Se la Gioconda potesse parlare…

Certe volte mi domando cosa direbbe la Gioconda se potesse parlare. Di certo ne saprebbe più di noi, poveri mortali. Dal 500′, quando fu dipinta da Leonardo da Vinci, ad oggi ne sono passate di vicende e di persone sotto al suo sguardo enigmatico. Eppure di una cosa non dubito, appena potesse aprir bocca, scaccerebbe la massa starnazzante di turisti che ogni giorno le si assiepano davanti armati di macchine fotografiche e telefonini.

E’ uno dei soggetti più fotografati di Parigi e forse il dipinto più riprodotto al mondo; e giurerei che almeno la metà dei 9 milioni di turisti che ogni anno varcano la soglia del Louvre, lo fanno proprio per lei. La maggior parte delle persone ne rimane delusa; ci si aspettava una grande emozione, e invece.. la riproduzione frequente di un’opera d’arte, il fatto di vederla spesso su poster o in televisione, la priva in effetti di molto del suo fascino, anche se, paradossalmente, ne incoraggia la fruizione. Tuttavia, io penso che se quelle stesse persone si trovassero sole dentro al museo, avvicinandosi con passi lenti nel silenzio delle sale, fino ad incrociare il proprio sguardo con quello obliquo della Monna Lisa, qualche effetto emotivo lo sentirebbero ancora. Il destino della Gioconda però è un altro: quello di essere condannata ad una perpetua, folta, rumorosa ammirazione.

L’arte e la bellezza oggi non sono più appannaggio di una stretta cerchia di privilegiati, per fortuna; sono a portata di tutti. Se l’arte è divenuta democratica, fruibile e riproducibile….noi  ci siamo forse anestetizzati ad essa, in questo mondo bombardato di immagini e apparenza?  Ci accalchiamo di fronte ad un quadro, ma forse neanche sappiamo il perché. Spesso non è solo la qualità estetica di un’opera che attira, ma la sua fama o il significato simbolico. Penso alle scene cui ho assistito a Copenhagen, di fronte alla Sirenetta, che non sarà un capolavoro d’arte, ma rimane il simbolo della città e della sua aura fiabesca in stile Andersen. E allora ci si incammina lungo il porto e si aspetta il proprio turno per avvicinarsi e scattare la benedetta foto alla fanciulla con la coda di pesce seduta sulla roccia. Inutile specificare che i giapponesi detengono il primato; ovunque i primi a scattare sono loro, ma anche noi italiani non scherziamo affatto. 

Qualcuno si domanda, qualche volta, se ciò che sta fotografando gli piace o gli interessa veramente? Chi scatta foto alla Gioconda è veramente un appassionato d’arte o lo fa solo perché lo fanno tutti? Diventare una celebrità è la cosa che più interessa a questo mondo; avvicinarsi e scattare una foto, magari anche un selfie, ad uno status symbol è diventato un modo per scintillare di luce riflessa, un atto puramente narcisistico.

Molte volte, è risaputo, si visitano dei luoghi solo per dire che ci si è stati. Una pubblicità di Expedia di qualche tempo fa si dimostrava particolarmente emblematica, non usando mezzi termini: “ Perché chi viaggia fa colpo”. Pensate alle ore di fila, anche 5 o 6, che hanno fatto molti italiani per vedere i padiglioni più famosi di Expo 2016: ma perché sottoporsi ad un tale supplizio? Stessa cosa per la passerella di Christo sul lago d’Iseo, vera star dell’estate 2016,  l’ormai famosa The Floating Piers; è stata percorsa ogni giorno da almeno 70.000 visitatori, un autentica land art popolare. Molto dell’interesse suscitato è dovuto al clamore dei media e dei social che le hanno fatto una grande pubblicità, parlandone ogni giorno. Io, fosse stata semi-deserta, ne avrei sicuramente approfittato; ma il caos di gente su quella passerella mi ha scoraggiata. Come avrei potuto godere di quei momenti particolari in mezzo alla folla?  Sembra quasi che un opera d’arte, o un evento, esistano solo se sono pubblicizzati. Vivo a Ravenna, una cittadina di provincia che ospita nelle sue chiese alcuni dei mosaici più belli della tarda antichità, oltre al Mausoleo di Teodorico, anche questa un opera unica nel suo genere; ebbene questi luoghi vengono visitati sporadicamente ed i turisti, poco numerosi, arrivano solo nella tarda primavera; ad agosto i siti Unesco di Ravenna sono magneticamente deserti perché il turismo in Romagna si concentra nelle affollate spiagge, non nei luoghi di cultura.

Tutta questione di pubblicità. In certi luoghi, l’importante è esserci e fotografarli. Quanto a me, anch’io ho fatto lunghe file e ho scattato fotografie a soggetti divenuti ormai inflazionati: ma m’interessavano realmente. I viaggi più riusciti sono quelli costruiti intorno ai propri interessi, purtroppo i miei – l’arte, la storia, la letteratura- mi portano spesso in posti pieni di altri turisti. Uno di questi è proprio il Louvre, il mio luogo del cuore: una giornata lì dentro per me sarà sempre entusiasmante. Purtroppo coloro che fanno un viaggio a Parigi, proprio tutti, lì ci devono andare, anche se non importa loro un gran che. Magari non hanno mai messo piede ad una mostra d’arte, anzi sbadigliano solo a pensarci, però il Louvre non se lo perdono.

