Sognando La mia Africa: a casa di Karen Blixen

Per prima cosa voglio dirti che se credi che mi trovi male quest’estate a Rungstedlund allora c’è un equivoco, e vorrei chiarirlo. Io sto meravigliosamente bene qui, per me è davvero bellissimo che le cose siano rimaste esattamente come prima […] è come se tutta questa vecchia, amata casa si raccogliesse intorno a me e mi proteggesse

Karen Blixen, 1939

Quando tornò a Rungstedlund, nella casa della sua giovinezza, Karen Blixen (1885-1962) era circondata dalle macerie della sua vita. Dopo 17 anni trascorsi in Africa (1914-1931) a gestire la fattoria e la sua piantagione di caffè, aveva dovuto fare retromarcia ed era rientrata in quella Danimarca che con tanto entusiasmo aveva lasciato da ragazza.

La sua impresa era fallita, l’amore perduto per sempre, così come gli anni della gioventù. Siamo nel 1931 e la Blixen si dà sei mesi di tempo per capire se lottare ancora o abbandonare per sempre il mondo dei vivi e della speranza. Il suicidio non era poi un’idea tanto lontana o folle per lei: suo padre molti anni prima lo aveva fatto, si era impiccato, ponendo fine a tutto, forse a causa della sifilide.

Ma Karen, qui a Rungstedlund, riemerge dall’abisso, e lo fa ritrovando una passione di gioventù mai sopita: la scrittura.  Butta giù una serie di racconti che diverranno le “Sette storie gotiche” (1933); più tardi  rielaborerà la sua esperienza in Kenya, pubblicando nel 1937 “La mia Africa. Il successo e la fama sono ormai alle porte.

La casa in cui avvenne l’incantesimo che fece della baronessa Blixen la più grande scrittrice danese del XX secolo è diventata un museo nel 1991. Si trova nell’elegante cittadina costiera di Rungsted, nella Seeland, a nord di Copenhagen (qui potete leggere il mio diario di viaggio completo). La raggiungo un mattino di giugno, con il treno che parte dalla stazione centrale della capitale. Dai finestrini scorre una verdeggiante Danimarca, tra colline, boschi sterminati e ville sontuose.

La villa sorge sullo Strandvej, una strada panoramica sul ventoso braccio di mare che separa la Danimarca dalla Svezia. Rungstedlund, all’epoca in cui la acquistò il padre di Karen nel 1879, possedeva già il fascino del passato; era stata un’antica locanda, che aveva ospitato nelle sue stanze, un secolo prima, uno dei maggiori poeti danesi, Johannes Ewald (1744-1813).

Karen Blixen nascerà qui nel 1885 e vivrà un infanzia spensierata, in cui presto germogliarono la passione per l’arte e la letteratura. La villa è un edificio elegante e candido, che conserva però qualcosa di rustico; i muri sono ricoperti d’edera, sotto ad un grande tetto di tegole rosse. Quando entro, varcando la soglia adorna di rose rampicanti, mi batte il cuore. I primi spazi in cui m’imbatto sono quelli delle scuderie e dei servizi, che oggi ospitano la biglietteria ed alcune sale espositive, dove si trovano allestimenti scenografici ispirati all’opera di Shakespeare: un omaggio ad uno scrittore che la Blixen amava molto.

IMG_8996Ma è nella seconda parte della visita che si provano le emozioni più forti, quando si entra nelle stanze che effettivamente la Blixen occupò sino alla sua morte nel 1962. La casa è quasi deserta, i visitatori sono pochi; qualche danese, una coppia di francesi ed io. Nel silenzio mi inoltro nel primo ambiente, la galleria e anticamera, che un tempo era la stanza da gioco dei bambini, più tardi utilizzata per la tenere in ordine la biancheria. Oggi è una sala priva di mobilio, dove sono stati appesi alcuni bellissimi quadri dipinti dalla Blixen che ritraggono indigeni africani. Aveva frequentato la scuola d’arte a Copenhagen, anche se poi aveva abbandò l’idea di una carriera in questo campo.

Il soggiorno è il classico ambiente signorile, tipico delle residenze dell’alta borghesia di un secolo fa, con alcuni arredi pregevoli, come la pendola danese della prima metà del 700’, appartenuta al padre della Blixen e poi portata in Africa per arredare la fattoria. La scrittrice amava sedersi accanto al bel camino di marmo, quando riceveva ospiti. Qui si trova un parafuoco di legno con eleganti figure orientali.

Possedevo un parafuoco in legno con dipinte figure di cinesi, sultani e negri recanti cani al guinzaglio; era stato sempre vicino al caminetto. La sera, quando il fuoco scoppiettava allegramente, quei personaggi prendevano corpo, pareva quasi illustrassero le storie che raccontavo a Denys. Lo guardai bene. Lo guardai bene, poi lo piegai e lo misi in una cassa; quei signori, per il momento, potevano stare a riposo.

