Francia e Inghilterra on the road

Con questo viaggio on the road mi sono fatta una bella scorpacciata di km, tutta con treni e bus, fatta eccezione per il tragitto di andata e ritorno in aereo. Sono partita da Bologna e atterrata a Parigi; di qui, dopo un paio di giorni, di cui uno speso in un’escursione a Giverny in Alta Normandia, ho attraversato la Manica con l’Eurostar, raggiungendo l’Inghilterra. Le mie tappe britanniche sono state, Bath, Oxford, Londra, fino alle terre verdeggianti dell’Hampshire, con Chawton e Winchester; poi il ritorno in Italia da Heathrow. Ogni giorno di quest’avventura, trascorsa fra strade e binari, sono andata alla ricerca di suggestioni letterarie ed artistiche, guidata dai miei gusti. Un tour de force un po’ serrato, tuttavia molto, molto appassionante!

Arrivo in Francia

Parto con Ryanair da Bologna alle 17,20 e atterro a Parigi Beauvais prima delle 19.00. Poi il bus (15,00 euro) fino a Porte Maillot e taxi fino all’Hotel Prince Albert Louvre  al 5 di Rue Saint-Hyacinthe, (60,00 euro), a 5 minuti dal museo. Dopo il check-in mi godo una piacevole passeggiata fino alla Senna, attraversando il fiume per cenare sulla rive Gauche a Saint-Germain-de-Prés, vivace e frizzante come sempre.

Full immersion nell’arte: Louvre e Marmottan-Monet

Sarà la decima o l’undicesima volta che visito il Louvre  (ingresso 15,00 euro), rimane per me sempre una grande emozione, a partire dal momento in cui avvisto la grande piramide di vetro che scintilla sotto il sole parigino. Alle 8.30 sono già in pole position davanti all’ingresso del Carrousel du Louvre (sotto l’arco a sinistra): in tal modo evito la fila, che davanti alla piramide a quest’ora è già lunga.

All’interno mi godo la “Visite guidée Chef d’Oeuvres” (9,00 euro) della durata di un’ora e un quarto, prenotata telefonicamente dall’Italia qualche giorno prima. Le visite si svolgono solo in lingua inglese o francese e sono un ottimo modo per non disperdere a vuoto le energie nelle vaste e numerose sale del Louvre. L’audio guida della Nintendo 3DS ™ XL, che si può noleggiare per 5,00 euro con un documento d’identità da lasciare in deposito, la trovo scomoda perché piuttosto ingombrante, ma propone anche degli interessanti percorsi tematici, oltre al classico commento per ogni opera col codice numerico da digitare.

La guida in carne ed ossa, invece, ci conduce (siamo un gruppetto di 8-10 persone) in un entusiasmante viaggio nel tempo e nello spazio, dall’antica Mesopotamia alla Francia del Medioevo e del Rinascimento, fino al Barocco spagnolo e italiano.  Tra i  magnifici oggetti in esposizione spicca la spada detta Gioiosa o di Carlo Magno, uno degli emblemi  utilizzati per secoli durante le cerimonie sacre d’incoronazione dei re, proveniente dal tesoro dell’Abbazia di St.Denis.  Dulcis in fundo, approdiamo alle mitiche icone pop del Louvre: la Gioconda (L.da Vinci, 1503-6) e la Nike di Samotracia (180 a.c.).

Terminata la visita mi dirigo alla Cour Napoleon nell’ala Richelieu: il Cafè Marly, una brasserie très chic, è in assoluto il miglior posto dove mangiare all’interno del museo, soprattutto per godere della vista sulla piramide del Louvre dalla terrazza panoramica.

Musée Marmottan Monet, Parigi

Nel tardo pomeriggio, dopo un riposino, mi reco al Musée Marmottan Monet che il giovedì rimane aperto fino alle 20.00; in questo viaggio infatti mi propongo di approfondire la conoscenza di Claude Monet (1840-1926), il grande impressionista innamorato degli effetti fuggevoli di luce, aria e acqua.
Il museo rappresenta una vera chicca per gli appassionati dell’arte francese del XIX secolo: contiene infatti le più vaste collezioni di dipinti realizzate dal pittore delle ninfee e da Berthe Morisot (1841-1895), oltre che a diverse opere di altri impressionisti e di pittori del primo impero.

