La magia del Castello di Frederiksborg

Il Castello di Frederiksborg, a 35 km al nord di Copenhagen nel cuore della Seeland del nord, è uno di quei posti da sogno, che galleggiano tra noi mortali come sospesi in una dimensione incantata. Qui si può respirare l’aria dell’antico regno di Danimarca, con le sue leggende, i suoi drammi, il suo folclore. Costruito nella metà del XVI secolo per opera del re Federico II, che lo battezzò col suo nome, il suo aspetto attuale è dovuto a Cristiano IV, suo figlio, che amplierà il complesso tra il 1600 e il 1620. Il castello, il più grande della Scandinavia, si dispone scenograficamente su 3 isolotti sopra al lago di Slotsø, un placido specchio d’acqua vede nella cittadina di Hillerød. Circondato dal verde di parchi e giardini spettacolari, è una delle attrazioni più visitate della Danimarca, nonché unanimemente riconosciuto come un capolavoro del Rinascimento danese.

Quando vedo su di una guida turistica la sua foto, è un vero colpo di fulmine: devo visitarlo a tutti i costi durante il mio soggiorno a Copenahgen! Così, approdata in terra danese, in un fresco mattino d’estate prendo il treno dalla København H ed in circa 40 minuti arrivo alla stazione di Hillerød. Qui, sotto una pioggia torrenziale, mi precipito sul bus n. 301, che mi lascia davanti all’ingresso del castello.

Il tempo, anche se mi ritrovo presto zuppa di pioggia, è appropriato allo scenario romantico da Sturm und Drang del misterioso e imponente castello. Percorro un grande ponte curvo, superando le acque verdi del lago. Dopo aver attraversato il primo isolotto con le dependances e i padiglioni, un tempo occupati dagli uffici amministrativi del re, approdo alla Corte d’onore: attraverso i veli di pioggia grigia e sottile, mi appare il castello in una visione romantica e maestosa, da Sindrome di Stendhal. Mi sento precipitata indietro nel tempo, un po’ come un antico viaggiatore giunto qui da chissà dove, in mezzo alla tempesta, in cerca di riparo… mi manca solo d’esser in groppa ad un cavallo.

In effetti il tempo qui si è fermato al 600’, almeno fino a quando non arrivano i pulmini di turisti giapponesi, come accade oggi. Sono particolarmente numerosi e fanno un gran baccano: e allora si ritorna in fretta al XXI secolo. Non mi lascio scoraggiare ed esploro il maniero, cercando di ignorare i flash delle macchine fotografiche. Di fronte a me, nella Corte d’onore, si dispone il fabbricato in mattoni rossi, all’epoca il materiale da costruzione più utilizzato in Danimarca, con qualche elemento decorativo di arenaria grigia e un grande tetto di rame; sono ben visibili le ali del castello, al centro quella del Re, a ovest quella della Cappella, con l’orologio e le finestre gotiche, e ad est l’ala delle Principesse. Questo monumentale edificio fu la residenza dei sovrani danesi fino alla costruzione del castello di Fredensborg nel XVIII secolo, situato a 8 km a nord est, che funge ancora da residenza reale in primavera e autunno. Dopo il trasferimento della corte ci fu un lungo periodo d’abbandono, cui seguì il colpo di grazia del disastroso incendio del 1859. Gravissimi furono i danni alle sale, agli arazzi, alle opere d’arte. Per fortuna se ne interessò il magnate produttore di birra Carlsberg, J.C. Jacobsen (1811-1887), che fu un grande mecenate e collezionista, appassionato d’arte e storia; a lui si deve infatti anche uno dei musei più importanti di Copenhagen, la Glyptotek. Questo signore ben intenzionato restaurò l’edificio, forte anche della sua conoscenza degli ambienti prima che venissero danneggiati. Oltre a riportare allo splendore le 70 sale del castello, Jacobsen espresse il desiderio che la fortezza divenisse un emblema nazionale, rappresentativo della storia e della cultura del paese; così, dal 1878, secondo il suo volere, il Frederiksborg Slot ospita il Museo di storia nazionale. Jacobsen volle esporre i dipinti che illustrassero gli avvenimenti storici e i personaggi di rilievo, oltre a bellissimi arredi d’epoca. Non si pensi però che nel castello ci sia aria da museo delle cere; al contrario, si è saputa ricreare un’atmosfera, col racconto avvincente della storia di Danimarca e del suo castello più sontuoso.

