Tra i capolavori della Gemäldegalerie di Berlino

Sono seduta su di una panca, davanti a me la scultura di Walter De Maria (5-7-9, 1992-96), una serie argentea e specchiante di cilindri d’acciaio, che emergono dall’acqua. La luce naturale si riversa dall’alto sul grande atrio dai pavimenti di legno. Il mormorio dell’acqua, le atmosfere attutite e rarefatte mi riportano, per certi versi, agli ambienti sacri e monumentali delle antiche cattedrali, ma anche alla modernità di certe lussuose sale yoga, dove rilassarsi e dedicarsi alla contemplazione. In realtà mi trovo in un prestigioso luogo d’arte e cultura, che nelle sue vicende rispecchia chiaramente la storia inquieta della città in cui si trova, Berlino: sto parlando della Gemäldegalerie

Il complesso di splendide opere che vi si ammirano è nato, come spesso accadeva, dalla passione per il collezionismo di un sovrano illuminato: in questo caso è Federico Guglielmo di Prussia, che nel 1815 acquista 157 dipinti della collezione Giustiniani, ai quali si aggiunge, qualche anno dopo, la folta collezione Solly.  La magnifica schiera di capolavori, accresciuta anno dopo anno, troverà degna collocazione all’interno del museo Kaiser Friedrich, nel Museuminsel, la zona elegante e raffinata della nuova capitale imperiale, tutta dedicata alla cultura.

Nel 1945 però i quadri della Gemäldegalerie rischiano grosso; molte opere si disperdono e il grosso crack avviene nel 1948, quando, seguendo il destino di Berlino, la collezione si divide tra est e ovest. Una parte rimane al Bode Museum nella zona orientale, l’altra nel Dahlem Museum nella zona occidentale.

Sarà solo nel 1998 che le opere verranno nuovamente riunite sotto ai lucernari del moderno edificio progettato dagli architetti H.Hilmer e C. Sattler. Ci troviamo al Kulturforum di Berlino, nel quartiere di Tiergarten. Il centro, nato negli anni 50′ nella Berlino ovest, doveva essere il parallelo occidentale e moderno del Museuminsel. Oggi rappresenta ancora uno dei poli culturali berlinesi, in cui si trovano la Filarmonica e molti altri musei importanti, come la Neue Nationalgalerie.

Gemaldegalerie

Intorno alla vasta sala centrale si dipongono le collezioni a ferro di cavallo: quello che si può ammirare è un excursus nell’arte occidentale dal medioevo fino all’esaurirsi della corrente barocca e rococò nel XVIII secolo: pittura tedesca, fiamminga, olandese, italiana, francese ed inglese.

Impossibile non essere intrigati dalla giovane ragazza dipinta da Petrus Christus, su di una piccola tavola di quercia nel 1470; il suo sguardo obliquo e appuntito mi raggiunge dalle foschie dei secoli passati. La pelle bianchissima, così come volevano i tempi, ad indicare una provenienza ricca e aristocratica, un’abito scuro bordato d’ermellino ed un copricapo importante: chi è questa ragazzina? Il mistero della sua identità non ci viene rivelato dal pittore, ma potrebbe trattarsi della figlia di un nobile inglese, un certo Lord Talbot. Lei e la sorella, all’epoca del dipinto, avevano accompagnato la zia, la duchessa di Norfolk, nella suggestiva Bruges, dove si celebravano le nozze di Carlo il Temerario di Borgogna e Margherita di York. Petrus Christus, che risiedeva nella cittadina fiamminga, avrebbe ritratto per l’occasione una delle due, Anna o Margaret. Forse, ma chissà, ora quella ragazza algida e lontana è sepolta dal tempo e dalle sue nebbie.

 

Attraverso anni e poi secoli, fino al 1546: su una tavola di tiglio ritrovo il desiderio ancestrale di gioventù e bellezza dell’umanità, dipinto da Lucas Cranach. In una fonte miracolosa anziani ed infermi, dalla pelle rugosa e dalle membra sfatte, ritrovano vigore e la possibilità di una vita eterna. Tuffati nelle acque magiche, ne escono rigenerati; le donne entrano nude in una tenda dove vengono rivestite di splendidi abiti rinascimentali e poi, via a godere di amori e banchetti, nell’eccitante dimensione della rinnovata gioventù.

