Il divano che ha fatto la storia: il Freud Museum di Londra

In esilio

1938. Sono le tre del mattino quando l’Orient Express varca la frontiera francese, diretto verso ovest. A bordo molti dei passeggeri tirano un sospiro di sollievo: sono finalmente lontani dai territori già occupati dai nazisti. Tra loro c’è un uomo anziano e malato, col viso scavato e la barba bianca. Gli occhi però sono vividi ed accesi, lo sguardo straordinariamente acuto. E’ proprio lui, Sigmund Freud (1856-1939), lo psicanalista ottantaduenne, che ha appena lasciato la sua casa di Vienna per trasferirsi nel Regno Unito come rifugiato politico. Con lui ci sono la moglie Martha, la figlia Anna ed un paio di domestiche.

Freud aveva due colpe fatali agli occhi dei nazisti: una era quella di essere ebreo, l’altra era il suo lavoro di psicanalista. I suoi testi, emblemi di un pensiero “degenerato” e pertanto giudicati pericolosi, erano stati bruciati nei famosi roghi di libri appiccati nelle piazze.
Questo era solo uno degli oltraggi che Freud aveva dovuto sopportare negli ultimi anni, con la situazione che peggiorò drasticamente nel 38′ dopo l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler. Oltre a perquisizioni domestiche, furti e al blocco del conto bancario, mesi prima i tedeschi gli avevano sottratto, anche se solo per poche ore, il suo tesoro più prezioso: la figlia prediletta, Anna.
Quel terribile giorno di marzo Freud lo aveva passato camminando su e giù per la casa, fumando una quantità inverosimile di sigari, lui che era già stato operato più volte alla mascella a causa di un tumore.
Alle sette di sera Anna finalmente fu liberata e poté riabbracciare i genitori; da quel momento si iniziò a pensare seriamente di partire, anche se controvoglia. Lasciare l’Austria per Freud rappresentò un grande dolore, tuttavia dovette rassegnarsi e, tra le mete possibili, scelse di andare a vivere a Londra. Questa città dalle varie indagini dei suoi fidati collaboratori si era dimostrata il luogo più ospitale e sicuro dove poter ricostruirsi una vita.
A Vienna Freud lasciò le quattro sorelle ormai anziane, non immaginando fino a che punto potesse arrivare il regime nazista; lui non ne venne mai a conoscenza, ma nel giro di pochi anni tutte e quattro furono uccise in un campo di concentramento.
L’Inghilterra, dove giunse Freud dopo aver attraversato la Francia, riservò un’accoglienza trionfale allo psicanalista; alla Victoria Station il treno per lui si fermò ad un binario speciale, per evitargli la ressa di persone, giornalisti e non, accorsi a vedere il famoso Dr. Freud.

La casa di Maresfield Gardens

Dopo un soggiorno in un casa al 39 di Elsworthy Road e successivamente all’Hotel Esplanade, la famiglia si stabilì al numero 20 di Maresfield Gardens.
Freud trovò la dimora anche troppo bella, “per uno che non doveva risiederci a lungo”, soprattutto perché dietro casa c’era un giardino variopinto, punteggiato di fiori e arbusti, mentre alcune file di alberi riparavano la casa dagli sguardi dei vicini.
In questa rilassante cornice naturale Freud trascorse molto del suo tempo, facendo sistemare in un angolo una comoda poltrona a dondolo con baldacchino. Si trovava a suo agio e, per quanto i tempi lo premettessero, sereno.
Oggi quella casa che fu il suo ultimo rifugio si trova ancora lì, in mezzo ad altre villette eleganti nel quartiere di Hampstead, con il giardino che conserva sempre l’aspetto di un’oasi felice e tranquilla, come quello che aveva all’epoca di Freud. La residenza è diventata un museo grazie alla figlia Anna Freud (1895-1982), che qui ha trascorso il resto della sua esistenza da quel lontano 1938 fino alla sua morte nel 1982.

Per ben 47 anni il padre della psicanalisi aveva abitato ed esercitato la professione medica al famoso indirizzo viennese, il 19 di Bergasse; sempre qui le sue opere più celebri videro la luce, prima fra tutte “L’interpretazione dei sogni”, portata a termine nel 1899.

Anche a Vienna è stato allestito un museo in quello che un tempo era l’appartamento di Freud, sempre grazie al prezioso aiuto della figlia Anna. Le ho visitate entrambe e confesso che tra le due abitazioni, quella viennese  e quella di Londra, a provocarmi la maggiore emozione è stato l’indirizzo londinese. Sebbene occupata per solo un anno da Freud, la villetta di Maresfield mantiene più che mai intatto il ricordo del suo proprietario. Probabilmente dipende dal fatto che lo psicanalista si era portato dall’Austria tutto ciò che aveva potuto: questo luogo in effetti è ancora imbevuto del suo passaggio.