Al suo interno si possono ammirare delle pietre miliari che hanno fatto la storia della pittura, come “Impression, soleil levant” (1872) di Monet: l’opera disgustò a tal punto il critico Louis Leroy da fargli coniare un nuovo termine per ridicolizzare l’autore ed suoi amici: li definì sprezzantemente degli “impressionistes”…

Impression, soleil levant, C. Monet, 1872

Dopo una cena low cost a base di baguette con formaggio e un frozen yogurt, rientro in hotel per ricaricare le batterie, con 8 ore di meritato riposo.

A casa di Monet

Oggi mi tufferò nella pittoresca campagna di Giverny e non utilizzo a caso questo aggettivo: qui il paesaggio si fa pittura, in senso letterale, dato che questo ameno villaggio, situato ad un’ottantina di km da Parigi nella valle della Senna, ospita la casa ed il giardino di Claude Monet, vissuto qui dal 1883 fino alla sua morte nel 1926.

Dalla Gare Saint Lazare, prendo l’intercités delle 8.20 per Vernon, acquistato online con la vantaggiosa tariffa di 14,00 euro a/r. Dopo 45 minuti di viaggio si scende dal treno e si sale su uno dei tanti autobus che attendono i turisti in cerca di Monet. Per evitare le file è meglio acquistare il biglietto via internet sul sito ufficiale della Fondation Monet che gestisce ila casa-museo; è possibile anche fare quello gemellato con il Museo Marmottan.

Nella casetta immersa nel verde di Giverny è vissuta felicemente la famiglia allargata dell’artista: il pater familias Monet, la sua seconda moglie Alice Hoschedé e la schiera dei loro bambini, 8 in tutto.  Ho descritto al dettaglio la mia visita qui.

Dopo aver esplorato la deliziosa casa rosa con le persiane verdi, e il giardino del Clos Normand, mi dirigo verso il climax della mia escursione, lo stagno delle ninfee, creato da questo impressionista/giardiniere. Vasto e silenzioso, a parte il ronzio di qualche insetto, mi stordisce con la pioggia di riflessi sulla superficie d’acqua: dentro ci ritrovo il cielo cangiante della Normandia con le sue nuvole vaporose ed i rami dei salici piangenti che ricadono sui bordi dello stagno. Dal 1901 le ninfee e l’acqua di questo lago diventano il soggetto prediletto delle tele di Monet, quasi un’ossessione, che condurrà la sua arte vicina ad esiti astratti.

Tramonto sulla Tour Eiffel

Rientro in città con il treno delle 14.53, preso al volo, dopo aver pranzato velocemente nel caffè di fronte alla stazione di Vernon, con una baguette stracolma di burro e cremoso Camembert che mi ha preparato il rude proprietario, mentre alcuni vecchietti giocavano a carte su di un tavolino traballante; la scena sembrava rubata dal famoso quadro di Cézanne.

Verso sera, tornata a Parigi, mi catapulto sulla Ligne n°6 della metro, scendendo a Bir-Hakeim. Dai finestrini del treno che segue un percorso panoramico, si annuncia già il celebre profilo di uno dei simboli più grandiosi di Parigi, la Tour Eiffel. E’ strano pensare che quando fu innalzata, in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, fu accolta da un coro di critiche, tanto che fu sottoscritta anche una petizione per eliminarla, firmata, tra gli altri, anche dallo scrittore Guy de Maupassant.

Si può acquistare il ticket d’ingresso online, il prezzo varia a seconda dei piani che raggiungerete, con ascensore o senza (7,00 per -17,00 euro). Io salgo attraverso le scale acquistando il biglietto in loco: è una gran fatica, ma ne vale la pena e si può ammirare la città in tutto il suo fulgore; scendo e, vista l’ora e la stanchezza, mi spalmo su di un taxi non prima di aver ammirato le coppie eleganti che si danno appuntamento al 58, più gettonato del costosissimo Jules Verne al secondo piano.

L’emozione del tunnel sotto la Manica

Il grande giorno in cui sperimenterò il tunnel sotto la Manica è arrivato: prima dell’alba sono già alla Gare du Nord, pronta a partire.  Ho acquistato il biglietto online a 90,00 euro (solo andata) con un paio di mesi d’anticipo (si trovano anche a meno, se avete orari flessibili). I controlli sono simili a quelli aeroportuali, tuttavia il treno me lo aspettavo diverso: i sedili sono piuttosto malandati e tutto qui ha un’aria un tantino vecchiotta.

