Come Frida Kahlo ci insegnò ad essere donne. La collezione Gelman a Bologna

La grande star

Quando si esce dalla mostra bolognese La Collezione Gelman: Arte messicana del XX secolo”, il cuore batte a ritmo accelerato, una malinconia struggente ci pervade, così come il desiderio indossare gonne ampie ed avvolgenti e di ricoprirci di gioielli etnici.

E’ l’effetto-Frida, che colpisce noi esponenti del gentil sesso. Davanti a lei, è inutile cercare di darsi un contegno e collocare tutto sul piano dell’arte, separando la produzione pittorica dalla vicenda biografica, così come l’immagine di icona femminista e fashion, da quella di pittrice.

Hanno il loro bel da fare i critici e gli storici dell’arte: oggi quello che attira migliaia di visitatori (e soprattutto di visitatrici) alle mostre di Frida Kahlo (Coyoacán, 6 luglio 1907 – Coyoacán, 13 luglio 1954), è lei in persona, la prima donna, quella che da una quindicina d’anni, anche grazie al bellissimo film del 2002 di Julie Taymor, è non solo è stata riscoperta, ma è divenuta una star planetaria, tra Che Guevara, Madonna e Jackie Kennedy. Si, perché con Frida si parla non solo di arte in senso stretto, ma anche del suo dramma personale, di rivoluzione, di trasgressione e di stile.

Condensata in quella minuta personcina, dai tratti a un tempo gentili e forti, c’era una personalità talmente carismatica da travalicare il tempo e lo spazio; tra le sale della mostra sembra quasi di veder svolazzare ancora le ruote di quelle gonne o le lunghe frange degli scialli. La presenza scenica è tale da suscitare un legittimo dubbio: icona pop ante-litteram che ha saputo vendersi con un abilità straordinaria, o donna autentica che è stata solo sé stessa, e fino in fondo? Personaggio o individuo? Fu entrambe le cose, un abile regista e una meravigliosa biografa di sé. Esorcizzava il dolore con l’arte: dipinti come specchi della sua anima tormentata, una continua e ossessiva rappresentazione del suo viso e del suo corpo. E come davanti ai quadri di Van Gogh, anche se attraverso tutt’altri mezzi, veniamo irrimediabilmente coinvolti per empatia.

La Collezione Gelman

Tuttavia, per essere giusti, va detto innanzitutto che alla mostra di Palazzo Albergati (19 novembre 2016 – 26 marzo 2017), organizzata da Arthemisia Group e INBA, si trova una magnifica carrellata di opere, e non solo della Kahlo. L’esposizione, curata da Gioia Mori, riguarda una delle più prestigiose collezioni di arte messicana del XX secolo, in grado di offrire uno spaccato del panorama artistico del paese tra il 1920 e il 1960; sono anni, quelli, di fermento e creatività, percorsi da tensioni rivoluzionarie, in cui emergono i nomi di David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo, Rufino Tamayo e Angel Zarraga.

La collezione nasce un po’ per caso. Era il 1939 quando scoccò il colpo di fulmine a Città del Messico tra il produttore cinematografico Jacques Gelman e l’algida Natasha Zahalkaha. I due avevano molto in comune: immigrati dell’Europa orientale, erano entrambi dotati un ottimo gusto per l’arte. Nel 1941 fu celebrato il loro matrimonio e ad un paio d’anni più tardi risale il primo quadro commissionato da Jacques a Diego Rivera (Guanajuato, 8 dicembre 1886 – Città del Messico, 24 novembre 1957), un ritratto della moglie. Iniziò così un rapporto d’amicizia con la coppia Rivera-Kahlo, e insieme una nuova, stimolante impresa per i Gelman: l’avventura del collezionismo d’arte. Oggi quel ritratto è appeso in una delle prime sale della mostra bolognese, in muto dialogo con quello realizzato da Frida, che volle cimentarsi sullo stesso soggetto.

I risultati non potrebbero essere più diversi. Il dipinto di Rivera sembra una scintillante cartolina Hollywoodiana, un inno al sex-appeal più classico e forse un po’ scontato: capello lungo e morbido, abito fasciante e scollatura audace.

Al contrario, il ritratto della Kahlo mette in evidenza le caratteristiche psicologiche del soggetto e una certa complessità; altro che femme fatale, la Natasha uscita dal pennello di Frida ha quasi l’aria di una suocera inacidita! Quello della coppia Rivera-Kahlo è un approccio alla femminilità dai poli opposti, indizio rivelatore del debole di Diego per le donne e, ahimè, l’eterno cruccio di Frida, legata al classico macho latino, traditore seriale.

