Sulle orme di Dino Campana #2: Faenza

Da Marradi a Faenza

Dopo la mia giornata a Marradi (Fi), paese natio di Dino Campana (1885-1932), proseguo con entusiasmo l’itinerario sulle orme del poeta, questa volta con una tappa più vicina a casa. Recentemente Faenza, in provincia di Ravenna, ha celebrato Campana con un percorso a tema; sono 14 le targhe in ceramica disseminate per la città a ricordare i luoghi a lui legati, quelli che frequentò e che portano il ricordo della sua ispirazione poetica.

Mi gusterò una passeggiata slow tra le vie di questa bella cittadina, che ha conservato il fascino e la semplicità di un tempo, per osservare alcune di quelle targhe; raggiungo Faenza in auto (ci sono diversi parcheggi in centro), in alternativa si può arrivare in treno e poi si cammina un quarto d’ora fino al centro o si prende l’autobus 51.

Il poeta Dino Campana da giovaneFaenza segnò l’inizio di un nuovo capitolo della vita di Campana, fatto di luci ed ombre. All’inizio ci fu il rigore del Collegio dei Salesiani negli anni cruciali dell’adolescenza, quando iniziavano a schiudersi sul mondo, con nuova lucidità, i suoi occhi curiosi ed inquieti. La città romagnola era molto diversa dal suo paese d’origine; Marradi, situata sull’Appennino al confine tra Emilia-Romagna e Toscana, era la tipica cittadina di montagna, piuttosto stantia dal punto di vista culturale e sociale, al contrario di Faenza che poteva vantare una brillante tradizione illuministica alle sue spalle. Cenacoli e salotti letterari arricchivano la città sin dall’epoca neoclassica, mentre la Scuola di Disegno “Tommaso Minardi” stava per produrre sul primo scorcio del nuovo secolo alcuni artisti di eccezionale talento, raccolti intorno al geniale Domenico Baccarini. Una città piccola ma dal respiro cosmopolita, punteggiata di caffè ed osterie, perfetti luoghi d’incontro per giovani in cerca di facili distrazioni. Per Campana Faenza diventò a poco a poco il baricentro di un’esistenza diversa, più indipendente e scapigliata: prima la scuola, poi gli anni liberi e inquieti con le bevute dall’ostessa Ofelia e al Caffè Orfeo, i bordelli, le fiere, le passeggiate lungo il fiume Lamone. L’intensità di quei brani di vita si trasferì sulla carta, in sfolgoranti immagini poetiche. Il più lungo giorno, poi rielaborato nei Canti Orfici (1914), racchiude molto delle atmosfere di quegli anni, di quella Faenza colta e bohémienne, trasfigurata dall’incanto poetico di Campana.

Gli anni della formazione: il Collegio dei Salesiani e il liceo Torricelli

Era il 1897 quando il dodicenne Campana, dopo aver frequentato la scuola elementare a Marradi (in anticipo di un anno rispetto ai suoi coetanei) ed aver proseguito gli studi in casa, viene iscritto alla terza ginnasio del rinomato Collegio dei Salesiani di Faenza. Il grandioso complesso, che aveva aperto i battenti come scuola solo da una dozzina d’anni, riuniva diversi edifici, alcuni dei quali risalivano addirittura al Cinquecento. Attualmente, dopo vaste ristrutturazioni (non del tutto completate), l’ex collegio è visitabile ed ospita anche un centro di cultura e formazione, Faventia Sales. Comincio proprio da qui il mio itinerario, in via san Giovanni Bosco. Appena varco la soglia del monumentale edificio, mi invade una sensazione strana; ancora adesso, infatti, questo luogo conserva un’atmosfera particolare, in grado di incutere una certa soggezione.

I vasti colonnati, le scale buie, le pesanti sbarre di ferro alle finestre con al centro la grande S dei Salesiani: tutto qui sembra suggerire un passato sinistro, cupo, nonostante la bella giornata di sole. In effetti le punizioni corporali erano all’ordine del giorno, così come gli episodi violenti di bullismo tra gli alunni. Quel dodicenne sensibile, il futuro poeta, cosa deve aver provato entrando per la prima volta in questo luogo così imponente e minaccioso? Possiamo immaginare la sua ansia, forse un’autentica angoscia. E in più quel disagio per il fatto di venire da fuori, dalla montagna… lui, in mezzo ai compagni faentini, era il diverso, il forestiero. Anche un’altro alunno, che sarebbe diventato tristemente famoso nel Novecento, provò disagio e frustrazione frequentando quel collegio: si trattava di Benito Mussolini, rimasto solo un paio d’anni perché fu allontanato dalla scuola nel 1894 a causa di una rissa coi compagni.

Di certo Campana non rispose alle provocazioni ed al rigore con la violenza. A restituirci un quadro di quei giorni difficili, è il film di Roberto Riviello “Il più lungo giorno” (1998), che si può vedere gratuitamente su Youtube.