St.Pancras, Londra

Partiamo alle 7.13 in punto; dopo 45 min di viaggio, una voce suadente ci annuncia che stiamo per attraversare il tunnel sotto la Manica; scende uno strano silenzio, ma dopo una ventina di minuti siamo già nel Regno Unito. Ai due lati della Manica, lo stesso tempo: veli di nebbia scendono dal cielo, insieme ad una fredda e gelida pioggia, che sa già d’autunno. In poco tempo raggiungiamo Londra St. Pancras, 8.33 ora locale.

Il miele di Bath

Scendo dal treno e ho mezz’ora per raggiungere con calma la vicina Victoria Bus Coach station, prima che parta il mio autobus. Ho scelto quello veloce, acquistato online per circa 20,00 sterline, e in un paio d’ore e mezza giungo finalmente a Bath. In questa deliziosa cittadina termale rimango abbagliata dalla visione di case color miele, distese con grazia sulle dolci colline del Wessex, nel sud ovest del Regno Unito.

Il mio hotel è lo splendido Henrietta House (90,00 euro) una residenza georgiana, del 1780 circa, con vecchie mura di pietra color ambra ed interni confortevoli; trovo ad attendermi in camera frutta, tè, cioccolata e una bottiglia di acqua termale.

Ingresso all'Henrietta House, Bath Una receptionist gentilissima, che parla bene italiano, mi illustra, mappa alla mano, i luoghi di maggior interesse della città. Prima di tutto mi dedico alla mia scrittrice preferita Jane Austen (1775-1817), che ha vissuto  qualche anno a Bath, dopo essersi trasferita qui da Steventon, nella campagna dell’Hampshire. Così, tra le case di Sidney Place, Gay street e il teatrale Jane Austen Center, se ne va, con grande emozione, buona parte della mia giornata.

Oggi, come ai tempi di Jane Austen, la maggior attrattiva di Bath sono le fantastiche Terme Romane, un patrimonio archeologico ben custodito dagli inglesi, come un vero tesoro nazionale.

Il sito termale fu fondato 2800 anni fa dagli antichi romani, sulle 3 sorgenti d’acqua che pare abbiano guarito i maiali lebbrosi di Re Bladud, antico e leggendario sovrano della Britannia. Nel XVIII secolo Bath rinnova la sua fama con le frequentazioni eleganti degli aristocratici londinesi, mentre il secolo successivo sarà surclassata dalla moda di Brighton, anche se rimarrà un polo d’attrazione per i borghesi più facoltosi. L’acqua termale sgorga tutt’oggi alla temperatura di 46°ed in città è molto gettonato il lussuosissimo Thermae Bath Spa.

Bath, Terme romane

Roman Baths (ingresso 15 sterline) rappresentano uno dei complessi termali meglio conservati al mondo e si possono formare lunghe file all’ingresso. Scelgo di visitarlo il tardo pomeriggio, quando è meno affollato, con l’atmosfera romantica creata dalle fiaccole accese tutt’intorno alla splendida piscina termale del Great Bath.

Qui trovo guide preparate travestite da antichi romani e da matrone, che spiegano a grandi e piccini gli usi dei tempi antichi. Humor inglese e amore per la storia si fondono ottenendo un risultato intrigante.

Guida turistica/matrona romana ai Roman Baths di Bath, Inghilterra Questo complesso nell’antichità non era solo un ritrovo sociale, ma anche un centro di grande spiritualità, focalizzato intorno al tempio dove si venerava la dea di queste acque, la Sulis Minerva.  Terminata la magnifica visita, mi rilasso recandomi nell’adiacente Pump Room del XVIII secolo, concedendomi un classico e costoso tè all’inglese con pane burro, pasticcini, tartine al formaggio e cetrioli, che sarà anche la mia cena. Alla fine, un bel bicchierone di acqua termale, almeno questo è gratis e ipocalorico!

Faccio un salto nel tempo e giungo al momento in cui i Romani abbandonano Bath, col subentrare degli anglosassoni; nel 944 fondano un monastero nel luogo in cui oggi sorge l’abbazia della città.

