In Oriente con la regina del deserto: Gertrude Bell e i suoi Ritratti persiani

E così in mezzo al deserto, tra alte mura, la vita segreta e misteriosa dell’Oriente prosegue: una vita cui nessun europeo può penetrare, i cui standard, i cui canoni sono talmente diversi dai suoi che l’intera esistenza che essi governano gli appare nebulosa e irreale, incomprensibile, del tutto imperscrutabile;

Ritratti persiani è il primo libro pubblicato da Gertrude Bell (1868-1926) nel 1894. Lei era uno di quei viaggiatori inglesi appassionati e curiosi, così come iniziavano ad esserci a quell’epoca, quando il Grand Tour evolveva nella passione per l’archeologia e per l’avventura più estrema, oltre i confini del mondo conosciuto, verso Oriente. Ma la Bell era anche una donna, e proprio come Freya Stark, fu una pioniera nell’affrontare i pregiudizi del periodo, uscendo dal guscio domestico e aprendo le porte di un universo lontano, difficile per i viaggiatori uomini, quasi impossibile per le donne: e lo fece per inoltrarvisi da protagonista. Infatti si spinse oltre la semplice esplorazione, poiché mise a frutto le sue abilità diplomatiche e la sua conoscenza del mondo arabo per diventare un agente segreto dell’impero britannico.

Gertrude-Bell-c-1900La figura slanciata, una massa vaporosa di capelli color rame e gli occhi chiari; l’aspetto gentile ed etereo non doveva trarre in inganno. Colta, autonoma, in grado di parlare perfettamente il persiano, il turco e l’arabo, la Bell si allontanò decisamente dai canoni femminili tradizionali di quegli anni. Sarebbe facile incasellarla come una femminista ante-litteram, ma Gertrude sfugge ad ogni facile tentativo di etichetta; la donna che si laureò brillantemente ad Oxford (una delle poche nel XIX secolo) e che si lanciò in imprese rischiose e anticonvenzionali, fu la stessa che in patria si schierò contro il movimento delle suffragette per il diritto di voto alle donne. La sua vita, avventurosa ed intensa come una favola, ebbe una fine tragica quando la Bell si suicidò a Baghdad con un tubetto di sonniferi; la sua storia è divenuta prima un romanzo ( Queen of the Desert, Shaper of Nations, 2007, di Georgina Howell) poi un film con Nicole Kidman nei panni della protagonista (Queen of the Desert, 2015, scritto e diretto da Werner Herzog).  Nella sua prima prova letteraria, Ritratti persiani, l’autrice ci tratteggia una serie elegante di immagini esotiche, col suo sguardo perspicace e lucido. Più che un vero e proprio diario di viaggio, è una raccolta di impressioni, momenti ed episodi; può essere letto e sfogliato anche disordinatamente, senza un percorso rettilineo. Ogni capitolo è una piccola finestra  a se stante che si apre sul mondo mediorientale, dove si racconta una storia, una minuscola e lucente tessera del grande mosaico persiano. Infine l’Oriente  si svela al lettore come un affresco maestoso e vibrante, con la sua serie variopinta di uomini e paesaggi: i mercanti e lo Scià, le nobildonne e il popolo, le città e i deserti. Gertrude Bell, ritratti persianiCapitolo dopo capitolo, si susseguono le descrizioni vivide dei lunghi pomeriggi persiani, degli splendori del tesoro dello Scià, dei misteriosi e lussureggianti giardini che si aprono d’un tratto in mezzo ai palazzi o tra le dune di sabbia.

Anche gli usi sociali e il misticismo di un popolo lontano e diverso, ancora oggi per molti versi sconosciuto e invalicabile, vengono narrati con grazia e semplicità: il Ramadan, le moschee, la condizione femminile.

Proprio la sua descrizione delle principesse persiane, avvolte in pesanti e scomodi abiti tradizionali e rinchiuse nelle loro gabbie dorate, rivela molto del suo giudizio in merito e del suo modo d’intendere la vita:

Le lasciammo ad osservarci da dietro le pareti di tenda. La loro esistenza in cattività ci sembrò una scadente parodia della vita, mentre ci dirigevamo a casa risalendo la vallata umida e l’aria di montagna ci infondeva nelle vene un gioioso calore.

La sua scrittura è fluida, elegante, molto moderna; lontana anni luce dagli artifici ridondanti di molta letteratura dell’epoca. La sua voce spesso è pungente nel delineare affinità e contrasti tra il mondo islamico e quello europeo; spesso però si modula anche su toni più leggeri e tinti d’ironia, come quando parla dell’ospitalità persiana:

l’unica idea di ospitalità dei persiani è quella di offrirti gelati al limone: gelati al limone durante le grandinate, gelati al limone quando sei zuppo di pioggia, gelati al limone quando un vento pungente soffia attraverso la porta della tenda.

In altri casi sono gli slanci lirici, mai banali, ad avere la meglio, quando la bellezza dell’Oriente si fa più sontuosa, i suoi misteri più fitti, come dietro ad un sipario che

 ondeggia continuamente davanti ai recessi della vita orientale: l’essenza del suo fascino è molto più sottile. Esso si muove a proprio piacimento, va e viene: vi balena davanti agli occhi attraverso la porta aperta di qualche casa vuota e senza finestre davanti a cui passate per strada, da sotto il velo sollevato di una mendicante che poggia la mano sulla vostra sella, dagli occhi neri e sprezzanti di un bambino; è allora che l’Oriente apre il suo sipario e mostra per un istante una sfaccettatura dei suoi gioielli ai vostri occhi abbagliati, per poi sparire di nuovo con una risatina canzonatoria, lasciandovi di stucco.

Dalle scorrevoli e fascinose narrazioni emerge una donna conquistata dall’altrove e dai personaggi che si incontrano durante il viaggio:

A volte sono tentata di credere che il vero piacere del viaggio vada cercato nei compagni con cui lo si affronta.

 Ritratti persiani

Gertrude Bell 1894

2016, collana Manubri, Elliot

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