Dal capitolo “Addio alla fattoria” in La mia Africa

L’ultimo saluto alla fattoria in effetti era stato penoso, come strapparsi alla vita e alla felicità. L’idea di andare in Kenya all’inizio era stata come un sorso d’acqua fresca per Karen; non più tanto giovane, innamorata e respinta, desiderava ardentemente lasciare l’ambiente borghese in cui era cresciuta. Così era partita da sola per questo paese sconosciuto e selvaggio, dove aveva sposato Bron Blixen il giorno stesso del suo arrivo, nel gennaio del 1914. Lui, che le offriva un’alternativa di vita avventurosa, era il fratello gemello del suo primo amore non corrisposto, Hans Blixen. Il loro fu un matrimonio d’interesse: lei ebbe il titolo di baronessa, mentre Bron investì i soldi della dote nel suo progetto africano, quello di una piantagione di caffè.

Tra il moltiplicarsi di sofferenze e umiliazioni, come la sifilide contratta dal marito, il fallimento del matrimonio e i problemi economici, Karen in Africa aveva trovato anche la sua parte di felicità; aveva preso in mano le redini della fattoria, dopo la separazione con Bron, ed era divenuta il centro su cui gravitavano intorno gli affetti della sua nuova famiglia, come il fidato Farah e gli altri indigeni che lavoravano alla piantagione. Denys Finch Hatton in una fotografia degli anni 30'Per non parlare dell’incanto selvaggio della natura, dei lunghi safari di caccia e delle notti d’Africa, piene di un mistero ancestrale. Ad un certo punto, era arrivato anche il grande amore. L’incontro con Denys Finch Hatton (1887-1931), un pilota inglese dall’animo avventuroso, fu abbagliante come una rivelazione.

Somigliava un po’ a Rimbaud, un uomo “dalle suole di vento”, sempre in giro, sempre altrove. Safari, viaggi, spedizioni d’ogni genere: erano lunghe, interminabili le assenze che lo portavano via da lei. Ma Denys poi ritornava, e quando lo faceva era bellissimo.

Nella stanza verde di Rungstedlund, un ambiente vasto e confortevole che la Blixen utilizzava in inverno per scrivere quando l’altro studio era troppo freddo, c’è un oggetto che condensa molti ricordi felici: il vecchio grammofono meccanico a manovella, risalente agli anni 20’.

Fu lui a regalarmi il grammofono che arricchì di nuova vita la mia casa e divenne per me una vera gioia, quasi la voce della fattoria. “L’anima di una radura è l’usignolo”. Talvolta giungeva all’improvviso, mentre mi trovavo nei campi di caffè o di granturco. Portava dischi nuovi: quando tornavo a cavallo, al tramonto, la musica mi veniva incontro, nell’aria fresca della sera, annunciandomi il suo arrivo.

Dal capitolo “Ali” in La mia Africa

Sempre nella stanza verde si può ammirare anche la sua piccola macchina da scrivere Corona; su quei vecchi tasti consumati dall’uso, sono nate le sue opere.

La sala da pranzo è dominata dal grande tavolo inglese di mogano in stile reggenza, un tempo acquistato dal nonno della scrittrice, l’importante consigliere di stato Regnar Westeenholz. Come ogni stanza, anche qui trovo grandi mazzi di fiori, disposti in modo raffinato, così com’era al tempo della Blixen. Per Karen sistemare i fiori nei vasi era un’arte, proprio come dipingerli; li raccoglieva lei stessa fuori, nel suo grande parco.

L’ambiente che risveglia in me le più forti emozioni, dove ancora sembra ancora muoversi l’ombra gentile e inquieta della scrittrice, è il piccolo studio che da’ sul mare. E’ chiamato la stanza di Ewald, perché un tempo era occupata dal poeta danese.  Non appena mi affaccio su questo spazio affascinante insieme alla coppia di turisti francesi, da qualche angolo della casa giunge lieve e maestoso il clarinetto di MozartD’un tratto il signore francese si gira ed esclama con enfasi “Mais c’est la musique du film!”

Mentre i nostri occhi inevitabilmente s’inumidiscono, ci scappa da ridere, tra l’imbarazzo e l’emozione che non riusciamo a vincere. Poi stiamo in silenzio ad ammirare questo luogo, a studiarne i dettagli per imprimerli a fondo nella memoria. In effetti il film biografico La mia Africa (S. Pollack ,1985), con Meryl Streep nei panni della Blixen, è entrato nell’immaginario collettivo e non è proprio possibile scacciarlo dalla mente, durante la visita a Rungtedlund. Certo, la storia tra Karen e Denys non fu così romantica: per lo meno per lui, che nel film fu interpretato da un irresistibile Robert Redford. Denys fu infedele e distante, mentre lei lo aspettava. Sempre.