La Bath Abbey, costruita tra il 1499 e il 1616, è un suggestivo edificio in pietra, di stampo ancora medievale; la parte più originale è sicuramente la facciata ovest, con il fantastico andirivieni di angeli su lunghe scale, trasposizione in pietra di un sogno del suo fondatore, il vescovo Oliver King. All’interno il soffitto con volte a ventaglio della navata è ricoperto di nervature; maestoso e spettacolare, attira tutti gli sguardi.

 

 

Su consiglio del personale dell’hotel acquisto il ticket per l’ingresso alla torre dell’abbazia (6 sterline); di qui lo sguardo può abbracciare tutta Bath, offrendo un romantico panorama sulle colline ed i tetti della case georgiane. In realtà il biglietto comprende una movimentata visita guidata in inglese attraverso i vari pertugi della torre, fino alle campane; purtroppo la guida parla velocemente e il mio scarso inglese non è all’altezza.

Più tardi passeggio per la città godendo del panorama superbo sul Pulteney Bridge, pittoresco ponte di roccia sul fiume Avon, e poi fino al Royal Crescent, le eleganti residenze georgiane disposte a semicerchio sulla vallata.

Oxford, la città dalle guglie sognanti

La mattina lascio i dolci pendii di Bath per prendere il treno diretto a Oxford. Fa freddo ed il cielo è grigio, ma quando approdo alla “città dalle guglie sognanti”, dalla famosa definizione del poeta Matthew Arnold, il cuore ricomincia a battere più forte. Mi sistemo al Royal Oxford Hotel, a 200 mt dalla stazione, per 90,00 euro in b&b, doppia uso singola. Anche se Oxford è piccola e si gira benissimo a piedi, io mi regalo un tour nel confortevole bus panoramico (14 sterline), tanto per farmi un’idea generale della città.

Ammiro così lo spettacolare Sheldonian Theatre, primo progetto di rilievo del giovane astronomo/architetto Christopher Wren, che più avanti innalzerà a Londra la cattedrale di S.Paul e la Bodleian Library, una delle più antiche biblioteche pubbliche del mondo; fuori dal centro mi colpisce la bella zona residenziale, dove i professori universitari edificarono le loro splendide case in epoca vittoriana.

Lo stile gotico impera ad Oxford, suggerendo atmosfere romantiche e tempestose d’altri tempi. Le alte torri che bucano il cielo, le chiese maestose, i muri di pietra ricoperti d’edera: mi sembra quasi di passeggiare dentro ad un dipinto preraffaellita, mi manca solo l’abito lungo e frusciante.  Oltre al Medioevo e al Rinascimento, è anche l’epoca vittoriana, infatti, a lasciare una forte impronta sulla città, imbevendola di quel gusto nostalgico che guardava indietro; con lo stile neogotico si sperava di far rivivere gli anni dorati di un medioevo fiabesco, così come avveniva nei dipinti dell’epoca.

Torno per una attimo all’età moderna, pranzando al Jamie’s Italian, il ristorante italiano del famoso chef inglese Jamie Oliver: i prezzi sono abbordabili e con 14 sterline mi godo un antipasto di schiacciatina e olive, tagliolini al pomodoro e melanzane ed un sorbetto al frutto della passione.

Excellent per un palato inglese, ma, per un italiana come me, sono migliori i piatti che prepara mammà! Gli inglesi impazziscono per la pasta fatta in casa; è domenica il locale si riempie di famiglie e coppie del luogo. Sono in vendita anche i ricettari dello chef,  prodotti gastronomici e utensili vari: Jamie ha messo su un ricco business.

Non si può venire a Oxford senza visitare i suoi magnifici colleges antichi, dato che la città, nell’immaginario collettivo, è il sinonimo della magnificenza accademica. Cerco il Cristh Curch College: la Lonely Planet lo definisce un cult. E’ vero, si tratta del college più grande e sontuoso di Oxford, fondato nel 1525 dal cardinale Thomas Wolsey. Qui hanno studiato una dozzina di primi ministri inglesi, nonché geni del calibro di Einstein, e scusate se è poco. Una volta entrata riconosco nella spettacolare Great Hall il refettorio che ha ispirato il grande Salone di Hogwarts del film di Harry Potter.