Molte sale sono state risparmiate quasi del tutto dall’incendio, mentre altre sono state ricostruite, come il primo ambiente della visita, la Sala della Rosa. Fu ripristinato lo stesso aspetto dell’epoca di Cristiano IV, il sovrano più amato di Danimarca, partendo una piccola parte di stucco conservata nel soffitto. Sotto la magnificenza delle volte ricoperte di candidi arabeschi di stucco, avvenivano i rumorosi banchetti  degli  officianti della corte reale, che, evidentemente, non se la passavano male. Da qui una scala conduce il visitatore al trionfo barocco della Cappella dell’Incoronazione, consacrata nel 1617.

Nella pomposa eleganza di questo ambiente immenso, venivano officiati i riti più solenni, come l’unzione del sovrano, che conferiva al suo impero un’aura di sacralità, giustificandone i poteri assoluti; questo accadeva dal 1660 fino all’ultima unzione del 1848, quando il rito apparì svuotato ormai di significato e di pregnanza. I tempi dell’assolutismo, dei re voluti da Dio con poteri senza confini e decisioni insindacabili, stavano finendo. Nel 1693 Cristiano V convertì la chiesa nella Cappella dei Cavalieri per due Ordini danesi: l’Ordine dell’Elefante, uno dei più antichi d’Europa, e l’Ordine di Dannebrog (il Panno Danese, ovvero la bandiera). Le pareti sono un tripudio di centinaia di blasoni di famiglie reali e nobiliari; io mi sento un po’ in soggezione, non avendo neanche una goccia di sangue blu nelle vene. Nella Cappella si trova anche un organo colossale che risale al Seicento, meravigliosamente conservato ed accordato all’antica.
Una delle stanze che più colpiscono l’immaginazione del visitatore è la Grande sala, con funzioni di rappresentanza, ricostruita totalmente dopo l’incendio. Ha un magnifico soffitto dorato che s’ispira alla Sala del Gran consiglio di Palazzo ducale a Venezia.

Io preferisco i piccoli ambienti, che trovo molto evocativi e pittoreschi. La Rotunda, chiamata così per la sua forma, è stata realizzata nel 1680 in stile barocco; si proietta con le piccole finestre sul lago retrostante al castello ed ha un’aria misteriosa. Mentre il tempaccio fuori crea l’atmosfera giusta, mi guardo intorno; oli e sculture ritraggono nobili e sovrani, mentre le pareti sono ricoperte di seta.

Sul fondo grigio si ripetono ossessivamente il monogramma del re Cristiano V, la corona, e i fiori scarlatti. Questo sovrano molto amato, al quale i danesi devono diversi maestosi edifici disseminati nel regno, fu consacrato solennemente nella cappella del castello il 7 giugno 1671. Nelle stanze dell’ala delle Principesse un susseguirsi di volti di nobildonne e austeri cavalieri, mi frastorna, tutti qui a fissarmi nella penombra delle sale, avvolti nei loro abiti scuri fino al collo, strangolato da enormi e rigide gorgiere. E’ facile immaginare che la notte escano dai dipinti per sgranchirsi le gambe nel buie sale del castello…

Ad aumentare l’aura magica e fatata del mio tour, in una sala accanto mi appare il tellurio, un orologio astronomico di rame dorato del 600’; pur essendo un oggetto scientifico, per me sa di predizioni magiche e alchimisti.. Di qui  mi sposto alla camera successiva, ancor più affascinante: quella di Leonora Christina, col soffitto blu ricoperto dei segni dello zodiaco.  Scopro con grande entusiasmo la storia di questa principessa, molto amata e conosciuta nel suo paese, che nacque proprio in questo castello in una calda estate di cinque secoli fa. Leonora Christina Ulfeldt (1621-1698) era la figlia morganatica del re Cristiano IV di Danimarca.