Circa un secolo dopo, nel 1641,  Rembrandt van Rijn (1606-1669) tratta di argomenti più seri, ritraendo un importante uomo d’affari, che è anche un celebre predicatore mennonita, Cornelisz Claesz Anslo (1592-1646). L’uomo sta interpretando la Bibbia aperta sul tavolo, mentre la moglie lo ascolta con attenzione. La parola è la protagonista del dipinto, veicolata attraverso il gesto eloquente di Anslo.

Poco dopo, il pittore Jan Vermeer (1632-1675) ci fa spiare dal buco della serratura su di un piccolo cosmo domestico, uno dei tanti dell’Olanda del secolo d’oro. La scena che l’artista ci narra (Il bicchiere di vino, 1656) è equivoca: una giovane donna avvolta nella luminosa seta rossa del suo abito, si concede un bicchiere di vino, mentre la luce cristallina, penetrando dalla finestra, illumina il tipico interno borghese dei Paesi bassi, indagato con perfetta padronanza prospettica. L’aitante bellimbusto invece se ne sta in piedi, impaziente, pronto a riempire nuovamente il calice all’incauta fanciulla, in attesa che gli effetti dell’alcool lo facilitino nella sua opera di seduzione. Una placida calma, chiarezza e ordine regnano sulla composizione, dove spicca la descrizione accurata e realistica che l’artista fa dei materiali, dalla lucentezza del raso, alla morbidezza del folto tappeto che copre la tavola, alla trasparenza dei vetri.

Coppia di contadini al pasto, G. de La Tour Berlino, Gemaldegalerie

 

George de la Tour (1593-1652) invece ci regala un’intensa apparizione contadina (Coppia di contadini al pasto, 1620), con due figure che dominano lo spazio nella loro robusta essenzialità e che si mostrano senza vergogna: la pelle spessa e rugosa, l’evidente povertà delle vesti, la frugalità del loro pasto. Sembra quasi che l’artista anticipi certi personaggi semplici e possenti, dipinti due secoli e mezzo dopo da Cézanne, o i poveri contadini del van Gogh del primo periodo, quello dei Mangiatori di patate del 1885.

Tornando per un attimo indietro e spostandoci in Italia, ritroviamo il genio di Caravaggio (1571-1610) che nel 1601 ritrae il suo allievo,  Francesco Boneri, come Amor vincitore. Niente di più lontano dalle atmosfere solenni e maestose di Rembrandt o dell’ordine veermeriano: qui la divinità è un monello dall’espressione beffarda, scandalosamente nudo, un nudo vero, reale. Ci sorride nella sua provocazione giocosa e impertinente, la posa scomposta e un po’sboccata, con il busto già muscoloso, ben delineato dal pittore in ogni sua piega od ombra. Ancora una volta Caravaggio ci restituisce una saporita fetta di realtà della Roma seicentesca, dietro la scusa della rappresentazione divina.

Amor Vincitore, Caravaggio, 1601

Mi sposto a cercare atmosfere più sofisticate ed eleganti. Siamo nel XVIII secolo e in questo dipinto (George Clive e la sua famiglia, 1765-66) di Sir Joshua Reynolds (1723-1792) si può ammirare un importante gruppo familiare inglese, il cui padre ha partecipato attivamente alla campagna colonizzatrice in India. La cosa strana è che al centro di quest’opera a catturare l’attenzione, non c’è un membro della famiglia di Sir George Clive, il pallido elegantone sulla sinistra, ma lei, la bella domestica indiana dalla pelle scura e morbida, ricoperta di gioielli colorati. Com’è diversa dalle facce smunte e dalle pose impettite del resto dei personaggi! Abbraccia in un gesto protettivo e spontaneo la piccola bambina, cui anche la madre tocca il viso con una mano, ma in modo molto meno affettivo.

George Clive e la sua famiglia, J.Reynolds, 1765-66La figlia di Clive e di sua moglie Sidney Bolton era morta precocemente e questo voleva essere una sorta di epitaffio. Il dipinto svela che forse il cuore più turbato dalla perdita era proprio quello della giovane fantesca. Ma forse sono solo supposizioni: è anche questo il bello delle opere d’arte: aprono misteriose finestre sul passato, e noi, da molto lontano, vi gettiamo uno sguardo curioso e mai sazio.

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