In effetti la fortunata serie di film, tratta dai libri di J. K. Rowling, ha rubato molto all’appeal monumentale e misterioso di Oxford. L’ambiente in effetti è molto evocativo con i suoi soffitti alti, ricoperti di travi scure a sbalzo; dalle pareti occhieggiano severi gli ex-alunni, suggerendo ai visitatori un senso di memento mori.Ritratto di C.Dogson, Oxford In un’elegante vetrata, a sinistra dell’ingresso, riconosco poi la sagoma di Charles Dodgson, alias Lewis Carroll e quella di Alice Liddell. La favola di Alice nel paese delle meraviglie è nata proprio qui, dalle fantasie di Carroll, professore emerito che, in un giorno d’estate del XIX secolo, inventò un racconto per divertire la piccola Alice, figlia del Rettore dell’università.

Visito poi il Tom Quad, il grande cortile quadrato, elemento ricorrente nelle architetture dei vari colleges, e la chiesa, la Christ Church Cathedral, la più piccola cattedrale del paese. Fuori dalle maestose mura del college si stendono a perdita d’occhio verdi pascoli popolati di mucche, nel perfetto stile inglese. Mi allontano, chiedendomi con una certa invidia (molta, per la verità) che cosa si provi a studiare in un luogo del genere, mentre incrocio un ragazzo lentigginoso che sta mostrando il suo college ai genitori in visita..

Un’altra tappa che non posso perdere ad Oxford è l’Ashmolean Museum, uno dei musei più antichi del mondo (1683); è gratuito e molto vasto, comprendendo diversi dipartimenti.

Nella sezione rinascimentale italiana mi innamoro della magnifica Caccia notturna (1470) di Paolo Uccello, un’opera ricca di mistero ed intensità, che sembra dotata già di un aura moderna, vicina al surrealismo. Poi scovo una saletta con opere impressioniste e preraffaelite, intonate al revival romantico e sognante, tipico di Oxford.

Ashmolean museum, Oxford

Un’occhiata anche agli strumenti musicali, tra cui un magnifico violino Stradivari ed infine all’arte asiatica, presente con magnifici paraventi di seta, porcellane e arazzi.

La Torre di Londra

Il mattino dopo di buon ora sono sul treno per Londra, diretta all’Hotel Regency House London a Bloomsbury (80,00 euro), una singola minuscola, quasi un guardaroba, ma in un quartiere affascinante.  Mi precipito alla Torre di Londra, che non avevo mai visitato, nei miei precedenti viaggi londinesi.

Ho prenotato sul sito ufficiale il biglietto d’ingesso e audio guida, con una spesa di 25,00 sterline circa; è piena stagione e ci sono fiumi di turisti. Di questo grande e articolato complesso medievale, che nei secoli fu teatro di intrighi e delitti, mi colpisce soprattutto la White Tower.

L’imponente edificio normanno (1078) sorge al centro del cortile, con le torrette ai quattro angoli e al suo interno la collezione di armature, tra le quali spicca quella di Enrico VIII: il suo fisico era a dir poco monumentale, senza parlare della sua imponente virilità!  Poi visito le Waterloo Barracks con i gioielli della corona, dove rimango stordita davanti ai bagliori di ori e pietre preziose dei reali inglesi. Scettri, corone, ampolle, diademi: per fortuna c’è anche la proiezione del filmato dell’incoronazione della regina Elisabetta, avvenuta nel giugno del 1953, in modo da riuscire a comprendere la funzione simbolica di alcuni di questi preziosissimi oggetti. Per osservarli si è obbligati a farsi trasportare da una sorta di tapis roulant che vi fa scorrere in avanti, evitando gli assiepamenti di fronte alle vetrine: purtroppo così si perde molta poesia e la visita diventa frustrante.

Dopo le foto di rito ai grandi corvi dal manto lucente ed alle simpatiche guardie, gli Yeomen Warder, che lavorano e vivono qui dopo anni di servizio onorato nelle milizie inglesi, esco dalla torre e dal passato, per gettarmi nella Londra contemporanea.

Una passaggiata lungo il Tamigi, poi  sulle orme del  Blooomsbury Group

Subito mi avvicino al Tower Bridge, proprio dietro la torre: meraviglioso ed imponente simbolo della città, così come la Tour Eiffel lo è per Parigi. Dopo un caffè allo Starbucks sotto il ponte, mi rilasso con una bella passeggiata lungo il Tamigi.

