Amori e scandali della Belle Époque: Museo d’Orsay

Dai treni a vapore agli impressionisti

E’ uno dei fiori all’occhiello di Parigi ed una tappa obbligata, insieme al Louvre, per ogni turista che visita la città. La vecchia Gare d’Orsay, stazione dei treni costruita in stile Art Nouveau nel 1898 e rimasta in funzione per i successivi quarant’anni, fu l’oggetto di un’audace restauro alla fine degli anni 70’ del Novecento. Trasformata in museo, riaprì i battenti nel 1986. Grazie alla bacchetta magica dell’architetto italiano Gae Aulenti, gli interni hanno mantenuto le atmosfere di un tempo, con tocchi di eleganza e modernità che ne fanno uno degli spazi espositivi più belli del mondo. La suggestione dell’ambiente, la magnifica luce e le collezioni prestigiose, che coprono l’arco di tempo tra il 1848 e la prima guerra mondiale, contribuiscono a soggiogare il visitatore non appena varca la soglia del museo, un tempo calpestata da viaggiatori affrettati. Al Musée d’Orsay si trovano capolavori delle correnti artistiche più conosciute ed amate dal grande pubblico, come l’Impressionismo o l’Art Nouveau. Delacroix, Degas, Monet, Van Gogh, Bonnard sono solo alcuni della fantastica schiera di nomi che troverete dentro a quest’ambiente così originale e sofisticato.

Atmosfere Belle Époque

In questo spazio maestoso, prezioso come un antico carillon, sotto il grande orologio dorato che in tempo scandiva gli arrivi e le partenze dei treni a vapore oggi sfilano sculture, dipinti e manufatti, tra la meraviglia di migliaia di turisti, provenienti da ogni angolo della terra. Racchiusi in quelle cornici dorate o eretti su piedistalli di marmo, non ci sono solo oggetti d’arte.

In effetti, a pensarci bene, quelli sono i volti ed i corpi, più o meno idealizzati, delle persone che popolavano i boulevards parigini tra Otto e Novecento, come fantasmi ritornati da quegli anni lontani in cui la Ville Lumière era il centro del mondo. La Belle Époque o giù di lì, ecco la dimensione affascinante in cui ci si tuffa entrando al Museo d’Orsay, tra le ruote delle sottane in crinolina ed i cappelli a cilindro.

Le petit rat 

Uno dei più intensi fantasmi che si possono incontrare al Musée d’Orsay indossa un tutù consumato dal tempo, ha annodato tra i capelli un nastro rosa e, nonostante l’aspetto povero ed emaciato, tiene la testa in alto, leggermente all’indietro, a rivendicare una dignità che forse la società in cui visse non le riconobbe mai. La petite danseuse de 14 ans (1865-1881) è una delle opere più particolari ed ammirate di Edgar Degas (1834-1917), un artista conosciuto in tutto il mondo come “il pittore delle ballerine”. Oltre ai dipinti, Degas produsse anche molte sculture che trattavano lo stesso tema; alla morte dell’artista furono ritrovate nel suo studio ben 150 statuette, delle quali solo una era stata mostrata al pubblico, quella che ritrae proprio la ballerina di 14 anni.

Quando fu esposta alla mostra impressionista del 1881, scatenò una vera e propria tempesta nel mondo dell’arte. Cos’era quella specie di grossa bambola dal viso volgare e perché la si voleva far passare per un’opera arte? Degas evidentemente aveva scelto come modella non una aggraziata Étoile della danza, bensì un’adolescente ambigua, dalle forme scheletriche e dal viso sgradevole, che alcuni paragonarono a quello di un azteco. Inoltre si trattava di una scultura in bronzo, con capelli autentici, un tutù stretto in vita e ai piedi delle vere e proprie scarpette (quelle che oggi ammiriamo al museo di Parigi e in molti altri istituti sparsi per il mondo sono le fusioni in bronzo degli anni 20′). L’iperrealismo risultò scioccante e il petit rat, così come venivano soprannominate le giovani studentesse di danza dell’Opéra de Paris, fu giudicata una sorta di offensivo mostriciattolo.