Osservo il suo ritratto, eseguito a l’Aia nel 1643 da Karel van Mander: bruttina, con un aria severa e un po’ triste, è abbigliata negli ingombrati abiti del Seicento, mentre accarezza un cane, simbolo di fedeltà matrimoniale. Fu imprigionata per ventidue anni, dal 1663 al 1685, nella Torre Blu del Castello Reale di Copenhagen con l’accusa di aver congiurato contro il re, il suo fratellastro, insieme a suo marito, il nobile Corfitz; tuttavia Leonora Christina, seppe rifarsi con le sue memorie. Annotò clandestinamente la sua storia durante la prigionia, per trasmetterla ai figli ed ai posteri: il prezioso manoscritto delle Jammersminde si trova proprio qui al castello.

Aveva preso la piuma di un uccellino per scrivere, mentre l’inchiostro lo ricavava facendo colare il fumo delle candele su di un cucchiaio. La sua è un opera memorialistica enigmatica e moderna, percorsa da una sottile ambiguità, così almeno mi specifica l’audioguida del castello; in fondo non si saprà mai con certezza se fosse innocente o meno. Le sue pagine furono scoperte e pubblicate soltanto nel 1869, suscitando l’ammirazione di Rilke e Andersen; oggi sono considerate un grande classico della letteratura danese e lei una femminista ante-litteram. In Italia sono state pubblicate da Adelphi; la Memorie dalla torre blu saranno la mia prossima lettura! Al terzo piano trovo l’esposizione dei ritratti reali del XX secolo, tra cui quello della regina Margherita II (1940), realizzato da Andy Warhol nel 1986. Salita al trono nel 1972, è una sovrana interessante, di grande cultura e dal piglio creativo. Disegna costumi e scenografie per spettacoli teatrali, ricama e dipinge; ha illustrato i romanzi di Karen Blixen e le favole di Andersen e ha tradotto in danese la De Beauvoir. Con le sue 4 lauree, direi che ha dato un bel distacco alla regina d’Inghilterra, che in Italia ci ritroviamo sempre al telegiornale e nelle riviste!

Uscita dal magnifico maniero, mi tuffo nella scoperta sognante (e umida) dei giardini, nonostante il tempo non accenni a migliorare. Nel giardino barocco l’eleganza degli arabeschi verdi si ricama intorno a me, tra lo zampillare dell’acqua delle fontane ed il candore latteo delle sculture; l’immagine fiabesca del castello troneggia silenziosa sullo sfondo. Queste seducenti geometrie, che ricordano molto lo stile perfetto e la magnificenza di Versailles, furono realizzate nel XVIII secolo, quando l’uomo si divertiva ad imbrigliare la natura in preziosi ghirigori. Il parco all’inglese invece, molto meno rigido e più romantico, è una creazione dell’Ottocento, rivelatrice di un importante cambiamento di gusto.
Guardare questo castello che si erge maestoso e solitario sulle acque del lago è una grande emozione. Un vento freddo mi sferza la pioggia sul viso, per terra c’è una fanghiglia appiccicosa che è entrata nei miei stivaletti.. ma che importa? Infondo mi trovo in un bellissimo, struggente sogno danese, fatto di grandi re voluti da Dio, di principesse imprigionate e infelici, di astronomi e cospiratori…..

 

 

Castello di Frederiksborg

3400 Hillerød, Danimarca

Ingresso: Gratuito con la Copenhagen Card, così come i trasporti pubblici per raggiungerlo.
Treno linea A dalla stazione centrale di Copenhagen fino a Hillerød (circa 40 minuti).Dalla stazione di Hillerød si può raggiungere a piedi il castello (15-20 minuti) per la città, l’attrazione è ben segnalata dai pannelli turistici.
In alternativa ci sono gli autobus locali 301 (direzione: Ullerød) o 302 (direzione: Sophienlund); scendere alla fermata “Frederiksborg Castello”.

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