L’educazione sentimentale attraverso il cammino. Viandanza, Luigi Nacci

Hai cominciato a chiederti: a che punto della vita mi trovo? Sei diventato un cartografo di mappe incerte, in cui le pozzanghere erano segnalate accanto ai rimpianti, i fiumi e i mari accanto alle fughe, montagne e aneliti, grotte e disperazioni, cime e liberazioni. L’unica mappa in cui riuscivi a collocarti. Una mappa dettagliata, luminosa, impossibile.

Personalmente non credo troppo ai cammini stra-pubblicizzati che valgono per tutti, perché ritengo che ognuno debba cercare di scoprire il suo, invece di seguire le mode. Quello di Santiago di Compostela da anni è divenuto un percorso molto frequentato e ha forse perso il mordente originario. Dal Medioevo ad oggi sono migliaia i pellegrini ed i turisti che hanno solcato il cammino che porta alla tomba di San Giacomo Maggiore in Spagna. Possibile che la per ognuno di loro serva la stessa esperienza? Tuttavia, nonostante le mie riserve sul tipo di viaggio, ho concesso un’opportunità al racconto di Luigi Nacci (poeta, scrittore, guida escursionistica, Trieste 1978). Il libro porta un titolo buffo, a suo modo interessante: Viandanza, un termine coniato ad hoc dall’autore, che ne ha fatto una filosofia di vita. Lo scrittore parla della sua personale esperienza, un cammino sulle antiche vie dei pellegrini d’Europa, qualcosa a cui è stato spinto da un disagio profondo. I lenti passi del cammino diventano un modo per schiarirsi le idee, prendendosi il tempo per pensare; plasmeranno corpo e spirito, riuscendo ad infondere un senso nuovo e più profondo all’esistenza. Camminare è allo stesso tempo un atto fisico, spirituale, filosofico; qualcosa che forgia la coscienza a suon di vesciche sui piedi e di sudore sulla fronte.

la-cattedrale-di-santiago-di-compostela Mi sono identificata molto, pagina dopo pagina, in questo romantico Viandante d’altri tempi, anche se io non sono, almeno per ora, una vera camminatrice. Ma la sensazione del grigiore quotidiano, dell’asfissiante superficialità dell’esistenza, la sento anch’io. Così come sento il desiderio di rompere quella barriera invisibile, una trama spessa di monotonie, pensieri ripetitivi, banali meschinità che adombra la sostanza. L’autore aspira ad una svolta profonda, vuole andare oltre e spezzare questa barriera per respirare di nuovo. Si sente che le sue parole sono autentiche: Nacci in questo libro racconta molto di sé, si scopre con un’innocenza e una sincerità notevoli, e questo mi colpisce. Spesso cercare nuove vie ha un prezzo importante, significa tagliare col passato, lasciare cose e persone, rendendosi conto che siamo prigionieri di una rete intricata che ci siamo creati da soli, anno dopo anno.

Se aneli alla conoscenza, devi pagare il prezzo di questa spoliazione. Quanti e come erano i nodi che ti legavano alle persone con cui vivevi, quelle più vicine? Erano nodi o erano cappi?

Ripenso ad una scena illuminante descritta dall’autore, quando, seduto coi colleghi in un bar per l’aperitivo d’ordinanza, assopito nella piattezza dei discorsi banali e dei piccoli intrighi da ufficio, intravede nel cielo un’arcobaleno. Poi, sotto lo sfolgorio dei colori, nota per strada un ragazzo dai capelli lunghi che cammina controvento, zaino in spalla. Su quello zaino è appesa proprio la conchiglia simbolo del pellegrinaggio a Santiago, quella che i pellegrini raccoglievano sulle spiagge galiziane e sulla costa di Finis Terrae. Solo lui vede quel ragazzo che cammina sotto l’arcobaleno: gli altri sono troppo presi dalla musica a volume altissimo del locale e dai loro cocktail. Lui invece ha capito, ha colto lo scintillio magico di quel richiamo, e lo segue. Si alza e va. E’ ancora il sentiero a chiamarlo, deve ripartire; dopo l’esperienza di Santiago ci sarà dunque la via Francigena ad accogliere le sue orme.

E su queste strade cariche di memoria, s’ intesserà la trama di un discorso intimo, disseminato di poesie e di pensieri; la sua ricerca interiore lo porterà sempre più lontano dal punto di partenza. In fondo gli interrogativi che frullavano nella testa dei pellegrini di un tempo, sono gli stessi dei viandanti di oggi, laici e spesso atei, ma sempre in cerca di verità. Questioni eterne che il cammino fa emergere con forza, perché non c’è più la routine quotidiana che adombra i pensieri con la sua nebbia; nel cammino sembra perdersi il senso del tempo e dei secoli.

Lo scrittore, forse al fine di esprimersi in modo più profondo e sincero, ha scelto una formula un po’ difficile: un discorso tra sé e sé, che nelle prime pagine funziona, suggerendo l’immedesimazione nel lettore. Tuttavia, man mano che si scorre in avanti, lo stile appesantisce il racconto. Resta però il valido contenuto, se la forma non è, a parer mio, la più scorrevole e appassionante.

Il cammino rappresenterà per il protagonista l’occasione di una rinnovata educazione sentimentale e saranno le esperienze di viaggio più autentiche e semplici a lasciare il segno. Le camerate affollate e maleodoranti degli ostelli, i pellegrini incontrati sulla via, le serate povere e rigeneranti sotto le stelle. Sentimenti contrastanti si avvicenderanno uno dietro l’altro, dall’allegria più sfrenata fino alla nostalgia e alla tristezza. La comunanza, la solidarietà e la comprensione degli altri viandanti saranno forse i doni più belli dell’avventura. E poco importa se questi compagni di cammino e di nottate il giorno dopo partiranno prima di noi, senza neanche salutarci o lasciarci un biglietto; questi incontri dal carattere breve ed intenso lasceranno qualcosa dietro di sé, molto più di quelle amicizie logore e stantie che ci si trascina dietro da anni. La Viandanza, infine, diventa il perno centrale della vita del protagonista: cercare nuove direzioni, un modo di verso di essere, di vivere, di stare con gli altri.

Viandanza, il cammino come educazione sentimentale

Luigi Nacci

2016, GLF editori Laterza

 

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