A Parma, tra i misteri del Rinascimento e gli splendori ducali

Questa volta la meta del mio viaggio non mi porterà fuori dalla regione in cui risiedo, l’Emilia Romagna, dato che visiterò uno dei suoi capoluoghi di provincia: la bella città di Parma. La scusa per visitarla viene da una mostra di grande fascino sulla fotografia giapponese del XIX secolo (Giappone segreto). Mi accompagna un’amica, che è appassionata d’arte nipponica e che come me non ha mai visitato la città.

Prendiamo il treno dalla nostra Ravenna, con l’immancabile cambio a Bologna, e giungiamo alla stazione di Parma alle 10.08, dopo un paio d’ore di viaggio. Ad accoglierci c’è una primavera grigia ed uggiosa, la stessa delle nostre parti, ma non ci scoraggiamo. Percorriamo via Giuseppe Verdi ed in una manciata di minuiti siamo in pieno centro storico; la prima immagine a sedurci è quella imponente e severa del Palazzo della Pilotta, con le sue mura spoglie ed altissime. Rimandiamo la visita degli interni al pomeriggio e ci rechiamo in via Melloni 3, all’antico Convento di San Paolo (ingresso 2,00 euro). Parma è una città a misura d’uomo ed è un piacere percorrerla a piedi, incrociando qualche gruppetto di turisti stranieri ed eleganti signore parmigiane, dal look decisamente bon ton.

Il Convento di San Paolo conserva un tesoro prezioso, la camera affrescata da Antonio Allegri, più conosciuto come il Correggio (1489-1534). La Badessa Giovanna Piacenza, che, ancora giovane, prese in mano le redini dell’istituto agli inizi del Cinquecento, diede l’avvio ad una serie di ristrutturazioni ed abbellimenti. I lavori culminarono con la decorazione dei suoi appartamenti privati: sei piccoli ambienti, dove la religiosa sbrigava i lavori di amministrazione e trascorreva feconde ore di otium. Dopo aver incaricato Alessandro Araldi nel 1514 di realizzare la prima parte della decorazione, impostata ancora su canoni quattrocenteschi, la Badessa si rivolse ad un pittore della maniera moderna, il Correggio.

E così nacque, nel 1519, uno degli ambienti più misteriosi ed accattivanti dell’Italia rinascimentale: la Camera di San Paolo. Su di una volta ad ombrello, ancora tardo gotica, si mostra rigoglioso un giardino verdeggiante, arrampicato su di un pergolato, da cui si affacciano, attraverso ovali aperti sul cielo, dei cherubini.

Correggio, sensibile pittore dell’infanzia, descrive con naturalezza i putti, che hanno tutto il carattere e le carni rosee dei bambini veri. Dietro la ridente giocosità dei bimbi c’è tuttavia anche una sfumatura sinistra, ad esempio nel putto che solleva la testa mozzata di un cervo. Sono molti infatti i rimandi al tema della caccia, dato che la sala è anche detta di Diana, la dea cacciatrice, raffigurata nel camino. La fanciulla divina possedeva anche il tradizionale attributo della verginità, che rappresenta in tal senso un legame con la casta committente. Al centro della volta di questo giardino trompe l’oeil troneggia lo stemma della Badessa in stucco dorato. I rimandi neoplatonici, come un complicato rebus, hanno sollecitato l’interesse di celebri storici dell’arte, che si sono arrovellati sulle interpretazioni della simbologia e sull’utilizzo della camera: c’è chi sostiene che fosse uno studiolo, chi una sala da pranzo, dato gli utensili che decorano la base della volta.

Uscite all’aperto ci dirigiamo spedite verso la centralissima Piazza Garibaldi, animata dal passeggio cittadino. E’ la zona in cui si rivela l’impianto romano della città: qui si incrociavano il cardo ed il decumano. Adocchiamo subito la sagoma signorile giallo-Parma del Palazzo del Governatore, un edificio ristrutturato dal Petitot nel 700’, in seguito al crollo della torre dell’originario palazzo medievale. Sarà Maria Luigia D’Austria (1791-1847), duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, a far dipingere sulla facciata  le meridiane, in evidenza sull’alta torre centrale, che conferiscono al palazzo quel tocco fantasioso che lo rende più interessante.

Oggi il palazzo è sede di prestigiose mostre, come quella che stiamo per visitare. L’esposizione sulla scuola fotografica di Yokohama, che mescola tecnica pittorica e fotografica, è entusiasmante e ce la godiamo nel più assoluto silenzio: siamo le uniche visitatrici di questa mattina feriale.