Quella figuretta tanto criticata era il ritratto di una ragazzina in carne ed ossa. Si chiamava Marie Geneviève van Goethem ed era nata nel 1865 in una povera famiglia di immigrati belgi, composta da un padre sarto, una madre lavandaia e due sorelle. Alla morte precoce del capofamiglia, il piccolo clan di donne si trovò in cattive acque, come possiamo dedurre dai vari cambi di residenza in quartieri sempre più disagiati. Ad un certo punto le Van Goethem si stabilirono al n.35 di Rue de Douai, sulle pendici di Montmartre, proprio  a pochi isolati dallo studio di Degas che era situato in Rue Fontaine. Intorno al 1880 Marie riuscì ad entrare nel corpo di ballo dell’Opéra ed è certamente qui che incontrò il pittore impressionista che l’avrebbe resa immortale. Lui frequentava spesso i retroscena dei teatri, affascinato dal movimento, dalle luci e da quegli abiti di scena impalpabili e fluenti. Marie divenne presto una delle modelle predilette di Degas, che amava ritrarre l’imperfezione e la varietà della vita moderna; in effetti non c’era niente di più lontano dalle perfette bamboline della pittura accademica di questa adolescente dinoccolata. Per pochi franchi a seduta quindi Marie iniziò a posare per ore nello studio di Degas, in balia di un pittore che era conosciuto per il suo cattivo carattere.  Le ultime tracce della giovane risalgono al 1882, quando fu espulsa dal corpo di ballo, forse per la cattiva reputazione. Non sappiamo cosa le successe. E’ certo che una delle sorelle si prostituisse, quindi è probabile che anche lei, quella ragazzina che ogni giorno viene ammirata col suo bel tutù da migliaia di spettatori, abbia fatto la stessa fine. E’ stata  forse una delle tristi storie di quella Parigi splendente e crudele, una città che non era tenera con i suoi abitanti più poveri. E’ strano, ma oggi quelle caratteristiche che resero Marie odiosa ai suoi contemporanei, sono le stesse che ce la fanno amare: la sua fragilità e la sua imperfezione, la sua invincibile dignità.

L’amore ai tempi dell’impressionismo

Altre modelle avevano un’origine più altolocata e un destino brillante davanti a loro. Édouard Manet (1832-1883), tipico flâneur parigino e inguaribile donnaiolo, amava ritrarre le donne d’ogni genere e classe sociale:Edouard Manet (1832-1883) dalla provocante Victorine Meurent sbucata dai bassifondi di Montmartre, all’esotica ballerina Lola de Valence. Tra tutte le donne di Manet ne emerge una in particolare, che lasciò un segno indelebile nella vita del pittore. Si trattava di una bellezza ombrosa, con un talento geniale per la pittura ed un paio di ardenti occhi scuri che colpivano ogni uomo che la incrociasse. E’ proprio dietro questo sguardo enigmatico che si nasconde una delle storie più interessanti dell’impressionismo. Berthe Morisot (1841-1895) ebbe la fortuna di aver come madre una donna progressista e illuminata. Lei e le sue due sorelle, pur appartenendo ad una ricca e nota famiglia alto borghese, furono spinte a studiare arte, invece che a stare a casa a far la maglia e cantare stornelli al pianoforte.

Discepola di Corot, un bel giorno la giovane Berthe fu presentata da un amico comune a Édouard Manet, che aveva sentito parlare del suo talento e della sua bellezza. Lui era un pittore chiacchierato con un’elegante look da dandy, lei era una giovane e promettente artista di buona famiglia, molto diversa dalle donne del suo stesso ambiente sociale; se non fu un colpo di fulmine, di certo scattò una sottile attrazione per entrambi, qualcosa che li avrebbe accompagnati per tutta la durata delle loro vite. Purtroppo Manet all’epoca era giù sposato con Suzanne Leenhoff (1829-1906), una signora paffuta e poco attraente che aveva saputo accalappiarlo qualche anno prima. Suzanne era stata la sua giovane insegnante di piano, assunta dai genitori di MBerthe Morisot (1841-1895)anet quando lui era solo un adolescente; un paio d’anni più tardi era già ragazza madre. Molti ritengono che quel bambino, avuto prima del loro matrimonio e ritratto più volte dal pittore, fosse proprio il figlio di Eduard Manet o addirittura del padre di lui, un noto libertino. Di tutti questi intrighi di casa Manet Berthe non sapeva molto, era solo certa che Eduard non l’avrebbe mai potuta sposare e non a caso non poté mai soffrire Suzanne, pur ostentando una cortesia di facciata. Manet sublimò il suo trasporto per Berthe sulla tela, ritraendola molte volte ed esaltandone il fascino misterioso; traspare da quei quadri qualcosa di elettrico ed irrisolto. Lei ne fu certamente innamorata e, quando all’orizzonte spuntò come nuova allieva e modella l’impetuosa pittrice Eva Gonzalès, Berthe faticò a nascondere la sua gelosia.