Gironzolare per il lungofiume è estremamente piacevole: a South Bank, nei pressi del London Eye, trovo un atmosfera frizzante e godereccia, con mille bancherelle che offrono un succulento viaggio attraverso i sapori del mondo: dal Giappone al Messico, dalla Spagna alla Cina..cibi di ogni forma e colore! Non resisto a questi profumi invitanti e mi concedo una sostanziosa “merenda” con gustosi ravioli giapponesi.

A Waterloo prendo la metro e torno verso l’hotel. Dopo cena faccio due passi nel quartiere, a Bloomsbury, giungendo fino a Gordon Square. La porta rossa al n. 50 è stata la a casa di Virginia Woolf (1882-1941) ed ha ospitato le epiche serate del Bloomsbury Group.

All’epoca il quartiere non era considerato elegante, abitato com’era dalla borghesia arricchita. Ma per le aristocratiche sorelle Stephen, Virginia e  Vanessa, che si trasferirono qui insieme al fratello Thoby dopo la morte del padre nel 1904, rappresentò un netto taglio col passato e una vita nuova, più libera e felice.

In questo luogo prese l’abitudine di riunirsi il gruppo di intellettuali, anticonformisti e creativi, che ruotava in torno alle due splendide sorelle. Purtroppo la casa, che appartiene ad un’istituto universitario, non è visitabile all’interno; ma è comunque emozionante starsene davanti a questa porta, mentre il sole tramonta su Londra.

Targa della casa di V.Woolf a Bloomsbury , Londra

Cercando Jane Austen nell’Hampshire

Stamattina di buon ora mi rimetto in marcia, questa volta diretta verso lo Hampshire, esattamente a Chawton, dove si trova l’ultima dimora di Jane Austen, continuando il percorso iniziato a Bath. Ho dedicato a questo bel momento un articolo, Lost in Austen.

Con il treno diretto da Waterloo ad Alton e poi il bus 64 raggiungo il villaggio. Entrando nel rustico cottage di mattoni rossi, di colpo mi ritrovo nel mondo limpido e radioso della Austen. La scrittrice si crogiolò nel tepore di questo microcosmo domestico dal 1809 fino alla sua morte nel 1817. Come a Giverny ho immaginato la serenità di Monet, immerso nella pace dei suoi giardini, così posso intravedere i giorni lieti di Jane in questa cornice bucolica e quieta, dove fiorì il suo genio letterario.

All’interno della casa-museo sono esposti, tra diversi mobili e oggetti, alcune prime edizioni di Orgoglio e Pregiudizio (1813), che proprio quest’anno festeggia le 200 candeline, ed il tavolino di noce su cui la modesta scrittrice creò o rielaborò i suoi capolavori.  Non c’è aria di museo delle cere, al contrario si percepisce una fragranza particolare in questo cottage, si è come trasportati nella dimensione unica creata dalla Austen, lontana nel tempo, eppure così incredibilmente attuale.Ritardi dei treni

Un’altra mezz’ora d’autobus e raggiungo Winchester per salutare la tomba della scrittrice, che riposa nella cattedrale.

Al ritorno trovo un sacco di treni cancellati o in ritardo e riesco a tornare a Londra  sul tardi, tuttavia non c’è dubbio che ne sia valsa la pena, con il vortice di immagini e sensazioni che mi porto dentro e che difficilmente dimenticherò.

La British Airways  il giorno seguente mi riporta a casa, da London Heathrow. Sono stanchissima e ho speso più del budget prestabilito; come ogni viaggio, però, soprattutto quelli preparati e vissuti con amore, oltre al portafoglio vuoto qualcos’altro in noi rimane, così come qualche nostra scintilla resta sparsa nei luoghi dove siamo passati.

Per usare le parole tratte dai diari di Virginia Woolf

Qui è rimasto qualcosa di noi

Viaggio dell’estate 2013

2 commenti

  1. Splendido diario di viaggio! Giverny la voglio visitare da una vita, mentre Bath e a Oxford non le avevo mai prese in considerazione ma dalle foto ispirano un sacco! Poi sono una mega fan di Harry Potter, voglio vedere la Sala Grande! 🙂

    1. Grazie, è una sensazione molto bella quella di invogliare qualcuno a partire per un luogo che ci è caro..Giverny è un sogno per gli amanti della natura e dell’arte, mentre ad Oxford e Bath ci si immerge nella letteratura, ovunque ci sono tracce di grandi scrittori: la fantasia galoppa sfrenata!!Mi terrò aggiornata sulle tue partenze..

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