Al pianterreno Anna Freud  conservò gelosamente, dopo la morte del padre, il suo studio e la sua biblioteca.  Il divano delle sedute psicoanalitiche è il pezzo forte del museo, un oggetto carico di storia, entrato ormai nell’immaginario collettivo.

Qui i pazienti si sdraiavano comodamente, mentre il Dr. Freud se ne stava seduto nella poltrona verde alle loro spalle. Il divanetto imbottito era ricoperto da un tappeto orientale e cosparso di cuscini per sostenere il busto dei pazienti, proprio come lo si vede oggi. Lo psicanalista aveva abbandonato l’ipnosi già agli inizi del Novecento, per adottare il metodo delle libere associazioni, che consisteva nel far parlare il paziente di qualsiasi cosa gli venisse in mente, senza selezionare consapevolmente informazioni dei loro racconti. Nonostante la sua salute precaria, Freud continuò a fare fino a 4 sedute al giorno, salvo brevi interruzioni, fino alla sua morte.

Le stanze della casa rivelano molto anche del Freud privato, quello della vita di tutti i giorni; dagli oggetti legati alla dimensione più intima emerge il quadro di una personalità complessa ed affascinante, la stessa che traspare anche dalle sue opere; in effetti i suoi libri, per quanto siano testi fondamentali del settore psichiatrico, non traboccano dei tecnicismi linguaggio del medico, al contrario costituiscono un’intrigante lettura anche per i profani. Oltre che uno straordinario psicanalista, infatti fu anche un eccellente scrittore e la maggior parte delle sue opere sulla psicanalisi sono state autentici successi editoriali.  Ciò probabilmente dipende dall’ampio respiro della sua cultura; la vastità di gusti e di interessi di Freud ricorda quella dell’uomo rinascimentale, un intellettuale a tutto tondo che all’amore per la scienza univa quello per le materie umanistiche. Dagli oggetti esposti nella sua casa si evidenzia la sua passione per l’archeologia, nutrita nel tempo libero da molte letture e soprattutto dai viaggi. Tutto si ricollegava al suo interesse per il passato, sia nella sfera individuale della persona, che nel più vasto raggio della storia del mondo e delle civiltà. Dalle sue vacanze in Grecia, Egitto, Roma e Oriente riportò molti souvenirs; tuttavia la maggior parte dei reperti archeologici in mostra al museo proviene dai negozi di antiquari viennesi.
L’antichità appagava sia il suo gusto estetico, sia la sua inesauribile curiosità per le origini della vita umana.

 La mia passione per il preistorico è la stessa per tutte le attività umane.

L’archeologia rappresentava anche una profonda metafora per la psicanalisi. Durante una seduta con un paziente, per spiegare la differenza tra il materiale conscio “che si logora” e quello dell’inconscio, che è relativamente inalterabile, lo stesso  psicanalista utilizzò proprio l’esempio delle sue collezioni:

Ho illustrato le mie osservazioni indicando gli oggetti antichi intorno alla mia stanza. Essi erano infatti, dicevo, solo oggetti trovati in una tomba, ed il loro seppellimento è stato veicolo di conservazione.

Anche la biblioteca è rivelatrice dei numerosi  interessi di Freud e, anche se non fu possibile portare tutti i libri da Vienna, è molto interessante sbirciare tra le sue letture. Gli argomenti trattati spaziano dall’arte e dalla letteratura all’archeologia, alla filosofia e alla storia, oltre ai diversi testi di psicologia e psicanalisi. Lo scaffale subito dietro la scrivania contiene i suoi autori preferiti: Goethe, Sheakespeare, Flaubert, Heine e Anatole France. Il figlio Ernest aveva sistemato, prima che Freud si stabilisse nella casa, lo studio, disponendo in mostra gli oggetti cari del padre.La biblioteca di Freud, Freud Museum Londra Commuove pensare che tutto sia stato portato qui con grande difficoltà dalla sua casa di Vienna: lo psicanalista non si volle separare dalle cose dello spirito, seppur vecchio, malato e colpito dalla tragedia della guerra. Esse erano importanti: nessuno più di lui sapeva quanto anche le cose più immateriali e simboliche fossero fondamentali per la propria serenità.
Freud inoltre trovava che particolari forme d’arte, come la letteratura, contenevano in sé alcuni intuizioni geniali relative all’inconscio; ciò che lui aveva dedotto e spiegato a livello psicanalitico, era stato anticipato inconsapevolmente già da alcuni poeti ed artisti.
Alla scrivania che si può osservare nel museo Freud lavorò molto durante il suo ultimo anno, nonostante l’abbattimento fisico e psicologico dovuto al cancro. A Londra infatti terminò di scrivere “Mosè e il Monoteismo”, pubblicato nel 1939.
Il suo studio, colmo degli oggetti da lui amati, dava direttamente sul giardino nel punto stesso in cui un giorno caldo di settembre Freud sarebbe morto, avvolto dall’affetto dei suoi cari.
A toccare le corde più tenere dei sentimenti durante la mia visita sono state, oltre ai filmati, le fotografie, soprattutto quelle che ritraggono Freud coi suoi amati cani di razza Chow Chow; lo psicanalista durante la giovinezza e la maturità non era stato molto espansivo, ma è evidente quanto amasse gli animali domestici che lo accompagnarono nella fase finale della sua esistenza. In vecchiaia l’aspetto affettivo divenne più intenso ed il carattere del famoso Dr. Freud si ammorbidì notevolmente.