Uscita da Faventia Sales, mi dirigo nell’adiacente via Bondiolo, dove al numero 16 risiedette Campana con la madre, mentre frequentava il collegio. I primi anni li passò dunque qui, tra le aule di scuola e la camera nella casa dei Collina. L’amicizia con questa famiglia fu durevole; fu proprio davanti alla loro porta, che il 6 gennaio 1904 Campana fu ritrovato, dopo la notte passata all’addiaccio, appena tornato dalla Russia. Barba incolta, capelli lunghi e un cappotto militare: questo il suo aspetto a quell’epoca, quando fu arruolato per un breve periodo nell’esercito.

Dal museo alle notti brave nei caffè

Cammino fino al centro storico, attraverso Piazza della Libertà e imbocco la via Severoli. In fondo sulla destra, in via Santa Maria dell’Angelo, trovo il pittoresco edificio che ospita ancora, come ai tempi di Campana, la Pinacoteca comunale ed il Liceo Torricelli. Dopo il collegio infatti il poeta frequentò questa scuola, che è uno dei più antichi licei d’Italia; inoltre nei Canti Orfici possiamo trovare riferimento alle visite di Campana al Museo, una nel 1910 e una nel 1914.

Il museo. Ribera e Baccarini. Nel corpo dell’antico palazzo rosso affocato nel meriggio sordo l’ombra cova sulla rozza parete delle nude stampe scheletriche.

Torno sui miei passi e getto lo sguardo ai loggiati ed ai caffè della piazza centrale, teatro di tante serate alcoliche e meditabonde, che ispirarono i versi dal sapore rimbaudiano al Campana. Come il poeta francese, infatti, anche Dino si lega all’immagine dell’artista maudit, il ribelle che non sta alle regole e che rifiuta il moralismo borghese, fino a spingersi ai limiti della follia. Al numero 2 del loggiato, in Piazza Duomo, si trovava il Caffè Orfeo che oggi naturalmente non esiste più, al suo posto c’è un negozio; ma il bar a fianco ha omaggiato il poeta con un simpatico busto di Campana, collocato su di un tavolino sotto il loggiato dei Signori. Proprio sotto a queste volte, si sedeva il giovane poeta, osservando la piazza e la torre.

Una grossa torre barocca: dietro la ringhiera una lampada accesa: appare sulla piazza al capo di una lunga contrada dove tutti i palazzi sono rossi e tutti hanno una ringhiera corrosa.

Poco più in là, si trovava un altro locale frequentato dal poeta, che oggi non esiste più perché fu demolito nei lavori di ristrutturazione urbana del 1938. Tra le pittoresche stanze dell’Osteria della Mosca, era la bella ostessa Ofelia a servire Campana, poi resa immortale dai suoi versi. Lei era una donna semplice, ma particolarmente bella e con un nome evocativo, di shakespeariana memoria; Ofelia Cimatti (1887-1967) gestì per anni, insieme al marito, il locale che si trovava in via Beccherie, allo sbocco del Voltone del Podestà. In una fotografia di molti anni dopo rispetto all’epoca di Campana, visibile sul sito della pinacoteca comunale, possiamo osservare in quel viso ancora qualche traccia dell’antica bellezza che colpì il poeta.

Ofelia la mia ostessa è pallida e le lunghe ciglia le frangiano appena gli occhi: il suo viso è classico e insieme avventuroso. Osservo che ha le labbra morse: dello spagnolo, della dolcezza italiana: e insieme: il ricordo, il riflesso: dell’antica gioventù latina.

Mi dirigo verso il fiume; la posizione non è il massimo c’è molto traffico sulla strada, di via G.B. Mittarelli. E’ qui però che presero ispirazione i più famosi versi del poeta che parlano di Faenza.

Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. 

Sere d’estate

Attraverso il ponte sul fiume Lamone, per raggiungere piazza Lanzoni. In questo luogo, un tempo piazza Pasi, fin dai primi del Novecento vennero allestite durante la bella stagione fiere e spettacoli. All’epoca il cinematografo ambulante che arrivava in città era ancora un grande evento, uno stupefacente prodigio della tecnica che radunava folle di spettatori. Il poeta, in una lontana sera d’estate, partecipò in compagnia di una ragazza ad una di quelle fiere, come ricorda nei suoi versi.

Ne la sera dei fuochi de la festa d’estate, ne la luce deliziosa e bianca, quando i nostri orecchi riposavano appena nel silenzio e i nostri occhi erano stanchi de le girandole di fuoco.

E così tra i ricordi di quelle notti di festa, piene di stupore e di speranza, concludo la mia passeggiata faentina sulle orme di Campana: un poeta diverso, una figura speciale e solitaria del panorama letterario italiano dei primi del Novecento.

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