Weekend a Firenze con il treno di Dante

La sindrome di Firenze

Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere. 

Da “Roma Napoli e Firenze”, 1817, Stendhal

Con queste poche righe l’allora giovane scrittore introdusse una nuova patologia nella storia della medicina, la cosiddetta Sindrome di Stendhal, o Sindrome di Firenze; i sintomi, un turbinio di vertigini, batticuore e confusione, colpiscono gli stranieri in visita al capoluogo toscano. Anch’io, davanti a tanta bellezza, anche se non manifesto tutti i malesseri che colpirono il giovane Marie-Henri Beyle (Grenoble, 1783 – Parigi, 1842), in arte Stendhal, provo un certo scombussolamento. E’ difficile rimanere indifferenti allo charme di Firenze: è come una droga che da’ assuefazione. Infatti almeno una volta all’anno ci devo proprio tornare, attirata dalla sua atmosfera romantica e dall’unicità del suo patrimonio culturale. E’ la città d’arte per eccellenza ed io ne sono perdutamente innamorata. Nell’ultimo ventennio l’ho visitata in tutte le salse: in gita con la scuola, in coppia, in compagnia di amici, con la famiglia e moltissime volte da sola. Spesso utilizzo la scusa di vedere una nuova mostra, magari una di quelle favolose organizzate a Palazzo Strozzi, oppure semplicemente torno per continuare le esplorazioni dei suoi magnifici musei.

Il treno di Dante

L’ideale, per chi abita in Romagna, è raggiungere Firenze con il treno di Dante, un mezzo vintage e slow che scende a bassa velocità verso sud, percorrendo una tratta panoramica molto antica. Come un sottile nastro increspato, la ferrovia si snoda tra i pendii dell’Appennino Tosco-Romagnolo, collegando, fin dal 1893, Faenza, in provincia di Ravenna, a Firenze. Il treno è intitolato a Dante Alighieri (Firenze 1265-Ravenna 1321) per sottolineare il legame tra la città natia del poeta e quella in cui trovò la morte durante l’esilio. Sarebbe bello se il mezzo partisse realmente da Ravenna, ma non è così ed i collegamenti via ferroviaria con Faenza non sono il massimo; quindi vado in auto fino alla stazione di partenza del treno. Il biglietto costa pochissimo, 9,50 euro, e si parte puntuali alle 8.20 del mattino; impiegheremo circa un paio d’ore per raggiungere il capoluogo toscano. Cullati dal basso rollio del treno, ci si lascia trasportare verso un’altra epoca, fatta di ritmi lenti e di paesaggi rilassanti. Dai finestrini sfilano panorami incantevoli, in cui si alternano borghi pittoreschi, come Brisighella o Marradi, a macchie di castagni e di faggi, con le vecchie case coloniche e le pievi che spuntano qua e là, come funghetti in mezzo alle colline. Persa in questo piccolo mondo antico, che mi ricorda le atmosfere retrò dei film di Pupi Avati, raggiungo Firenze in un batter d’occhio: la ritrovo bella, bellissima, più di come la ricordavo.

La culla del Rinascimento

Alla stazione di Santa Maria Novella non occorre prendere nemmeno l’autobus, perché questa è ancora una città a misura d’uomo, fantastica da esplorare a piedi; in pochi minuti di cammino infatti si arriva a Piazza Duomo, cuore rinascimentale e cristiano della città. La cupola di Brunelleschi, il Campanile di Giotto, il Battistero: la classica definizione da manuale, di “culla del rinascimento”, calza proprio a pennello a questo spazio monumentale ed suggestivo.

Medioevo fiorentino

Succede però che il Rinascimento fiorentino sia talmente coinvolgente, da oscurare altri periodi interessanti che hanno coinvolto la città, come il Medioevo. In effetti, a guardar bene, molti edifici celebri  mescolano elementi di ascendenza gotica ad altri rinascimentali, come la stessa Cattedrale di S.Maria del Fiore. Io questa volta vorrei dedicare un po’ del mio tempo proprio dell’età di mezzo ed è per questo che, una volta fatto il check-in allHotel Principe sul lungarno (stavolta mi sono regalata un 4 stelle, grazie all’offerta genius su Booking: camera decisamente sopra il mio solito livello!!), mi infilo al Museo del Bargello.

Secondo la Lonely Planet questo palazzo è un vero e proprio “compendio del Medioevo”. All’aspetto severo e spoglio dell’esterno succede quello interno, evocativo e maestoso. Qui un tempo sorgeva l’antica sede di governo, costruita nel XIII secolo, che negli anni fu destinata a diversi usi. Sono soggiogata dalla bellezza del chiostro, coi loggiati ed il pozzo ottagonale;  l’atmosfera è solenne, con quel tocco di cupezza e di mistero, che risulta molto intrigante. All’epoca dei Medici questo luogo divenne sede del Bargello, cui il palazzo deve il suo nome, ovvero il capo delle Guardie o di Piazza. Questa figura sinistra si occupava di arresti ed interrogatori, nonché delle esecuzioni capitali; nei secoli successivi il palazzo verrà adibito a carcere ed il clima per i prigionieri non doveva essere dei più allegri. Nel 1786, il granduca Pietro Leopoldo abolì la pena di morte, ordinando che gli strumenti di tortura presenti nel palazzo venissero dati alle fiamme; le prigioni però rimasero in uso fino alla metà dell’Ottocento.