Mi porta continuamente come esempio quella M.lle Gonzalès; lei ha equilibrio, perseveranza, lei riesce a fare cose perfette mentre io non sono capace di fare le cose nel modo giusto.

Nel frattempo Berthe entrò a far parte del gruppo degli impressionisti, inizialmente l’unica, coraggiosa donna del gruppo. Nei suoi dipinti, che si possono oggi ammirare al Musée d’Orsay e al Marmottan-Monet, appariva spesso un mondo roseo e delicato, fatto di culle, bambini e mamme affettuose. Quel ruolo tradizionale che nella vita si rifiutava di assumere era lì, in bella evidenza sulle sue tele; la ribellione e la modernità stavano invece nella tecnica impressionista, particolarmente libera ed audace. Giunta a 34 anni senza essersi mai fidanzata, dopo aver rifiutato moltissime proposte di matrimonio, l’inquieta Berthe decise infine di sposarsi, così come la società e la sua famiglia la spingevano a fare. La sua scelta fu “dettata dalla ragione”, lo scrisse lei stessa in una lettera alla sorella Edma. Certamente il marito non fu scelto a caso: Berthe si fidanzò proprio con Eugène, il fratello minore di Manet,  e non ci vuole certo Freud per capire che fu un ripiego. In fondo si legò all’uomo che più assomigliava a quello dei suoi sogni. Sembra che Édouard stesso abbia voluto quest’unione, forse per legare la Morisot a sé per sempre.

I due (non più) giovani sposi ebbero un matrimonio tranquillo ed una bambina bellissima, Julie, anche se ogni tanto la Morisot soffrì di episodi depressivi. Quando Manet morì di sifilide a soli 51 anni, per lei fu un duro colpo. Scrisse in quell’occasione alla sorella, cercando di mantenere il tono dell’amica addolorata, anziché quello di una donna che aveva perso l’amore della sua vita:

Un’antica amicizia mi legava a lui, e legava i suoi pensieri ai miei ricordi di gioventù, possedeva una simpatia straordinaria, uno spirito così vivo, così giovane che, meno di ogni altro, sembrava egli dovesse essere colpito dalla morte.

La loro era stata una di quelle storie ideali e perfette, in cui i sentimenti non si erano mai dovuti scontrare con la realtà. Solo nell’intimità dei loro sogni, infatti, Berthe ed Eduard si erano amati, mai nella vita vera. Anche un altra coppia di impressionisti rischiò di finire insieme: si trattava di Mary Cassat (1844-1926) ed Edgar Degas.  I due artisti avevano molto in comune: stesso background famigliare (anche se la ricchezza ed il potere dei Degas ad un certo punto declinarono), una grande dedizione al lavoro ed ai propri cari. Non si trattò di una passione rovente, piuttosto di stima reciproca e affetto fraterno, cose che all’epoca potevano benissimo fruttare un matrimonio. L’indole solitaria di lui infine prevalse, perché, come confidò ad un amico:

Avrei potuto sposarla, ma non avrei mai potuto fare l’amore con lei.

