La Bassa ferrarese: l’Abbazia di Pomposa e una crociera in valle

Oggi mi dedico ad una meta non troppo lontano da casa, anche se lo spostamento comporterà un cambio di provincia: da Ravenna, dove abito, a Ferrara. Oltrepassando questo confine invisibile, si varca la soglia di un altro mondo, anche se in modo quasi impercettibile. Lasciati alle spalle i mosaici bizantini, ci s’inoltra in un territorio con una storia altrettanto interessante e poliedrica, ricco di sfumature diverse. La bassa ferrarese è un territorio particolare, per molto tempo ignorato, oggi riscoperto grazie al suo fascino decadente e un po’ cupo; su una vasta landa, nel continuo divenire di acqua e secche, si disseminano gioielli architettonici d’altri tempi, come improvvise apparizioni che si trovano là dove non ci si aspetterebbe. Lo spettacolo inizia dalla strada. Percorro con la mia Smart la statale Romea, la quale ricalca in parte il tracciato dell’antica via dei pellegrini, i Romei, che dall’Europa centrale e orientale, attraverso Venezia, scendevano verso la città eterna. Il percorso stradale, purtroppo infestato dal traffico di camion, si snoda lungo il litorale Adriatico, costeggiando ampie zone vallive e di pineta, oltre ai riquadri dei campi coltivati. Il Parco del delta del Po, dichiarato patrimonio Unesco, occhieggia da diverse oasi lungo la Romea, tra Veneto e Romagna; ospita una nutrita avifauna e panorami infiniti d’acqua e cielo, che seducono con la loro immensa monotonia, così come lo può fare un deserto.

Procedo verso nord fino ad avvicinarmi al comune di Codigoro, quando sulla destra mi appare, tra le alte chiome degli alberi, il campanile dell’ Abbazia di Pomposa. Lascio la macchina nel comodo parcheggio, poco lontano dal complesso, e percorro la stradina che attraversa il parco. Giunta sotto al campanile, eccomi precipitata di colpo in un’altra dimensione, dove il tempo sembra essersi bloccato al medioevo. L’Abbazia, infatti, ha conservato l’aspetto originario del XII secolo, non essendo stata inghiottita dai moderni centri urbani; se ne sta ancora lì, maestosa e silente, ai bordi della vecchia strada Romea, circondata da prati e alberi.

L’insediamento dei monaci benedettini in questo sito sembra datare intorno al VI-VII secolo, un’epoca dura e piena d’insidie, segnata dalla presenza longobarda nella penisola italica; il primo documento che la cita risale al 874. L’Abbazia ha un aspetto monumentale e, ogni volta che vengo ad ammirarla, ne rimango nuovamente affascinata. D’estate, sotto il sole cocente, ha qualcosa di gaio e pittoresco, mentre d’inverno, avvolta dalle dense nebbie della pianura, si colora di sfumature misteriose, evocative. All’epoca medievale il luogo era particolarmente ad adatto alla vita solitaria ed operosa dei monaci; l’insula pomposiana era una bella fetta di terreno, ritagliata tra le acque del Po di Goro, del Po di Volano e del mare Adriatico. Ben presto Pomposa raggiunse una grande potenza economica, che si espandeva in Veneto e Romagna, anche grazie a lasciti e donazioni. Oltre ai vasti possedimenti, l’Abate di Pomposa aveva in mano anche l’amministrazione della giustizia di quei territori, che esercitava, nel periodo comunale, all’interno del Palazzo della Ragione, dove oggi si trova la biglietteria.

Da qui, un po’ in lontananza, do’ un occhiata gli esterni dell’Abbazia; il complesso, formato da Chiesa, Monastero e Palazzo della Ragione, ha uno stile austero, semplice: perfetto per i monaci e la loro vita contemplativa, fatta di umiltà, silenzio ed obbedienza. Il campanile è l’elemento più vistoso, quasi sproporzionato al resto degli edifici. Unica concessione alla vanità e al protagonismo o un modo per essere più vicini a Dio? Di certo  fu costruito nel 1063, dall’architetto Deusdedit, come cita l’iscrizione sulla parete occidentale, ed è alto ben 48 metri. Purtroppo è visitabile solo in certe occasioni e mi dovrò accontentare di osservarlo dall’esterno. Entro nella Chiesa intitolata a S.Maria; costruita intorno al VII secolo, è stata ampliata intorno al 1026.