Si è fatta ora di pranzo e, conclusa la visita, passeggiamo nel centro storico alla ricerca di un osteria tipica in cui rifocillarci. Scegliamo la Trattoria del tribunale, svoltando all’angolo del pittoresco vicolo delle cinque piaghe, senza farci intimorire dalla toponomastica. La rinomata gastronomia parmense vanta soprattutto piatti a base di carne, come gli anolini (tortelli ripieni di manzo e formaggio) e, naturalmente, il famoso prosciutto; io però sono vegetariana e la mia amica non è particolarmente amante della carne. Troviamo comunque gustosissime alternative e ci saziamo con un antipasto di carciofi, seguito da fumanti tortelli di zucca: un pasto da leccarsi i baffi e a prezzo modico. Dopo un bel caffè, siamo nuovamente operative per la città.

Passeggiamo nuovamente verso Piazza Garibaldi e imbocchiamo ad ovest strada Mazzini. Girando a destra siamo in Strada Garibaldi, dall’evidente impianto ottocentesco, in cui spicca il Teatro Regio. L’architettura neoclassica è pulita ed elegante, con la facciata sorretta da una decina di colonne ioniche. Fu inaugurato nel 1829 con la Zaira di Vincenzo Bellini ed oggi è uno dei teatri più illustri d’Italia.

In zona spicca anche la grandiosa chiesa cinquecentesca della Madonna della Steccata, chiamata così per via di un immagine miracolosa della Vergine, una volta protetta per l’appunto da uno steccato. All’interno si conserva l’ultima opera del Parmigianino (1503-1540), l’affresco con le Vergini stolte e le Vergini savie: ma purtroppo la troviamo chiusa. Nella piazza della Steccata, si trovano favolose botteghe vintage, come un vecchio negozio di barberia, recentemente riaperto, ed un negozio di cappelli.

Ci rechiamo allora in Piazza Duomo, un largo spiazzo dalle atmosfere medievali e solenni, con le moli della Cattedrale, del campanile e del Battistero che vi si affacciano. Visitiamo il Duomo dell’XI secolo (ingresso gratuito), intitolato a Santa Maria Assunta, che mostra la sua maestosa architettura romanica nella facciata a capanna, simile ad altre cattedrali del settentrione, come quelle di Piacenza o Cremona. Il campanile risale al Duecento, quindi già di stile gotico, e svetta in alto per 63 mt. All’interno il Duomo conserva alcuni capolavori che hanno segnato la storia dell’arte occidentale: il soffitto della cupola affrescato dal Correggio con l’Assunzione della vergine (1524-30) e la Deposizione  (1178) di Benedetto Antelami. La prima opera scandalizzò i committenti a causa della sua carica innovativa; la forza centripeta del vortice di nubi, la luce drammatica e l’audacia nelle pose delle figure lanciò una tendenza che sarà un must di tutta la migliore arte barocca. La Deposizione del famoso scultore e architetto Benedetto Antelami (1150-1230), un bassorilievo del 1178, ci riporta alla diffusione del gotico in Italia, con un’immagine di dolorosa, intensa e raffinata.

Il Battistero di Parma (ingresso 8,00 euro comprensivo di ingresso al  museo diocesano), costruito tra il 1196 e il 1216, è una delle grandi emozioni che la città regala al visitatore; si entra in questo immenso ottagono di marmo rosa, sospeso tra l’imponenza romanica e il verticalismo gotico, e si è sopraffatti dalla quantità di immagini dipinte e dalle statue che rivestono le pareti, intorno alla semplice vasca battesimale. La decorazione ricopre le superfici fino all’altissimo soffitto, culminante con la spettacolare volta da ombrello. Il ciclo delle stagioni scolpito da Benedetto Antelami (1150-1230), che è anche l’architetto dell’edificio, è una finestra aperta sulla vita degli uomini medievali, colti nelle varie occupazioni legate alla terra ed ai diversi mesi dell’anno. Peccato che le sculture siano collocate molto in alto, cosa che rende difficile la loro fruizione; inizialmente dovevano collocarsi all’esterno dell’edificio, sulla facciata, ma sembra che la morte di Benedetto Antelami abbia interrotto i lavori.