Sempre al pianterreno si trovano la sala da pranzo e l’ingresso, arredati coi mobili provenienti dal cottage austriaco di Anna Freud e all’amica Dorothy Burligham.
Raggiungendo il primo piano nel pianerottolo s’incontrano due ritratti di Freud, di cui uno uscito dalla penna di Salvador Dalì, risalente al luglio del 1938 quando i due s’incontrarono. Il pittore surrealista tracciò in quell’occasione uno schizzo furtivo, che non fu mai fatto vedere a Freud. Stefan Zweig, l’amico che li aveva presentati, ci intravedeva un presagio di morte e preferì nasconderlo allo psicanalista.
La stanza di Anna Freud ci fa comprendere molto del carattere dolce e comprensivo della donna. Divenuta psicanalista sulle orme del padre adorato, durante le sedute aveva l’abitudine anche di lavorare a maglia, mantenendo così una nota tradizionale e femminile in un’esistenza fuori dagli schemi borghesi.
Era nata nel 1895, sesta e più giovane figlia della tribù freudiana. Il rapporto col padre era, a detta del biografo ufficiale e dei conoscenti, speciale e quasi telepatico. Pur essendo entrambi riservati per natura, la stima e l’affetto che provavano l’uno per l’altra erano evidenti e li si percepisce ancora oggi, in questa casa-museo preparata con affetto dalla figlia devota, e  soprattutto dai filmati di famiglia che si possono vedere nella stanza video. Incarnazione archetipica del Pater familias, Freud è stato il centro venerabile di tutto un cosmo familiare, composto da numerosi figli e nipoti.Anna Freud e Doroty Burlingham, 1972, Vienna
Non si sposò mai, Anna Freud: l’uomo della sua vita era suo padre, nessuno sarebbe stato in grado di sostituirlo. Nel suo mondo però ad un certo punto entrò Dorothy Burlingham (1891-1979) , figlia del famoso gioielliere Tiffany. La donna si era trasferita a Vienna per far curare i suoi quattro figli da Freud, dopo che il marito aveva dato segni di squilibrio. Infine divenne psicanalista lei stessa ed intrecciò una salda relazione con Anna. In seguito alla morte di Freud, la Burlingham si trasferì nella villetta di Maresfield, restando accanto alla compagna sino alla fine della sua vita, nel 1979. Anna Freud portò avanti con successo il lavoro del padre, specializzandosi nella psicanalisi infantile.  Secondo il suo volere la casa fu trasformata in museo dopo la sua morte e fu aperta al pubblico nel luglio del 1986.
Freud allora era morto da quasi cinquant’anni; un giorno d’autunno, consumato da dolori atroci, aveva chiesto al suo medico di fargli un’ iniezione di morfina per porre fine a quella tortura. Lo aveva fatto senza troppa enfasi o emozione, solo con realismo e spirito pratico.
Jones, il suo biografo, così scrisse di quell’evento:

Le sue sofferenze erano cessate. Morì com’era vissuto: da realista.

Se lui aveva saputo essere sobrio nelle emozioni e razionale nel pensiero fino alla fine, io non lo sono altrettanto. E’ con qualche lacrima agli occhi, infatti, che mi allontano dalla sua casa, nella luce di un tiepido pomeriggio londinese.

Freud Museum London
20 Maresfield Gardens, London NW3 5SX, Regno Unito
Orari di apertura
Mercoledì – domenica 12,00-17,00
Ingresso: 8 sterline
Come arrivare:
Metro –linea Jubilee fermata Finchley Road (zona 2). Uscendo dalla stazione attraversare Finchley Road e girare a destra. A Natwest Bank svoltare a sinistra fino Trinità Walk. Girare a sinistra per il Museo.
Autobus – il 13, 82, 113, 187 e 268 si fermano vicino alla stazione della metropolitana di Finchley Road.

1 commento

  1. Ciao Betulla, anche per me è stato bello trovare il tuo messaggio così positivo e gentile tra le tonnellate di spam che ultimamente ammorbano i miei commenti. Ti ringrazio molto per i complimenti e spero di rimanere all’altezza del tuo apprezzamento. In programma ho una grande avventura: un viaggione negli USA per il mese di agosto, quindi, mi raccomando, resta connessa!! Allora buona lettura e un abbraccio

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