Sulle orme di Dino Campana #1: Marradi

Come Rimbaud

Una volta tutti i paesi avevano un matto: un personaggio stravagante, diverso dagli altri, che si faceva notare perché non rispettava le più comuni regole sociali. Che fossero problemi di alcolismo, mentali o semplicemente un atteggiamento anticonformista, questi veniva schernito ed evitato; erano tempi ancora molto lontani dal politically correct.Il poeta Dino Campana da giovane La sua deriva solitaria non faceva che aumentare la “follia”che lo caratterizzava, esasperandone i sintomi. A Marradi, un paesino nell’Appennino Tosco-Emiliano, che contava nell’XIX secolo poche migliaia di anime (più o meno come oggi), “el mat” si chiamava Dino Campana (1885-1932). Aveva assunto quel ruolo nonostante appartenesse ad una dignitosa famiglia della piccola borghesia con un padre e uno zio maestri elementari, cosa che conferiva una certa distinzione in quella cittadina di provincia per la maggioranza ancora analfabeta. L’infanzia fu ordinata e senza macchie, passata a far felice la madre Fanny con prove d’intelligenza e devozione, come quando aveva imparato a memoria l’Ave Maria in francese; poi erano iniziati i problemi. A quattordici anni Dino era già ombroso, scostante, introverso. Spesso prendeva la strada dei boschi, sparendo per settimane nella misteriosa promessa d’avventura sparsa sui colli intorno al paese.  Così, anche per paura che avesse preso i geni malati di uno zio, che la famiglia aveva seppellito (e dimenticato) dietro le mura spesse di un manicomio, intorno ai vent’anni iniziarono anche per Dino i ricoveri negli istituti psichiatrici; i metodi curativi dell’epoca, se di cura si può parlare, spesso peggioravano le cose. Ma tra i vagabondaggi, i manicomi, i ritorni a casa sempre più stranito e confuso, Dino scriveva. Non tutti i matti di paese lo fanno; e quelle di Campana non erano vane farneticazioni messe su carta. Più tardi – quando ormai sarà troppo tardi- si capirà che forse lui non era il tipo di ebete che si aggira per i paesi suscitando l’ilarità della gente; al contrario, lui apparteneva ad una schiera sublime, costituita da pochi eletti: quegli individui geniali e solitari, nati sotto il segno di Saturno, per citare il famoso libro dei Wittkower.

Il pianeta dei malinconici governa le loro bizzarre vite, come una marea che sale e scende. Dino Campana era uno scrittore geniale, un visionario che canalizzò i suoi tormenti sulla pagina scritta, tra le righe delle sue poesie dalle atmosfere oniriche. Come il francese Rimbaud, cui sempre più spesso al critica l’avvicina, anche lui proveniva da una provincia soffocante e cercava la libertà del bohémien, nuovi stimoli e avventure da cogliere vagabondando a piedi per km e km. Sembra che Campana, nel suo irrequieto nomadismo, si sia spinto molto lontano, dilatando le prime fughe nei boschi in vere e proprie imprese di viaggio lunghe diversi mesi; si parla persino dell’Argentina, dove giunse, dopo essersi imbarcato a Genova.

A Marradi, sui passi di Dino Campana 

Marradi, la città in cui il poeta nacque e  che lui detestò (con un’intensità tale da far pensare all’amore), oggi non lo irride più, non lo esclude; per tutto il paese e nelle strade che si arrampicano verso i monti oggi ci sono i leggii dell’itinerario campaniano, in tutto 6, che ricordano il poeta e i luoghi dove sembra prese ispirazione. A dire il vero i pannelli sono già scoloriti, difficili da interpretare, come se il tempo, invidioso, cercasse di cancellarli. Ma basta entrare in un bar o in un negozio qualunque del paese, che, alle domande su Campana, si vedono gli occhi illuminarsi, il sorriso accendersi. I marradesi oggi sono orgogliosi di lui, ne onorano la memoria tenendo sotto i banchi delle gelaterie o dietro le vetrine dei forni, ricolme di pane scondito (pane di montagna, severo e con pochi fronzoli!) i libri con le sue poesie, le biografie, gli epistolari.

Passeggiare per le vie di Marradi è un’esperienza ambivalente: dà piacere e delusione allo stesso tempo. Da una parte ci sono il fiume Lamone, con il verde lussureggiante del bosco che ne invade ancora le rive come ai tempi di Campana, gli antichi edifici diroccati, i fiori sui davanzali, i grappoli d’aglio appesi al sole. Dall’altra, la piatta sequenza delle abitazioni moderne, una parata senza carattere sparsa tra l’asfalto di strade assolate. Sotto questa prospettiva ci si sente quasi soffocare, stretti nell’imbuto di quei monti tra le mura spesse delle case. La seconda guerra mondiale con le sue distruzioni è stata impietosa; si è ricostruito in fretta e male.