Varcando la sua soglia si è letteralmente avvolti nel favoloso universo medievale; le pareti sono ricoperte per intero di affreschi fino al poderoso soffitto di legno, mentre per terra si srotola un magnifico tappeto marmoreo con intarsi  geometrici. La quantità e la bellezza degli affreschi mi lascia ogni volta sbalordita; come un’autentica biblia pauperum, le scene dell’Antico e il Nuovo testamento si dipanano metro dopo metro, davanti ai miei occhi. La cappella in effetti era frequentata, oltre che dai monaci, anche dalla gente del luogo; contadini e pescatori, tutti analfabeti e piuttosto rozzi. Immagino lo sgomento e la fascinazione di questo popolino, davanti alle storie truci dipinte sui muri; non potevano leggere, ma gli occhi per vedere ce li avevano.

La parte che più colpisce è la teatralità degli affreschi del Giudizio universale, che possono concorrere, quanto ad orrore, con i quadri di Hieronymus Bosch. Secondo l’uso medievale, questo soggetto si trovava sempre nella controfacciata, come monito al fedele prima di uscire e tornare al mondo reale, quotidiano; in tal modo l’ultima immagine che questi poveretti si portavano dietro era quella di orribili mostri, che fagocitavano i corpi dei peccatori. Ecco il modo per tenersi stretti i fedeli e farsi pagare le decime! Nel catino dell’abside, come da copione, si accentra il climax della storia narrata lungo la navata, con l’apparizione di Cristo in una mandorla, tra gli angeli. Proprio al di sotto di questo si trovano le storie di S.Eustachio uscite dal pennello di Vitale da Bologna, uno dei più grandi artisti del XIV secolo.

L’adiacente monastero sorge intorno ad un semplice cortile quadrato. La sala capitolare ospita affreschi del 300′ di scuola giottesca; nel refettorio, dove i monaci si riunivano quotidianamente per i pasti, si trovano gli affreschi i più pregevoli di tutto il complesso, anche se non sono ancora stati attribuiti con certezza; forse la mano è quella di di Pietro da Rimini, che li realizzò tra il 1316 e il 1320. Ovviamente, essendo questo il luogo del desinare, vi è raffigurata l’Ultima cena, sulla sinistra. In fondo, invece, si trova Cristo in maestà tra la Vergine e il Battista e a destra il miracolo dell’abate Guido degli Strambiati. Quest’ultimo è il nome più importante che si lega alla storia dell’Abbazia. Vissuto tra il 1008 e il 1046, quando assunse la carica di Abate (che era il capo indiscusso del monastero) regalò a Pomposa la sua età dell’oro, facendone un centro culturale prestigioso, con un’importante biblioteca, e ampliando le fabbriche del complesso. Di lui rimane un’inquietante reliquia, arrivata a Pomposa nel 2000 dal vescovado di Spira, in Germania: la sua tibia!

Del cenacolo di Guido fecero parte celebri intellettuali, come il Dottore della Chiesa Pier Damiani e Guido d’Arezzo, il monaco cui è attribuita l’invenzione della scrittura musicale in uso oggi, che nacque proprio a Pomposa. Mi reco al piano superiore, dove un tempo c’erano le celle del dormitorio. Ora l’ambiente è divenuto una specie di grande loft, dato che sono state eliminate tutte le pareti divisorie, ed ospita il museo Pomposiano.

