Quei viaggi che non ho mai fatto

Ma forse mancano i viaggi più straordinari. Sono quelli che non ho mai fatto, quelli che non potrò mai fare. Restano non scritti, o chiusi in un loro segreto alfabeto sotto le palpebre, la sera. Poi arriva il sonno, e si salpa.

Antonio Tabucchi

Certe volte rimandi un viaggio; c’è un luogo che solletica il tuo interesse e ti riprometti che prima o poi ci andrai. Adesso no, però; prima ci sono altre cose da fare sulla lista. Impegni personali, lavoro o forse solo un po’ di pigrizia. Tanto quel posto ci sarà sempre e la vita è lunga! E invece no. Tutto a questo mondo ha una scadenza. Le persone, gli animali, gli oggetti… e anche le esperienze. C’è un numero finito di volte in cui potrai incontrarti con un amico; un numero finito di volte in cui mangerai la pizza o in cui andrai a prendere il sole al mare. Per fortuna c’è un limite anche per le cose meno gradevoli, come i mal di pancia o persino le figuracce; io ne ho già fatte parecchie, quindi spero che non capiterà ancora troppe volte che io rischi di affogarmi per una soupe a l’oignon andata di traverso, in un’elegante e affollatissimo bistrot di Parigi. E’ consolante. Tuttavia mi rattrista pensare che il numero di viaggi che farò è limitato e quindi anche quello dei luoghi che visiterò; i miei occhi vedranno solo una piccola, piccolissima parte del pianeta. Se i numeri della nostra esistenza non sono scritti e non è stato stabilito nulla a priori,  tuttavia l’unica certezza è che se non prendiamo l’iniziativa, le esperienze che desideriamo vivere, forse non le faremo mai. In effetti anche le mete di viaggio non saranno sempre lì, ad aspettarci in eterno. Uno dei luoghi che da anni mi ero ripromessa di visitare, senza mai realizzare il proposito, era la Basilica di San Benedetto di Norcia. Edificata su quella che era un tempo la casa natale del santo, era avvolta da quell’atmosfera solenne e misteriosa che hanno i luoghi legati all’antico monachesimo.

Mi dicevo che prima o poi avrei preso quel treno e sarei scesa giù in Umbria, fino a Spoleto; di lì sarei salita su di un bell’autobus fino a Norcia. Ho sempre rimandato, chissà perché. Ed ora quel bel progetto di viaggio è andato in pezzi, insieme a molte altre cose più importanti. Il terremoto, che qualche giorno fa ha fatto tremare ancora l’Italia centrale, ha messo fine a quella visione magica e preziosa, incastonata nella bella cittadina di Norcia; quel sipario che si apriva su di un passato affascinante e lontano ora non c’è più. Accanto alla tragedia umana che ha colpito gli abitanti, ormai senza più una casa, c’è, parallela, anche quella culturale e storica (non me ne vogliate se mi occupo solo della seconda questione, ma questo è un blog leggero, che parla di viaggi e lascio l’incombenza di trattare tematiche più serie ad altri). Oggi, dove s’innalzava fiera la basilica di San Benedetto, rimane solo la triste facciata, un’apparizione spettrale e solitaria in mezzo alle macerie; Palmira, Tempio di Baalshamin; foto di Marina Milellauno spettacolo amaro, che non si sarebbe voluto vedere mai. Ultimamente mi è capitato spesso di pensare alle occasioni che ho perso, ai luoghi e alle cose che sono spariti dalla faccia della terra per un motivo o per l’altro. Oltre ai disastri naturali, di frequente purtroppo è intervenuto l’uomo con le sue gesta cariche di violenza e meschinità, spinto da una febbre  distruttiva che alla fine colpisce anche chi le commette, quelle nefandezze, perché quel patrimonio appartiene a tutti. Così  recentemente è stata ferita l’antica Palmira, un importante sito archeologico della Siria, devastato dalla furia dell’esercito dello Stato Islamico; come lei, altre città di quel mondo esotico e lontano hanno subito gravi o irreparabili danni a causa di una rabbia cieca, apparentemente immotivata.

Questi atti insensati non sono estranei neanche al mondo occidentale; basti pensare ai romani, che rasero al suolo città magnifiche come Cartagine o agli iconoclasti dell’epoca bizantina e di quella protestante, che eliminarono dalla faccia della terra preziose immagini sacre. Più recentemente, la seconda guerra mondiale ha spazzato via anni di arte e di storia, ferendo in modo indelebile il volto dell’Europa.La medicina, 1901, Gustav Klimt Le fotografie dell’epoca mostrano vere e proprie città-fantasma, luoghi devastati e irriconoscibili, come Berlino o Londra. Per non parlare delle opere d’arte: una delle mie fantasie ricorrenti è quella di prendere una macchina del tempo e tornare indietro nel 1945, per salvare le opere di Klimt dall’incendio appiccato dai nazisti nel castello di Immendorf,  in Austria. I pannelli dipinti della”La Medicina” e “La Filosofia“, che l’artista aveva realizzato per l’Università di Vienna, oltre ad altre opere significative, ci sono stati tolti per sempre e indietro non si torna.

L’unica consolazione, però, è la capacità di ripresa insita nel genere umano: eventi naturali disastrosi, guerre e atti di violenza d’ogni genere possono distruggere le nostre città, ma noi, con pazienza certosina e una buona dose d’ottimismo,  le ricostruiremo, come si pensa di fare con la Basilica di Norcia. I dipinti e le sculture danneggiati, noi faremo in modo di restaurarli, laddove sia possibile; in caso contrario rimpiangeremo quelle opere d’arte insostituibili, ma continueremo a produrne di nuove ed andremo avanti. Rimane la nostalgia per ciò che si è irrimediabilmente perduto; allora cambiamo prospettiva, e cerchiamo di agire per tempo. Hic et nunc: facciamo quel lungo viaggio che da anni ci frulla nella testa  per vedere i luoghi dei nostri sogni, prendiamo quel treno per una città lontana perché in mostra c’è un dipinto favoloso che non  avremo più occasione di vedere dal vivo. Sorbiamoci lunghe ore di auto per vedere quella chiesa magnifica che ha tanti secoli sulle spalle: potrebbe non avere ancora molto tempo davanti a sé. Insomma, vale sempre e comunque l’antico motto,  il celebre e forse un po’ abusato carpe diem di Orazio, che ci spinge a goderci il momento, la vita e ciò che di bello ci può offrire nel suo fuggevole, eterno istante.

 

 

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