Al suo interno oggi è ospitato un museo prestigioso che raduna alcune delle più belle sculture del Rinascimento: come il David (1440) di Donatello, più vecchio di quello michelangiolesco di una sessantina d’anni. Io mi lascio sedurre da opere emblematiche del Medioevo, come la trecentesca Madonna col bambino di Tino di Camaino o dalla Madonna della Misericordia, una statua di legno policroma del XV secolo. Sotto al suo manto accoglie, per proteggerla, tutta l’umanità; è un motivo iconografico che si è diffuso soprattutto dopo il dilagare della peste e doveva avere un forte potere consolatorio per i fedeli.

Infine posso ammirare anche piccoli capolavori d’oreficeria (si fa per dire, peseranno almeno un kg !), soprattutto si tratta di anelli ecclesiastici; ma ciò che più m’intriga è il triplo ciondolo con denti di lupo e cristallo. Si tratta di un monile che aveva la funzione di scacciare il malocchio e la cattiva sorte; mi riporta al velo di superstizioni e leggende che ricopriva il mondo in quell’epoca lontana.

Uffizi, mon amour

Dopo un pranzetto tardivo, low cost e super-fast, a base di pizza al taglio, mi godo qualche ora agli Uffizi: queste gallerie meravigliose, sono una tappa immancabile di ogni mia gita fiorentina, non posso proprio evitarle. Astutamente ho acquistato il biglietto online per tempo, altrimenti dovrei fare ore di fila. Il sortilegio che gli Uffizi esercitano sui turisti di tutto il mondo è comprensibile; oltre alle opere d’arte famosissime, c’è a racchiuderle un contenitore strepitoso. Il palazzo del Vasari è un capolavoro rinascimentale, fatto costruire da Cosimo I de Medici per ospitare l’amministrazione del governo. A giudicare dallo squallore degli uffici dove ci tocca lavorare oggi, direi che abbiamo fatto molto passi indietro rispetto al 5 secoli fa! Imperdibile la galleria che da’ sul fiume al secondo piano; la vista sulle acque dell’Arno, le case colorate sparse sulle coline ed il Ponte Vecchio è qualcosa di veramente speciale. Una pausa caffè (o, meglio, gelato) alla terrazza panoramica nelle bella stagione, poi, è un vero must.

Le collezioni degli Uffizi vanno dal XII al XVIII secolo ed una delle sale dove si assiepano più visitatori è quella del Botticelli, dove si dispiega l’eterna ed invincibile seduzione della Primavera e di Venere. Io però mi concentro sulle opere tra tardo Medioevo e Rinascimento, alcune delle quali sono ospitate nella splendida sala delle Maestà. A fronteggiarsi ci sono le grandi personalità dell’arte tra Duecento e Trecento: Cimabue, Duccio di Buoninsegna e Giotto. I capolavori sono messi a confronto per evidenziare l’evoluzione da un approccio più statico ed astratto, tipicamente medievale, ad uno più realistico, in cui la ricerca spaziale e le forme  si fanno più accurate. Poco dopo rimango abbagliata dall’oro tardo gotico di Simone Martini: la sua Annunciazione (1333) è trionfo di grazia e preziosità. La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello è un’altro capolavoro che catalizza la mia attenzione. Ormai siamo già nel 1438, ma le figure sospese, come congelate, conservano tutto il fascino e il mistero dell’Evo Medio e allo stesso tempo qualcosa di onirico, che le proietta molti secoli più avanti tra le atmosfere magiche dei surrealisti.

La sera mi tuffo in un piatto di pecorini toscani con miele al tartufo e mostarde, seguito da tagliolini ai funghi porcini al Ristorante Cantina Barbagianni in via Sant’Egidio. Poi  8 ore di sonno filato di nella mia stanza “regale” all’Hotel Principe. La cameriera, durante le mia assenza, mi ha addirittura preparato il letto per la notte; non ci sono proprio abituata e mi sento quasi in soggezione…

Ancora un po’ di storia e qualche matrimonio fiorentino 

Il giorno dopo mi concedo una rilassante passeggiata alla scoperta della Firenze medievale. Il cuore di quest’epoca è certamente il Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria, fatto costruire negli anni a cavallo tra Due e Trecento. Imponente e maestoso, domina da secoli la piazza più trafficata e vivace di Firenze, rappresentando il simbolo del potere civile; fu  sede del governo anche negli anni in cui Firenze fu capitale del Regno d’Italia (1865-71). In seguito posso osservare uno degli edifici più antichi della città in piazza S.Elisabetta, la Torre della Pagliazza, costruita tra VI e VII secolo; per molto tempo è stata utilizzata come carcere femminile, un luogo ameno – si fa per dire- in cui le detenute dormivano sulla paglia, da cui il nome. Orsanmichele è un’altro suggestivo edificio collocato in via dei Calzaiuoli tra Il duomo e Palazzo Vecchio.