La casa dove Campana è nato, una di quelle pittoresche casupole che punteggiavano le rive del fiume, oggi non esiste più. Ma la dimora dove la famiglia si trasferì quando Dino aveva 3-4 anni è ancora in piedi; si trova in via O. Pescetti, al n. 1, in un angusta strettoia che le auto faticano ad attraversare. L’abitazione della famiglia Campana è un’edificio di un colore indefinibile e slavato,  punteggiato da persiane verdi e composto di tre piani; porta evidenti  i segni del tempo. Sulla sua facciata campeggiano due targhe: in una di esse è scritto (falsamente) che Campana è nato qui, nel 1885. Nell’altra sono incisi alcuni versi tratti dai Canti Orfici, il suo capolavoro.

L’abitazione non si può visitare, alla serratura della vecchia porta con le maniglie di ferro è chiuso un lucchetto; cosi vogliono gli eredi, che non abitano più in paese e che la occupano solo qualche breve periodo dell’anno. Verrebbe da pensare che la famiglia di Campana, che quel cognome ha perso a causa della discendenza femminile, sembri prolungare, dopo più di cent’anni, la diffidenza e la freddezza che ebbero i parenti di Dino, quando lui mostrò i primi segni di “nevrastenia”. Di oggetti personali, cimeli o fotografie, a parte quella della giovinezza e quella della maturità scattata in manicomio, non ce ne sono. La famiglia, se ne conserva ancora, lo fa in un cassetto chiuso a doppia mandata. Ma sono solo mie vane supposizioni; non posso sapere del reale legame che c’è tutt’ora tra il poeta e i suoi discendenti. Mi sarebbe piaciuto però incontrare qualcuno di quegli eredi, magari per cercare nei loro occhi qualche barlume della scintilla campaniana. Purtroppo la famiglia non era in città al momento delle mia visita, quindi non ho potuto importunarli con le mie domande! Non mi rimane che alzare lo sguardo fino al sottotetto ed immaginare di oltrepassare quel muro; eccomi davanti allo stanzino nel quale Campana rielaborò gran parte della sua opera, i Canti Orfici, solo, in silenzio; un po’ come Rimbaud nella sua fattoria delle Ardenne qualche anno prima.

M’incammino lungo il fiume Lamone, attraversando l’antico e stretto passaggio di di Vigoli: di qui il poeta passava per uscire e tornare in paese nei suoi vagabondaggi.

Subito poco più in la trovo un leggio sulla mia strada, quello del Ponte sul Lamone, il punto di osservazione, vicino alla casa dello zio Torquato in cui il poeta ammirava la notte di velluto e il tabernacolo della Vergine nella poesia “L’invetriata”, conservata al Centro Studi Campaniani:

Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha

A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada?

Più lontano in via Casa Carloni c’è un’altro leggio; nella poesia La prigione Campana descrive il ricordo di questo luogo e di Marradi, mentre si trova rinchiuso nell’ennesimo manicomio:

Ora il mio paese tra le montagne. Io al parapetto del cimitero davanti alla stazione che guardo il cammino nero delle macchine, su, giù.

Dirigendosi dall’altra parte, seguendo le indicazioni per la Colombaia, si ha una visione panoramica del paesaggio marradese così come canta il poeta nell’Antica volta specchio velato.

Il mattino arride sulle cime dei monti. In alto sulle cuspidi di un triangolo desolato si illumina il castello, più alto e più lontano. Venere passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale. Il fiume si snoda per la valle: rotto e muggente a tratti canta e riposa in larghi specchi d’azzurro

Ancora fuori dal centro si arriva alla Strada per Campigno, vicino alla colonna che ricorda la battaglia delle Scalelle, un antico tracciato percorso da Campana nel pellegrinaggio alla Verna

Salgo nello spazio, fuori del tempo

Torno verso il centro, presso l’ex scuola elementare in via Castelnaudary, che oggi ospita il Centro di Studio e Documentazione sul castagno, prodotto tipico del luogo, dalla biblioteca e dal Centro Studi Campaniani.

All’interno è allestito dal 2009 il «Museo artisti per Dino Campana», che raccoglie opere di autori italiani e stranieri ispirate ai testi del poeta. Entro a dare un’occhiata. Al piano terra trovo lettere autografe, poesie, copie di fotografie; i lineamenti del giovane Campana sono fini, attraenti , così come si addice ad un poeta.  Ci sono anche diverse edizioni dei Canti Orfici, pubblicati per la prima volta nel 1914 dalla Tipografia Ravaglia in via Fabroni 16, cui si rivolse Campana. 