Dopo una pausa caffè, ci dedichiamo al Palazzo della Pilotta (intero 10,00 euro, ridotto per apertura parziale pomeridiana 5,00 euro), una tappa imperdibile della gita a Parma. Questo immenso palazzo, dalla foggia austera, porta questo nome particolare per via del gioco basco della Pelota, che si svolgeva nel cortile durante celebrazioni di rappresentanza. Il grandioso complesso è nato nel 1583 con quello che fu soprannominato il “corridore”, una massiccia galleria che doveva collegare le residenze ducali, poi ampliato con le due corti maggiori, per iniziativa del duca Ranuccio I di Farnese.

Il palazzo negli esterni non concede nulla alla pompa e all’eleganza, ma è piuttosto severo, poiché inizialmente era nato per ospitare i servizi, come le scuderie, il maneggio e la sala d’armi. Oggi la sua funzione è squisitamente culturale e all’interno sono ospitati diversi musei ed attrazioni: il Museo Archeologico nazionale, la Biblioteca Palatina, il Teatro Farnese, e la Galleria Nazionale. Prima di entrare ci godiamo la vista della poetica fontana del Piazzale della Pace di fianco al Palazzo, in cui è stata ricavata, sull’originario impianto di una chiesa abbattuta, una grande vasca d’acqua da cui emergono alcuni alberi in un raffinato gioco di riflessi e superfici.

Alla biglietteria della Pilotta ci fanno il ticket ridotto, perché, ci informano, alcune sale sono chiuse. Ci precipitiamo ad ammirare il Teatro Farnese, un’opera lignea sfarzosa ed avvolgente, uno dei più vasti teatri seicenteschi in Europa, che in origine doveva essere la sala d’arme. Ranuccio Farnese lo aveva trasformato nel 1617-18, destinandolo agli spettacoli in onore di Cosimo de Medici, che sarebbe venuto in visita: si sperava in un matrimonio che suggellasse l’alleanza col Granduca di Toscana.

Poi la cosa sfumò e il teatro venne inaugurato solo nel 1628 in occasione di nozze ducali e da allora fu utilizzato rare volte. Nel maggio del 1944 fu bombardato dagli alleati, ma un sapiente restauro negli anni 50’ lo ha restituito all’antico splendore. La struttura riprende quella dei teatri greci e romani, arricchita da una doppia elegante loggia ad archi.

La Galleria nazionale, lo suggerisce già il nome, non è certo un piccolo museo di provincia, al contrario conserva opere prestigiose, molte delle quali facevano parte delle collezioni dei duchi e furono esposte proprio all’interno del palazzo della Pilotta già nel Seicento.

Oltre ai pittori che sono indissolubilmente legati alla città di Parma, celebri in tutto il mondo, come Parmigianino o Correggio, ci sono anche capolavori di artisti stranieri del calibro di Hans Holbein (1497-1543), presente col suo fantastico Erasmo da Rotterdam (1530).

Purtroppo scopriamo che, per carenza del personale di vigilanza, le sale che ospitano questo ritratto straordinario e molti altri capolavori, sono già chiuse. Ecco spiegato il biglietto ridotto. Ci chiediamo come ciò sia possibile: un museo che vanta collezioni in grado di gareggiare (e superare) quelle di molti musei d’Europa, ha orari limitatissimi e, oltre ha ciò, non sa dare indicazioni precise in merito. Infatti uno degli addetti ci informa che è meglio chiamare il mattino stesso il museo, per sapere esattamente quali sale saranno aperte: incredibile! Riusciamo comunque a goderci le pale d’altare gotiche e qualche opera del Parmigianino, anche se l’esotica Schiava turca (1532) è in esposizione a Roma alle Scuderie del Quirinale.(“Correggio e Parmigianino. Arte a Parma nel Cinquecento”), dove sicuramente avrà una fruizione migliore.

Le gambe iniziano a cedere e il tempo della nostra visita sta per volgere al termine: rinunciamo così alla Biblioteca Palatina (il Museo archeologico è chiuso), per concederci una pausa riposante al caffè di fronte al Palazzo. La giornata è stata densa di esperienze e di spunti interessanti; rimandiamo alla prossima visita parmense gli itinerari verdiani (Giuseppe Verdi è infatti il cittadino più illustre della città, essendo nato nella frazione di Roncole Verdi nel 1813) ed addolciamo il viaggio di rientro con alcune caramelle alla violetta di Parma. Alla prossima, il treno ci aspetta!

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