La coppia latina del secolo

La travolgente storia d’amore di Frida e Diego, l’elefante e la colomba, fatta di schermaglie, dolorose separazioni ed appassionate riappacificazioni, non smette di attirare i fans. E in effetti la curatrice della mostra lo sa bene e, in quest’ottica, spinge tutti i tasti giusti. Infatti, non appena varcata la soglia di Palazzo Albergati, ad accogliere il visitatore è un documentario prodotto da Sky arte, in cui si narra l’amore tra i due artisti, con la dovuta enfasi. Poi, ci sono le fotografie: da quelle di famiglia in cui appare la giovane Frida, lo sguardo consapevole e determinato, il carisma già in essere, fino agli ultimi scatti, dove un disperato Diego Rivera osserva il corpo immobile della sua amata compagna, finalmente arreso al dolore, disteso inerme nella bara.

Nelle varie sale si ripercorre il loro racconto, un intreccio di passione, arte e vita. Un’intera sezione è dedicata agli ideali della Rivoluzione messicana ed all’ impegno politico della coppia; il fervore comunista, però, non impedì ai due artisti di soggiornare in America, “Gringolandia” e di lavorarci, oltretutto con una certa soddisfazione. I colori delle pareti evidentemente sono stati scelti sia per il contrasto complementare con quelli dei dipinti, che per suggerire un’atmosfera, quella della casa di Frida a Coyoacán, nei pressi di Città del Messico. Ecco allora l’intensità avvolgente del blu, del rosso o del verde, gli stessi colori di cui Frida amò circondarsi in vita, nella sua casa e nei suoi vestiti; tonalità appassionate e ferventi come il suo carattere. Tra i quadri di Rivera cattura l’interesse il ritratto di Christina Kahlo, sorella di Frida, eseguito nell’anno in cui i due ebbero un relazione. Frattura all’apparenza insanabile, per Frida fu un colpo durissimo; il divorzio sembrò l’unica strada possibile.

In primo luogo è una sofferenza doppia , se così posso dire. Voi più di chiunque altro sapete che cosa Diego significhi per me, in tutti i sensi, e d’altra parte lei era la sorella che ho amato di più e che ho cercato di aiutare il più possibile..

Città del Messico, ottobre 1934

Ma poi il destino li volle rivedere insieme, suggellando la rinnovata unione con un secondo matrimonio, celebrato nel 1940 a San Francisco. Lei d’altro canto si prendeva le sue rivincite, attraverso una sessualità disinibita, senza barriere di alcun genere. E così nella lista dei suoi numerosi amanti finirono il rivoluzionario russo Trotskij, il fotografo Nickolas Muray e probabilmente anche la militante comunista e fotografa Tina Modotti.

L’arte come espressione di sé

E’ evidente, nonostante la vicinanza affettiva, la differenza artistica. Mentre Rivera tratta tematiche di ampio respiro sociale, coi suoi imponenti murales e i dipinti allegorici, la Kahlo veicola attraverso l’arte i suoi sentimenti più intimi. Dietro ai dipinti di Frida c’è sempre lei: si mostra completamente scoperta, senza bugie e senza trucchi. Dalle sue opere emerge il dramma di una vita segnata dal dolore, fisico e mentale: l’incidente sull’autobus da adolescente, che le provocò l’infermità e una serie infinita di operazioni, i continui tradimenti di Diego, i numerosi aborti.

E’ diretta, Frida, spesso in modo fastidioso; i soggetti sono il suo mantra contro la sfortuna, la sua auto-terapia. Non sarebbe giusto, però, separarla dal tempo in cui visse. Nel suo stile confluirono, oltre all’eredità messicana – la precolombiana e quella popolare degli ex-voto, fino ai grandi muralisti a lei contemporanei- le correnti d’avanguardia europee. C’è il surrealismo di Breton, ci sono i collage di Picasso, c’è, spostandoci più indietro ne tempo, il naïf del Doganiere Rousseau. Infine ci sono le delicate sfumature del Realismo magico, quella tendenza a descrivere il mondo nei suoi particolari fino a oltrepassare la realtà stessa, verso una dimensione d’incantesimo e di sogno, piena di mistero.

Lo stile infantile e simbolico si fa poesia nel pennello di Frida, quando si ritrae come la figura di un collage seduta sul letto accanto ad un bambolotto, simbolo non troppo velato del suo rapporto ambivalente con la maternità (Autoritratto seduta sul letto o Io e la mia bambola, 1937). E’ evidente come l’artista accolga le influenze esterne, immergendole senza pudore nel suo grembo, nella zona più privata e sconvolgente dell’io. Quello che riemerge, infine, è qualcosa di diverso, unico. Ciò che colpisce noi donne – perché siamo noi le prime e inguaribili vittime del fascino della Kahlo – è l’espressione violenta e immediata del suo dolore, di quella femminilità intensa e travagliata. E, allo stesso tempo, traspare un grande coraggio nell’affrontare la complessità dell’esistenza: qualcosa in cui vorremmo decisamente riconoscerci. E così Frida ci conquista, quadro dopo quadro, svelandoci sempre nuovi lati di sé.