La raccolta di prose e poesie, oggi tradotta in decine e decine di lingue, dal russo al giapponese (come posso vedere dalle copie in mostra al Centro), ebbe una storia travagliata almeno quanto la vita di Campana. Scritta nel 1913, in una prima ed unica stesura che portava il titolo Il più lungo giorno, fu consegnata per la pubblicazione ad Ardengo Soffici e Giovanni Papini; il manoscritto originale fu perso (forse per invidia, avrebbe detto Freud), costringendo il povero Campana a riscrivere l’opera quasi interamente a memoria, che in seguito pubblicò a sue spese nel giugno del 1914 con il titolo Canti Orfici.

Il manoscritto originale riemerse solo nel 1971 dalla casa di Ardengo Soffici. Fu riconsegnato alla famiglia e le figlie del fratello di Campana, Manlio, lo conservarono gelosamente. Poi, con la generazione successiva, Il più lungo giorno venne messo in vendita e battuto all’asta di Christie’s per 213.425 euro,  cifra astronomica per un manoscritto italiano del secolo scorso. E’ andato all’Ente Cassa di Risparmi di Firenze ed ora è esposto, in comodato d’uso, alla Biblioteca Marucelliana di Firenze.

Osservo la grafia di Campana nei diversi scritti autografi conservati al centro. Come un pendolo che oscilla da un estremo all’altro la scrittura si fa piccola, cavillosa, illeggibile, poi s‘ingrandisce, si sgrana in enormi lettere. Quasi che il suo credere in se stesso a volte esplodesse, in una lucida visione delle sue capacità creative, e poi si restringesse, fiaccata dal peso dell’indifferenza e della derisione. In certi casi si sente un maggior controllo della grafia quando scrive ad editori, critici o letterati allo scopo di far pubblicare la sua opera. Impresa inutile: a quei tempi in Italia lo scrittore si ammantava ancora di una beneducata apparenza borghese e il personaggio maudit, fuori dagli schemi, non aveva possibilità di far intendere la sua voce.

Questo viaggio chiamavamo amore: Dino e Sibilla

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Con il nostro sangue e con le nostre lacrime facevamo le rose

Che brillavano un momento con il sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

Campana a Aleramo, forse gennaio 1917

Era una calda estate di cent’anni fa, quando dal treno del mattino che proveniva da Borgo S.Lorenzo (Fi) scendeva, alla fermata di S. Pietro a Sieve nel Mugello, una bella donna vestita di bianco. Andava di fretta, doveva prendere una vettura fino a Barco, paesino sperduto in un natura aspra e romantica, nei dintorni di Fiorenzuola. Qui aveva un’appuntamento alla cieca: c’era stato solo uno scambio epistolare tra lei e l’uomo che l’aspettava. Quando s’incontrarono nella bolla magica di quel solitario angolo di mondo, fuori imperversava la prima guerra mondiale; tra loro, in quei momenti surreali, accadde qualcosa di più di un colpo di fulmine, una vera e propria deflagrazione, come scrisse più tardi Mario Luzi.

Oggi si celebra l’anniversario di quell’incontro fatale, 3 agosto 1916-3 agosto 2016, che segnò l’inizio della passione tra due grandi personaggi della letteratura italiana: Sibilla Aleramo (alias Rina Faccio, 1876-1960) e Dino Campana. Le loro immagini, riprodotte da vecchie fotografie al Centro Studi Campaniani, sono straordinariamente attraenti: non si sarebbe potuto scegliere protagonisti più belli, più affascinanti e tormentati per questa storia. Anche il cinema se n’è innamorato, narrando di questa vicenda amorosa e tragica nel film con Stefano Accorsi e Laura Morante, Un viaggio chiamato amore (2002, regia di Michele Placido).

In quel primo appuntamento, visti dall’esterno i due non potevano apparire più diversi: lei splendida e navigata quarantenne, lui dieci anni di meno, un’indole introversa e complessa, con solo qualche fugace flirt alle spalle. Sibilla era già famosa per aver pubblicato diversi anni prima Una donna, un romanzo autobiografico shock, che aveva scritto dopo aver lasciato un marito violento e meschino e, a malincuore, il figlio. Lui era un poeta squattrinato e un vagabondo; non aveva ancora letto il libro di Sibilla, ma era attratto dalla sua fama equivoca causata dalle spregiudicate liaisons con gli uomini di lettere. In effetti dopo aver dato un’occhiata alle poesie di Dino, che era ansioso di sfruttare le conoscenze della scrittrice nel campo letterario, lei aveva già deciso di farne il suo bel ami. Gli mandò questa poesia, senza averlo ancora mai visto..