Non mi è del tutto chiara la questione del famoso carattere “terribile” di Degas e della sua vocazione alla vita da scapolo. Forse la sua irascibilità, tramandata ai posteri come una leggenda, derivò alla sua condizione, perché in quella società puritana e conformista Edgar Degas non ha mai potuto essere sé stesso fino in fondo…

Lo scandalo dell’Origine du monde

Ma ora lasciamo la sfera dell’amore ideale e torniamo coi piedi per terra. C’è un angolo del museo in cui inevitabilmente, scattano i gridolini e le gomitate da parte dei visitatori. E’ inutile, davanti a L’Origine du Monde di Gustave Courbet (1819-1877) non si può restare indifferenti! Cosa ci fa l’apparato genitale femminile appeso alla parete di un museo elegante come questo? La storia di questo quadro è complessa e ricca di mistero. Il suo autore, grande pittore realista, era un vero rivoluzionario, tanto che se ne andò in galera per aver distrutto la colonna Vendôme durante le insurrezioni della Comune di Parigi. Courbet aveva già scandalizzato i benpensanti con alcuni dipinti di tema saffico, quando nell’estate del 1866 eseguì questo piccolo olio che ritraeva una nudità femminile. Ciò che mette ancora oggi un certo disagio in chi guarda è la rappresentazione veritiera e ravvicinata; non sono dipinti la testa, le braccia o tutte le gambe, c’è solo un primo piano di quella parte anatomica femminile che, nella Parigi dell’800’, veniva soprannominata volgarmente “Le vase”.

L’acquirente che ne entrò in possesso era un ricco diplomatico turco, un certo Khalil-Bey (1831-1879) che giunse a Parigi per sperperare la sua fortuna tra donnine allegre e gioco d’azzardo. Non si sa se il quadro fu commissionato da Khalil o se fu l’artista ad idearlo; sappiamo solo che il turco lo appese nella sua lussuosa sala da bagno, sopra ad una gigantesca vasca di marmo rosa. L’impudica visione era protetta da una tendina verde, che veniva scostata in occasione di visite di ospiti altolocati con tendenze voyeuristiche.

Più tardi, il quadro fu venduto insieme al resto della collezione di Khalil-Bey, che ormai era sul lastrico e sfinito dalla sifilide, una malattia evidentemente di gran moda a quell’epoca. L’Origine du monde passò di mano in mano e per molto tempo fu coperta da un sistema a doppio telaio chiuso a chiave; sopra al dipinto dello scandalo c’era un’altra tela, sempre dipinta da Courbet, che ritraeva Il castello di Blonay in un paesaggio innevato. Le vicissitudini del quadro nei decenni successivi furono travolgenti e movimentate. Dopo essere sfuggito ai nazisti, il dipinto passò nel 1945 ai sovietici. Con la fine del conflitto la tela ritornò alla collezione del precedente proprietario, il barone ungherese Ferenc Hatvany (1881-1958). Gustave Courbet (1819-1877)Nel 1955 l’opera fu battuta all’asta per una cifra esorbitante, pagata dal famoso psicanalista Jacques Lacan (1901-1981). Sua moglie, Sylvia Bataille (attrice e musa di del regista Jean Renoir, figlio del famoso pittore), fece ricoprire il quadro con un opera del surrealista Masson “perché la servitù e i vicini non avrebbero capito”. Nel 1995 l’opera entrò nelle collezioni del Museo d’Orsay, dopo che il Ministero delle Finanze francesi si aggiudicò l’opera come conguaglio della tassa di successione della famiglia. Si è discusso per anni sull’identità della modella. Furono trovate parecchie fotografie di nudi simili nello studio di Courbet alla sua morte, che quindi potrebbe aver preso ispirazione dal nuovo mezzo artistico. Molti invece pensarono ad una donna reale, cioè a Joanna Hiffernan (1843-1903), la compagna e musa del pittore statunitense James Abbott McNeill Whistler. La focosa signorina, che nella sua chioma rossa palesava le sue origini irlandesi, per un po’ fu la modella/amante anche di Courbet ed un recente ritrovamento confermerebbe la tesi che si trattasse proprio di lei nel dipinto dell’Origine. Un lacerto con il ritratto della sua testa infatti combacerebbe perfettamente con il resto del corpo raffigurato nel quadro. Chissà. Intanto il dipinto continua, nonostante tutto, a turbare lo sguardo dello spettatore…. anche se l’effetto non è più quello sconvolgente e peccaminoso di un paio di secoli fa.

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