Ecco spiegate le orde di gente che affollano le sale del museo, in realtà disinteressate; persone che passano il tempo parlando al telefono, discutendo ad alta voce e strattonandosi davanti alle mummie del settore egizio o sotto la Nike di Samotracia. Ma se ci si sposta in zone meno note del Louvre, si inciampa in favolosi Corot e Delacroix, senza che ci sia nessuno o quasi in giro. Così si può riprendere fiato dalla maleducazione generale e dall’effetto -supermercato ora di punta- del resto del museo. Il fenomeno sopra descritto purtroppo esce anche dalle mura solenni dei luoghi di cultura, per riversarsi nelle strade del mondo.

Ad esempio ad Atene, la scorsa primavera, ho assistito al rito della foto insieme alle pittoresche guardie presidenziali in piazza Syntagma, gli Evzones. I loro particolari abiti riflettono, piega dopo piega, la stratificata e drammatica storia del paese; però era quasi impossibile fotografarli da soli, perché continuamente c’era qualcuno che si metteva al loro fianco per una “divertente” foto-ricordo. Come accade sempre anche a quei poveracci delle guardie reali londinesi, anche questi soldati dovevano rimanere impalati ed inermi mentre la gente si alternava vicino a loro. Solo quando un energumeno in divisa è arrivato ad allontanarci tutti per permettere il cambio della guardia, allora ho potuto scattare le mie foto di questi favolosi personaggi-simbolo, senza l’impaccio di portarmi a casa l’immagine di un estraneo.

La cosa più importante dei viaggi, secondo me, è focalizzarsi sulle proprie esigenze e sui propri gusti: non andiamo dove vogliono gli amici e il fidanzato o nel luogo più pubblicizzato del momento, andiamo solo dove ci portano le nostre passioni. E, su questa linea, fotografiamo  ciò che c’interessa, che sia famoso o no. Solo così del viaggio ci resta qualcosa, oltre alla fatica ed alle spese.

Certe volte la foga di far la foto può togliere poesia al momento: nei brevi istanti che ci sono concessi, non si sa quasi cosa fare, se provare a godersi l’attimo, tra un turista e l’altro che ci strattona, o scattare la foto ricordo..Non tutti però hanno questi dilemmi su cui lambiccarsi. Sembra che, molti anni fa, il compianto Michael Jackson abbia ottenuto una serata in piena solitudine al Musée d’Orsay, pagando una cifra astronomica. Tante ore notturne a disposizione per ammirare i capolavori di Manet, dei Nabis, di Rodin..un sogno!All’interno del museo erano rimasti solo i pompieri del servizio di sicurezza e qualche membro del personale. Beato lui.

Siccome non sono una star milionaria, ho cercato di farmene una ragione e di accettare il turismo di massa. Sono ormai preparata: davanti alle opere o ai luoghi che m’interessano, il tempo è poco, la gente è tanta. Infondo, bisognerebbe pensare che, anche se alcuni turisti non sono appassionati realmente a ciò che visitano e che fotografano, l’arte e la bellezza entra comunque nelle loro vite -anche se solo superficialmente e per il tempo di un selfie- e questo è sempre un bene (o meglio di niente). Secondo tale filosofia, occorre pensare che comunque è bello condividere, anche se a livelli di intensità e coinvolgimento differenti. Lo stesso vale anche per il viaggio in generale; molte persone viaggiano senza sapere il perché o sulla base della pubblicità, non ne trarranno un grande profitto, ma comunque meglio che stare a casa..Mah!

Molti correranno avanti e indietro, e la conoscenza aumenterà.

La Bibbia, libro di Daniele

Tuttavia, ragionamenti filosofici a parte, mi trovo spesso ad invidiare i viaggiatori di un tempo….armati di carta e penna ( forse piuttosto una piuma), senza l’incubo di scattare foto. Allora, per avere un ricordo del luogo visitato ci si sedeva e si iniziava con calma a fare uno schizzo sul proprio carnet. Si scrivevano magari due righe: una poesia, un considerazione di viaggio o una lettera descrittiva per gli amici rimasti a casa. Nel passato il tempo a disposizione c’era, e anche tanto. E nelle città, nei musei o nelle oasi naturali non c’era traccia di marmaglie in pantaloncini con la macchina fotografica al collo. Oggi non è più così, e siamo tutti alla ricerca del nostro piccolo momento di felicità; però come possiamo essere sicuri di procurarcelo? Il viaggio è un investimento di tempo e di denaro, oltre che emotivo.

Il vizio di viaggiare come ogni altro vizio è imperioso, e pretende dalla vittima tempo, denaro, energia e il sacrificio delle comodità.

Aldous Huxley

La scelta migliore è partire nei periodi di minor affluenza turistica del paese che ci proponiamo di visitare e mettere piede nei musei più famosi negli orari d’apertura serali, quando sono meno affollati, mentre sono da evitare le aperture gratuite mensili: ressa assicurata. Scegliere gli itinerari meno battuti rimane la scelta ideale, lo capisco, se non fosse che trovo impensabile rinunciare a luoghi magnifici seppur inflazionati, come Parigi o anche la nostra Venezia. L’unica cosa saggia da fare è scegliere qualcosa che ci piace e, se piace anche a molti altri, vabbè, armiamoci di pazienza, e rassegniamoci al fatto che siamo nati all’epoca del turismo di massa!

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