Costruito alla fine del Duecento da Arnolfo di Cambio per ospitare la loggia del grano, fu distrutto a da un incendio e riedificato nel 300’. Divenne un importate luogo di culto per le corporazioni di arti e mestieri cittadine dell’epoca medicea. Infine non posso evitare la chiesa di S.Margherita dei Cerchi, detta “la chiesa di Dante”; e’ qui, infatti, che il poeta sposò intorno al 1285 Gemma Donati (Firenze,  circa 1265 – Firenze,1342) la povera donna che gli diede 4 figli e che lo vide sbavare per tutta la vita dietro ad un’altra fanciulla,  Beatrice Portinari (Firenze, circa 1266 – Firenze, 1290), incontrata sempre tra queste mura. Immagino che la povera Gemma guardasse la rivale in cagnesco durante la messa; dopo la morte precoce di Beatrice, inizialmente la Sig.ra Alighieri tirò un sospirò di sollievo, ma ben presto dovette ricredersi: il marito continuò la sua ossessione tra componimenti letterari e filosofici… Povera Gemma, che pazienza deve aver avuto!

Nel pomeriggio abbandono il Medioevo e gli intrighi dell’amor cortese, per introdurmi nelle vaste sale di Palazzo Pitti. Questo immenso edificio, ricoperto di un rustico bugnato e adagiato sulla base del colle del giardino di Boboli, risale al Quattrocento. Doveva essere la residenza del banchiere fiorentino Luca Pitti, che volle per sé il palazzo più grande e sfarzoso di Firenze. La sua rivalità con i Medici gli causò molti problemi, tanto è vero che alla fine la spuntarono loro; ottennero anche il palazzo, successivamente ampliato. Oggi questo edificio imponente ospita diversi musei, tra cui la Galleria Palatina, il Museo del costume e uno degli esempi più favolosi di giardino all’italiana, Boboli.

Nella Galleria Palatina posso ammirare quello che forse è il volto soave della fidanzata di Raffaello, la Velata (1515). Figlia di un fornaio trasteverino (per questo fu detta Fornarina), la fanciulla si chiamava Margherita Luti e fu ritratta più volte dal pittore.

Addentrata nella Galleria del Costume, posso ammirare preziosi abiti di scena e matrimoniali, di ogni foggia ed epoca, e dulcis in fundo, in due nuove sale trovo esposti gli abiti funebri di Cosimo I de Medici (Firenze, 1519 – Firenze, 1574) e della sua famiglia. Suscitano una certa impressione, perché sono stati recuperati dopo aver riesumato quel che restava dei corpi nelle Cappelle medicee di S.Lorenzo, intorno alla metà del XIX secolo. Dopo un accurato restauro, furono esposti per la prima volta negli anni 90’, dopo di ché finirono nel deposito. Oggi finalmente si possono osservare in tutto il loro arcano magnetismo. Ci sono il giubbone, la brachetta e la cappa di Cosimo; abito, busto e calze della moglie Eleonora di Toledo (Alba de Tormes, 1522- Pisa, 1562); giubbone, braconi e cappottino del loro figlio don Garzia (Firenze, 1547 – Livorno, 1562). Tutti questi abiti hanno quasi 5 secoli sulle spalle e raccontano di una storia lontana e molto toccante.

Il matrimonio di Cosimo ed Eleonora fu felice ed era stata proprio lei a volersi trasferire dal centro sovraffollato di Firenze a Palazzo Pitti, nell’oltrarno, dove l’aria era più salubre e pulita. E invece proprio la salute non resse: il felice quadretto familiare andò bruscamente in pezzi, con la morte di lei per malaria, seguita poco dopo dal figlioletto.  Si dice che Cosimo non si riprese mai completamente e vagasse solo e inquieto per le stanze di Palazzo Pitti, un tempo ravvivate dalle risate e dalle chiacchiere allegre della famiglia. A colpirmi, nella penombra di queste stanze (la luce è deleteria per i fragili tessuti degli abiti), sono le vesti femminili: Eleonora, creatura elegante e di rara bellezza, l’avevo ammirata solo ieri nel magnifico dipinto di Bronzino, esposto agli Uffizi. Adesso mi ritrovo davanti gli abiti di una donna vera, vissuta secoli e secoli fa. M’intenerisce osservare il lavoro della sarta che aveva dovuto modificare il busto, per adattarlo al corpo della duchessa, allargatosi dopo i parti. Fu sepolta con l’abito di tutti i giorni, in  fretta, per la paura del contagio; per secoli si era pensato che fosse stata seppellita con indosso il magnifico abito dipinto da Bronzino. L’esperienza incredibile di osservare questi rarissimi abiti del 500’, riemersi come per magia dagli abissi del tempo, è una cosa che non scorderò facilmente!

Dopo un giretto al giardino di Boboli, dal quale si gode un panorama superbo sulla città, mi affretto verso la stazione. Alle 17.40 il mio treno parte ed io saluto la bella Florentia, tornerò presto ad emozionarmi e chissà, forse quasi a svenire come fece Stendhal!

 

Viaggio della primavera 2015

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