Chiudo il libro

snodo le mie trecce,

o cuor selvaggio

musico cuore..

incipit della poesia di Aleramo a Campana, 25 luglio 1916

In realtà, scavando, c’era molto in comune tra i due, qualcosa che stava alla base del loro spirito inquieto: l’anelito verso l’Altrove, il desiderio di far della propria vita un’opera d’arte. Lui scriverà uno dei componimenti più ispirati e nostalgici pensando al loro amore, In un momento, struggente emblema della passione estrema e fugace Al Centro Studi Campaniani, associazione culturale ONLUS gestita con devozione da un gruppo di volontari, alcune sale al primo piano sono riservate ad un’esposizione temporanea che ricorda quella passione e le parole che la veicolarono. Le lettere scambiate dai due s’incontrano in volo, appese nell’aria come sogni; ma purtroppo non sono che fotocopie, e gli originali delle lettere che i due si scambiarono appartengono al fondo Matacotta e Aleramo.

Dalle lettere emerge un rapporto intenso e contrastato, un fuoco d’artificio bruciante, fatto di abbracci appassionati, schiaffi, lacrime, partenze e ritorni.Gli addii, il ritrovarsi si susseguono, come emerge dalla frenesia ardente delle parole sulla carta:

Rina adorata,

perdonami, perdonami o abbandonami così è troppo cara cara, non so ti scrivo ti aspetto e so che non verrai, questa sera parto, anderò a Firenze, perché hai voluto scacciarmi date dimmelo, sarò felice ugualmente, mi aiuterai a staccarmi da tutto, a liberarmi..

Lettera di Campana ad Aleramo, ottobre 1916

Uscita dal centro seguo le indicazioni degli addetti del Centro e, in piazza delle Scalelle, provo ad entrare nell’edificio color giallo sole, occupato dall’Hotel Pizzeria Le Scalelle e purtroppo da un centro medico dentale che rovina la visuale. Si vocifera che proprio in questo albergo il poeta passò un Natale infuocato con Sibilla nel 1916.

Allora c’era un un’unico luogo in cui soggiornare in città, proprio questo, che ai tempi si chiamava Albergo Lamone. Lei ne scrisse ricordando quella notte:

Questa stanza d’albergo di cittadina di montagna m’ha ricordato, appena vi sono entrata, quella del Natale a Marradi. Forse perché c’è un letto grande, e da quella volta non ne ho mai più veduti. Grande, tutto per me.

Lettera di Aleramo a Campana, 20 giugno 1917

Senza pensarci un attimo m’infilo dentro e mi ritrovo catapultata indietro di cent’anni: il corrimano di ferro, le volte del soffitto, il lampioncino che immagino spargere una luce tenue, crepuscolare quando vien sera. Esco, prima che qualcuno mi cacci via, e torno bruscamente alla realtà, nel sole di questo pomeriggio di fine estate. Non posso evitare di ripensare agli ultimi anni di Campana, alle tristi nenie sulle principesse e la telepatia che popolavano il suo mondo interiore e i suoi discorsi farneticanti. In seguito all’aggravarsi delle sue condizioni mentali, infatti, alla fine del 1917  la storia tra Sibilla e Dino ebbe termine. Per lei ci saranno nuovi amori, uno dietro l’altro, per lui, le buie stanze del manicomio.

Cara Sibilla,

mi lasci qua nelle mani dei cani senza una parola e sai quanto ti sarei grato. Altre parole non trovo.[..]

Cara, chi ti fu caro, fu

                                                 Dinuccio, è vero?

Lettera di Campana ad Aleramo, 27 settembre 1917

Termina così la storia di Campana, che fino alla morte nel 1932  per setticemia, rimarrà rinchiuso nell’Istituto psichiatrico di Castel Pulci, nel comune di Scandicci, attualmente una Scuola di Magistratura.  Era un ospedale per malati “cronici”: tranne rare eccezioni, da lì non usciva nessuno. Dino rimase solo. Sibilla non andrà mai a trovarlo, né suo padre. Qualche volta, sembra ci andarono la madre e il fratello. Il poeta oggi riposa nella chiesa di Badia Settimo, una lastra semplicissima, un riquadro freddo e spoglio nel pavimento. Ancora oggi, nonostante Campana si legga in tutto il mondo, in Italia fatichiamo a ricordarlo, a rendergli l’onore che si merita. Ancora una volta, il suo nome pare maledetto.

 

A breve, l’itinerario campaniano a Faenza.

2 commenti

  1. Solo un sorriso…
    finalmente un bel testo su Dino Campana e delle belle foto. Grazie

    1. Grazie di cuore, l’apprezzamento di un lettore è sempre un grande piacere, ancora maggiore se viene da chi se ne intende e si appassiona all’argomento trattato. Sono felice di dare un contributo, seppur modesto, alla diffusione di una maggiore conoscenza del poeta e della sua vita, io ne sono rimasta veramente affascinata!

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