Icona di stile

Tra i vari aspetti della pittrice, quello del look fu fin dai suoi tempi, quello più osservato, chiacchierato ed imitato, non sempre con risultati eccelsi. Lei ne era consapevole, e ne scrive durante il suo soggiorno in America, o come diceva lei, a “Gringolandia”:

Sono pazza come sempre e mi sono già abituata a questo vestito del tempo che fu, e alcune gringas addirittura mi imitano e vogliono vestirsi da “messicane”, ma queste poveracce sembrano rape, e a dire il vero hanno l’aria di fenomeni da baraccone.

New York, novembre 1933

Per Frida l’abbigliamento era un modo di esprimersi, tanto quanto dipingere. Con esso rivendicava la sua identità messicana e popolare contro l’oppressore straniero, i Conquistadores spagnoli prima, le multinazionali americane più tardi. Dall’altro canto c’era anche la voglia di distinguersi e di mascherare i propri difetti: le bluse e le gonne nascondevano i busti e gli altri supporti ortopedici che era costretta ad indossare.

Poi c’era, a ricoprire la sua snella figura, la cascata di gioielli meticci, come lei, che era per metà tedesca e per metà messicana: sul suo corpo brillavano amuleti indiani, messicani o cristiani. L’eredità di questo stile favoloso è messa in evidenza nella mostra, che ancora una volta strizza l’occhio a noi donne con una serie di bellissimi abiti, ispirati allo stile-Kahlo, di Valentino, Antonio Marras e Christian Lacroix; sono la vivida testimonianza della sua influenza sulla moda americana ed europea, che iniziò con una copertina di Vogue nel 1937  e, successivamente, con la “Robe Madame Riviera” disegnata da Elsa Schiaparelli. Sulle stoffe sbocciano i ricami dei fiori messicani, i colori sono sgargianti, le forme si fanno maestose; tuttavia, quei manichini infondo non hanno anima e quegli abiti, pur meravigliosi, si perdono di fronte alle fotografie di Frida, soprattutto da quelle scattate dal Nickolas Muray.

La Santa Muerte

A aggiungere un ulteriore nota di teatro, in mostra si trova anche la ricostruzione del letto della pittrice, con lo specchio sul soffitto e tanto di scheletro della Santa Muerte, icona nazionale e simbolo privato di morte e rinascita per la Kahlo. Il giaciglio ricorda i lunghi e ripetuti periodi di convalescenza dopo l’incidente del 1925, quando l’infermità improvvisa la costrinse ad abbandonare gli studi di medicina e a decidersi a fare la pittrice.

Fu allora che Frida prese in mano il pennello per la prima volta e, guardandosi allo specchio, iniziò a disegnare i tratti di quel volto, che sarebbe stato il suo soggetto preferito per il resto della vita. Il suo rapporto con la malattia, l’anatomia e la medicina vengono esplorati in un’intera sezione della mostra, dove appaiono alcune litografie piuttosto crude sul tema dell’aborto.

Le due Frida

La visita si chiude con le note calde e malinconiche di Violetta Parra, che canta “Gracias a la vida”, accompagnandoci nell’ultimo ambiente della mostra. Qui è appeso uno degli autoritratti più famosi di Frida Kahlo, “Autoritratto come Tehuana” o “Diego nei miei pensieri” (1943), in cui la pittrice indossa l’abito tradizionale dei giorni di festa, con la grazia maestosa di un’antica icona. Sulla sua fronte vediamo incastonato, come il terzo occhio, il volto di Diego Rivera: sua ossessione, suo amore, suo tormento. Quella che ci fissa è una vestale pronta ad immolarsi o una sacerdotessa che ha intrappolato nella sua tela la vittima predestinata del suo sacrificio? Il mistero di Frida è tutto lì, in quella domanda che ci poniamo, in quella dualità; la prima Frida, la protagonista fiera e indomabile della propria individualità, abile regista della sua fama, e l’altra, la vittima sacrificale, prima di un grave incidente, poi di un uomo infedele fino alla nausea. Dietro tutte queste domande, c’è lei, lei che ancora si nasconde ai nostri occhi curiosi e affamati che non smettono di cercarla.

E noi, donne del XXI secolo che usciamo dalla mostra, abbandonando quei quadri intensi e ricchi d’atmosfera, ci domandiamo se mai riusciremo ad essere come Frida: una creatura forte e appassionata, che, nonostante tutto, ha mostrato sempre un grande amore per la vita e un’indomabile energia creativa. Una donna bellissima nella sua unicità. Forse poche di noi saranno alla sua altezza quanto a personalità, ma, almeno, possiamo provare a credere più in noi stesse, e magari ad imitare il suo stile…se non altro con qualche (piccolo) tocco nel look!

La collezione Gelman: Arte messicana del XX secolo

19 novembre 2016-26 marzo 2017

Palazzo Albergati

Via Saragozza, 28-Bologna Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00

Biglietto: 14, euro intero -12,00 ridotto ( audioguida inclusa)

www.palazzoalbergati.com

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