Viaggio in America, Oriana Fallaci

La rivoltella è arrivata. Stava dentro un bel pacco color giallo limone, con su scritto Chicago Smith & Wesson Company, e il portiere me l’ha consegnata guardandomi con occhi nuovi. Possedere una rivoltella qui è come avere una macchina per lavare i piatti, la televisione, il telefono, l’automobile, il frigorifero

Anche questa è l’America dei Sixties, molto somigliante a quella di oggi: armi che arrivano a casa per posta, come un acquisto qualunque, necessarie perché ce le hanno tutti e, comunque, bisogna provare ad impedire

lo sport più in voga a New York: penetrare nell’appartamento di una donna e strangolarla mentre dorme o anche sveglia, chissà.

Sentiamo subito che nonostante le critiche, e il soprannome “inferno” affibbiato alla Grande Mela, dietro alle parole di Oriana Fallaci (1929-2006) si cela un grande trasporto per questa città: un luogo che le assomiglia e che le calza a pennello. Forte, audace, straordinariamente moderna, New York non guarda in faccia a nessuno e va avanti per la sua strada, proprio come la giornalista italiana. L’unica differenza è il passato: quello della scrittrice è legato ad un Italia povera e semplice, martoriata dalla seconda guerra mondiale, New York invece sembra quasi non avere una storia. Tutto nella Big Apple è nuovo, luccicante e già pronto per essere sostituito da qualcosa di più recente.

E’ un città dura, ma lo è anche la Fallaci, che sembra pronta a mangiarsela: infatti la sceglierà come sua casa e sarà dalle finestre del suo appartamento di Manhattan nella 61th street che, molti anni dopo, guarderà il cielo oscurarsi per il fumo delle Torri Gemelle.

Gli articoli raccolti in questo volume dalla Rizzoli sono una serie reportages scritti dalla giornalista per l’Europeo, nel periodo tra 1965 e il 1967, tutti incentrati sulla vita ed i costumi d’America. All’epoca l’autrice è già un celebrità internazionale: il suo ultimo libro, Se il sole muore (Rizzoli, 1965), è un autentico successo e tratta dell’argomento più discusso ed entusiasmante del momento, un’inchiesta sul programma spaziale della NASA, che l’ha vista vivere a tu per tu per mesi con gli astronauti alla vigilia dello sbarco americano sulla Luna.

Di lì a poco la scrittrice partirà per il Vietnam come corrispondente di guerra; per ora scrive articoli attesissimi nel Belpaese, che rappresentano una delle poche ventate d’aria fresca in un Italia ancora impettita e provinciale. C’è voglia di cambiamento e Oriana lo incarna perfettamente: indipendente, diretta e caparbia, se na va da sola negli USA, anche se non è sempre facile dal momento che lì

l’unica cosa che si rimprovera ad una donna sola è quella d’esser sola. Che tu compri un biglietto d’aereo o i broccoli refrigerati, che tu faccia un telegramma o che tu venga invitata ad un party, una domanda ti perseguita, cupa: “Signora o signorina?”

Ma la Fallaci di certo non si arrende e, con divertita curiosità, ci invia le sue cartoline impertinenti dagli States, questo paese sconfinato, miraggio elettrizzante di modernità e intraprendenza, dove tutti i sogni sembrano a portata di mano. Siamo nell’America colorata e adolescenziale degli anni 60’ e l’obbiettivo ben a fuoco della scrittrice ci rivela contraddizioni e ossessioni divoranti.

Come sulle montagne russe sfrecciamo da un’istantanea all’altra di NY, dai locali alla moda ai grandi drugstores, dove si trova di tutto, farmaci, calze di nylon e persino snack bar; fino ai microscopici appartamenti, monolocali grandi poco più di una scatola, dove è più facile comprare le armi da fuoco per posta, che essere visitati da un dottore anche quando si ha 41 di febbre. Contraltare del moderno stile di vita è la disarmante ingenuità degli USA,  evidente quasi in ogni pagina; come quando la scrittrice si rende conto di essere spiata dalla CIA durante una conversazione telefonica. Un sonoro starnuto rivela la presenza di qualche impacciato agente che la sta ascoltando, in quanto giornalista impegnata sull’omicidio Kennedy.

Poi si parte in un movimentato viaggio on the road con l’attrice Shirley MacLaine, amica briosa e spumeggiante della Fallaci, ripercorrendo all’inverso l’itinerario coast to coast degli antichi pionieri dalla Virginia alla California. Insieme alle due audaci signore scopriamo gli infiniti panorami del selvaggio West, fino alle spettrali Ghost Town; veniamo abbagliati dalle luci ammalianti di Las Vegas, coi suoi vizi e i suoi matrimoni sopra le righe.

A Los Angeles, vediamo Oriana annoiarsi negli infiniti party a bordo piscina, animati da celebrities con problemi di cuore ed evidenti disturbi comportamentali, da Warren Beatty a Jane Fonda, senza dimenticare “la regina e il re” di Hollywood, Liz Taylor e Richard Burton.

Un invito a cena con gli astronauti a Houston, Texas, ci svela invece il retroscena della loro vita quotidiana: una dimensione sorprendentemente provinciale e piccolo borghese, tra mogliettine dai vestiti inamidati e linde villette a schiera, dove la giornalista è guardata con circospezione perché è la “straniera venuta da New York“.

Piena d’acume, la voce della Fallaci ci coinvolge in una lettura dal ritmo acceso, dove lo sguardo lucido dell’autrice si sposa alla vivacità del suo humor toscano.

Dietro agli spassosi racconti legati alle bizzarrie a stelle e strisce, scopriamo che i problemi e le manie di quest’America impaziente ed agitata di 50 anni fa, non sono che l’embrione di quelli odierni, approdati poi in tutto il mondo Occidentale, sino in Europa: le tensioni razziali, l’ossessione per la cura del corpo e per la giovinezza, il senso di allarme e paura che alberga nelle case, i matrimoni lampo e i numerosi divorzi. Dunque quest’America, così all’avanguardia e nello stesso tempo infantile, diventa anche un viaggio dentro noi stessi, lo specchio lucido e impietoso che la Fallaci ci mette davanti.

Viaggio in America, Oriana Fallaci

2014, Rizzoli

 

 

 

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