Io sono, credo, legata a Denys per l’eternità, ad amare la terra che calpesta, a essere felice al di sopra di ogni immaginazione quando è qui, e a soffrire le pene dell’inferno ogni volta che parte..

Ngong, 3 agosto 1924 Lettere dall’Africa 1914-1931

Con Denys aveva passato momenti indimenticabili, in cui la vita riversava su di lei un senso di completezza e serenità che, prima di conoscerlo, non aveva osato neanche immaginare.

Dubito davvero che per me possa esserci felicità più grande che volare sulle pianure dell’Africa e sopra le Ngong Hills con Denys.

Ngong, 12 ottobre 1930 Lettere dall’Africa 1914-1931

Ma sarebbe un errore immaginare la Blixen come la classica donnetta che dedica la sua vita ad un uomo assente e lontano; forse lo aveva scelto proprio per questo, perché sapeva che non le avrebbe mai offerto quel legame duraturo e soffocante che tutti gli altri cercavano nel matrimonio.

Di tutto ciò che posseggo, la cosa cui do più valore è la mia libertà [..] nessuno può permettersi di criticare il mio aspetto, i miei pensieri o quello che dico e che faccio. L’ho pagata col mio essere “priva di legami”, lo so, e ogni tanto questo mi pesa molto; ma anche se l’ho pagata molto cara, non l’ho pagata troppo.[..]se invece ho dedicato la mia vita ad amare Denys, che non ha legami, e la razza nera senza eccezioni è perché mi è necessario.

Ngong, 5 settembre 1926 Lettere dall’Africa 1914-1931

Quando alla fine ci fu il disastro, la fattoria in rovina, l’abbandono dell’amata Africa e degli amici più cari, un’ulteriore tragedia, forse la più terribile, colpì Karen Blixen. Lo schianto di Denys con il suo aereo in un mattino di maggio chiuse per sempre e con dolore, il capitolo africano. Hatton sarà seppellito nelle Ngong Hills, quelle verdi colline che tante volte aveva sorvolato con Karen.

Guardare il piccolo studio della Blixen è come immergersi per un attimo in quella vita densa di ricordi, popolata dai fantasmi del passato: le lance masai e somale appese alle pareti, il tavolino con la sua poltrona preferita, lo scrittoio accanto alla finestra, un tempo appartenuto al padre.

Sul davanzale s’intravedono, dentro a vecchie cornici d’argento, le fotografie di Denys.

Purtroppo non posso vedere la stanza da letto, che è in restauro, così osservo le fotografie appese alle pareti della scala che ripercorrono la vita della scrittrice; più tardi mi godo il documentario biografico in inglese, che viene proiettato al piano terra. Era da qui che partiva la colonna sonora del film che si è sentita poc’anzi; scopro che La mia Africa non è l’unica opera cinematografica ispirata alla storia della Blixen, ma solo la più famosa.

In una sala d’esposizione, infine, ritrovo qualche oggetto topico, come la sua consumatissima valigia di pelle, ricordo sgualcito di tanti viaggi, e un quaderno dove annotava le ricette con una grafia antica che sa di diciannovesimo secolo, ritrovato dopo la sua morte.

Quando la Blixen alla fine se ne andò, magra come un fuscello e sfinita dalla malattia, si tenne una breve cerimonia all’interno della casa, poi una carrozza trainata da un paio di cavalli portò la bara nel parco. Anch’io mi spingo fuori, facendo lo stesso percorso.

La riserva naturale e ornitologica di Rungstedlund, traboccante di fiori, campi coltivati e boschi, è ancora come all’epoca in cui la proprietaria era in vita. Il sentiero s’inoltra nel verde, in mezzo ad alberi maestosi che hanno alle spalle una storia di 300 anni; tra i loro rami nidificano 40 specie diverse di uccelli.  In pochi minuti raggiungo il luogo di sepoltura; ecco dove riposa per sempre Karen Blixen, sotto ad un grande faggio nel bosco, protetta dalle fronde e cullata dal canto degli uccelli.

Tanto fu straordinaria la sua vita, quanto è semplice la sua tomba, una lastra di pietra con il suo nome scritto sopra. Ci appoggio sopra un fiorellino di campo, porgendo il mio modesto saluto. Tornata alla biglietteria scambio qualche parola con una delle signore che ci lavorano; scopro così che un nipote di Karen, ormai anziano, vive ancora a Rungsted e che ogni tanto viene a visitare la villa. Si ricorda ancora delle fiabe paurose, sempre nuove, che la zia gli raccontava da piccolo, facendolo tremare e divertire allo stesso tempo.

Me ne vado via, portando con me quest’ultima immagine, così viva e interessante, quella di una donna creativa, fantasiosa e fuori dagli schemi; una narratrice nata, che amava raccontare le sue storie.

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