La collezione comprende i reperti ritrovati in loco: oggetti d’arte, come capitelli e parti di affreschi staccati dalle pareti, oppure manufatti d’uso quotidiano, come bicchieri e vasi. La fotografia più intima della vita di Pomposa e dei suoi monaci è proprio qui, tra i piatti sbeccati in cui mangiavano o nei bicchieri in cui versavano il loro vino.. Dalle anguste finestrelle del museo ci si può affacciare come facevano un tempo i monaci, dando uno sguardo ai campi sterminati ed ai contadini al lavoro; fossimo ancora nel medioevo avremmo visto anche grandi distese d’acqua e valli. Proprio la conformazione idrogeologica del territorio segnerà il declino della potente abbazia. Nel 1152, a seguito di forti precipitazioni, il Po ruppe gli argini in più punti presso Ficarolo, allagando la campagna. L’Abbazia si trovò d’un tratto circondata da paludi malariche, infestate da insetti; le alluvioni si susseguirono, senza che il terreno potesse essere completamente bonificato. Sembra che nel 1321 Dante Alighieri, in veste di ambasciatore per i Da Polenta, i signori di Ravenna, facesse visita a Pomposa; un passo falso perché con tutta probabilità qui contrasse la malaria che lo avrebbe portato alla morte. I religiosi tuttavia tennero duro. Bisognò aspettare la metà del 500’ per vedere l’ultimo di loro caricare i suoi modesti averi su di un carrettino e lasciare l’ormai spettrale e solitaria Abbazia. Soppressa formalmente dal papa un secolo dopo, il complesso passò nell’Ottocento al conte Guiccioli, che lo destinò ad usi agricoli. Poi, per fortuna, all’inizio del Novecento lo Stato espropriò l’Abbazia di Pomposa, ristrutturandola; oggi è una parrocchia alle dipendenze del vescovo di Ferrara.

Terminata la visita, salgo di nuovo sulla mia macchina per imboccare la Romea in direzione sud, ma non prima di una meritata pausa caffè nel bar-ristorante accanto all’abbazia, La Cueva. Le sere d’estate ospita serate musicali a tema jazz; anche la chiesa di Pomposa ospita spesso dei concerti, ma di genere più classico.

Raggiunta all’altezza di Porto Garibaldi, svolto perché ho appuntamento al molo con un’amica per fare una crociera lungo le Valli di Comacchio.

La motonave Dalì organizza nella bella stagione diverse escursioni nelle valli o in mare. Noi abbiamo scelto la formula serale nelle Valli di Comacchio, con cena a bordo compresa, al prezzo di 35,00€ (un po’ troppo per una vegetariana come me che non toccherà il pesce, ma solo i contorni..). Partiamo alle diciannove e rimaniamo in giro fino alle 9.30 di sera, godendoci uno spettacolare tramonto vallivo, con i colori che a poco a poco si stemperano nei toni più delicati del rosa e dell’azzurro.

Le Valli si formarono intorno al X secolo a causa della subsidenza e dell’impaludamento della zona costiera; l’anguilla, che popola queste acque salmastre, è da secoli il piatto forte sulle tavole di Comacchio e viene pescata ancora con tecniche antichissime. Durante il percorso abbiamo ammirato qualche simpatico airone cinerino beatamente appollaiato tra le secche, nell’immensità delle distese d’acqua, come unico esemplare della vasta fauna valliva, che comprende anche fenicotteri e martin pescatori.

La cena ci viene servita sotto la luna, alla fine dell’escursione, quando siamo ormai ormeggiati al molo di Porto Garibaldi. L’atmosfera familiare e casereccia creata dal personale ci piace molto, e ci proponiamo di fare anche uno dei tour diurni. La mia giornata nella Bassa ferrarese si conclude  alle 11 di sera, sotto una luna argentea ed ammiccante; mi sembra di aver fatto un lungo viaggio, invece in venti minuti di macchina sono già a casa..le meraviglie sono anche dietro l’angolo, basta saperle trovare.

 

Abbazia di Pomposa, Via Pomposa Centro, 12
Codigoro – Ferrara

Ingresso 5,00 euro,  nei festivi 3,00 euro e ingresso gratuito alla chiesa

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