellita a Nizza con tutti gli onori; ma la donna non avrà pace: nel 1931 viene nuovamente rimossa dalla sua sepoltura per essere tumulata a Roma, dove riposa tutt’ora al Gianicolo.

Monumento equestre di Anita Garibaldi , Roma GianicoloLa polizia papalina, ormai perse le tracce di Garibaldi, infine fa arrestare i fratelli Stefano e Giuseppe Ravaglia: l’accusa è di aver aiutato il fuggitivo, ospitandolo, e di essere complici dell’omicidio di Anita. Poi però, tutto d’un tratto, con una brusca inversione di rotta,  il 7 settembre i Ravaglia vengono scarcerati dopo un breve processo e il medico stesso che aveva esaminato i resti, il Prof. Fuschini, dichiara che s’è sbagliato: i segni sul collo di Anita non provano lo strangolamento, la donna è morta naturalmente di “febbre perniciosa”. E’ probabile che i potenti marchesi Guiccioli, sostenitori di Garibaldi e proprietari della fattoria, siano intervenuti per scagionare i Ravaglia con qualche importante mezzo persuasivo, evitando uno scandalo e un disonore anche per loro.

A questa schiera di eroi, fattori e nobiluomini si aggiunge poi un personaggio mitico della zona, il brigante Stefano Pelloni, alias il Passatore: anche lui fa la sua comparsa in questa ambigua vicenda. La leggenda vuole che abbia aggredito i fattori assassini, per vendicare la morte di Anita. In realtà il brigante si  presenta qualche tempo dopo l’accaduto a Mandriole per cercare il “tesoro di Anita“, soldi e gioielli che la donna avrebbe avuto con sé al momento della morte. All’epoca si vocifera anche di un tesoro, una cassa affidata a Garibaldi da Ermellini e Saffi contenente i soldi della Repubblica Romana, circa centomila scudi.

Il Passatore, stampa del 1851Pelloni non trova i gioielli né la cassa, ma riesce comunque a racimolare un piccolo bottino, con i 1.435 scudi che recupera alla Fattoria Guiccioli. Il brigante, che è entrato nelle leggende della zona come una sorta di Robin Hood romagnolo e che appare come un’icona pittoresca nei marchi dei vini locali o nei nomi di ristoranti e hotel, fa ancora discutere: eroe popolare o assassino spietato? Ma questa è un’altra storia..

La fine di Anita ha suscitato da sempre molti interrogativi e supposizioni; per alcuni è morta naturalmente ed è stata solo seppellita in tutta fretta per la paura dell’arresto o, peggio, della fucilazione; secondo altri, si è trattato di un caso di eutanasia, come riferisce lo scrittore Eraldo Baldini nel suo libro “I misteri di Ravenna” (Il ponte vecchio, 2015). In una situazione di pericolo imminente, si potrebbe aver deciso di accelerare una morte già certa, strangolando una donna ormai in stato d’incoscienza, anche per porre fine alle sue sofferenze. Secondo questa ipotesi, rimane il mistero: chi sarebbe stato a farlo, infatti, non è dato saperlo.

La Fattoria Guiccioli, teatro di tali tragici eventi, è ancora lì: sono pochi quelli che la visitano. Dentro è allestito un piccolo museo su Garibaldi e la sua fuga e soprattutto si può visitare la famosa camera, dove Anita trovò la morte.

Cartello della fattoria Guiccioli, Mandriole, (Ra)

D’estate, quando si formano le lunghe code per tornare dal mare verso la campagna, è probabile che qualche bagnante annoiato, fermo in fila con la sua auto, allunghi uno sguardo svogliato sul cartello davanti alla cascina, che recita, con parole antiquate che sanno ancora di Ottocento, che quella è la casa “ove morì Anita Garibaldi”.

Qualcuno, però, ogni tanto viene dal lontano Brasile, dove si conserva una memoria gloriosa dell’eroina nazionale Anita, e giunge fino a qui, per vedere dove la donna esalò l’ultimo respiro. Ravenna in effetti è gemellata storicamente a Laguna (Santa Catarina, Brasile), paese d’origine della moglie di Garibaldi.

Il suo mistero, il destino di questa donna bella ed emancipata, sono tutti racchiusi lì, in quella stanza al primo piano della Fattoria Guiccioli, dove quasi 170 anni fa si sono consumati gli ultimi istanti di una vita avventurosa ed intensa, come non ce n’erano molte.

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