A Cracovia, sulle tracce di Schindler’s List

Volse lo sguardo verso la bambina tutta in rosso. Stavano facendo quel massacro a poche decine di metri da lei […]Finalmente Schindler scese da cavallo, inciampò e si trovò in ginocchio, aggrappato al tronco di un pino. Doveva assolutamente reprimere la voglia impellente di vomitare 

Una storia da raccontare

Tutto era iniziato per caso.

1980. Los Angeles. In un mattino di sole lo scrittore australiano Thomas Keneally, di passaggio in città, entra in una valigeria di Beverly Hills. Tra gli scaffali traboccanti di borse realizzate con pelli italiane, Keneally incontra il proprietario del negozio, un ometto loquace che insiste nel volergli raccontare una storia. Non è la prima volta che Leopold “Poldek” Pfefferberg parla della vicenda di Oskar Schindler (Svitavy, 1908 – Hildesheim, 1974) e dei “suoi” ebrei. A spingerlo è la riconoscenza: era stato proprio l’imprenditore tedesco, infatti, a salvarlo dai nazisti quasi quarant’anni prima.Una fotografia di Okar Shindler, durante la guerra Lo aveva assunto nella sua fabbrica di oggetti smaltati a Cracovia e aveva provveduto alla sua sopravvivenza e a quella degli altri lavoratori ebrei per tutto il periodo della guerra. Lo Schindler che emerge da quei racconti, non è il classico eroe da romanzo, piuttosto un affascinante dongiovanni, forte bevitore e bon vivant. Sposato molto giovane con la figlia di un facoltoso agricoltore, aveva un’idea elastica della fedeltà matrimoniale che gli permetteva di avere molte amanti, senza neanche sforzarsi di nasconderlo. Circondato di donne e ammirato dagli uomini, il suo carisma naturale gli fruttava il privilegio di una vita facile e molto gradevole.

Aveva l’aspetto attraente e lustro dei divi del cinema come George Sanders e Curd Jurgens, a cui la gente lo paragonava immancabilmente. La giacca e i calzoni da cavallerizzo erano confezionati su misura e gli stivali erano lucidati a specchio. Aveva l’aria di un uomo sommerso dal benessere.

Se l’affascinante Herr Schindler all’apparenza era molto lontano dallo stereotipo dell’uomo virtuoso, nelle azioni concrete dimostrò di esserlo. Certo inizialmente la manodopera ebrea per la sua fabbrica era stata una scelta economica e vantaggiosa, ma le cose cambiarono in fretta. Schindler introdusse cibo e generi di conforto per i dipendenti, facendoli vivere in condizioni privilegiate rispetto agli altri.

Apparentemente non si rendeva conto che il Polonia, quell’estate del 1943, era uno dei più importanti fornitori illegali di cibo ai prigionieri e che lo spettro funesto della fame [..] non era presente in via Lipowa in un modo pericolosamente evidente.

Nel 1944, quando i nazisti decisero la chiusura del campo di concentramento di Cracovia per trasferire tutti gli ebrei che qui erano stati radunati ad Auschwitz, Schindler riuscì a salvare una parte di loro; portò oltre un migliaio di lavoratori, assunti come “operai specializzati”, in una fabbrica a Brunnlitz in Cecoslovacchia, sottocampo del complesso di Gross-Rosen. Lì sarebbero stati al sicuro, pensava a ragione Schindler. La lista, che dà il nome prima romanzo e poi al film, si compone dei nomi di quegli ebrei che ebbero salva la vita.

La lista viene ricordata, con un’intensità avvolgente, come un bene assoluto, come l’unica fonte di vita. Al di là dei suoi limiti ristretti, il baratro.

Schindler aveva barattato coi nazisti le sue fortune, accumulate durante la guerra attraverso mezzi non proprio trasparenti, scambiandole con le vite umane; così facendo, aveva rischiato la prigione (in effetti fu arrestato 3 volte) o la condanna a morte che spettava a chi aiutasse gli ebrei. Infine, dilapidò tutto il suo denaro per la causa: si rovinò e per il resto della vita avrà problemi economici.

Il romanzo

A questo punto si capisce bene perché Pfefferberg si sia ripromesso di rendere pubblica la sua storia; con Keanelly, centra finalmente il bersaglio. Comincia allora il lavoro di ricerca, con le interviste ad una cinquantina di persone salvate da Schindler ed gli amici e conoscenti ancora in vita, fino al viaggio in Polonia, nei luoghi dove si svolse la vicenda.La lista di Shindler, romanzo di T. Keneally, 1982 Nel 1982 viene finalmente dato alle stampe il romanzo che procurerà al suo autore il Booker Prize. Tuttavia oggi, quando si parla di Schindler’s List, si pensa subito al famoso film di Spielberg (1993), capolavoro vincitore di 7 oscar, che ha indubbiamente oscurato il romanzo da cui è tratto. La versione cinematografica è fedele al testo, anche se nel romanzo si racconta qualcosa in più della gioventù di Schindler e dell’epilogo finale, gli eventi seguiti alla sua fuga con la moglie Emilie nel dopoguerra.

Keneally mette in luce un interessante parallelo tra Oskar Schindler e Amon Goeth, Ralph Fiennes nei panni di Amon Goeth, Shindler's listquasi come due facce della stessa medaglia. Stessa età e nazionalità (tedeschi dell’Impero Austro-Ungarico, uno nato in Moravia, l’altro a Vienna), stesse origini borghesi e stessa istruzione, oltre ad un aspetto piacevole (almeno all’inizio per Goeth, che poi ingrasserà fino a raggiungere i 120 kg); anche l’amore per il denaro e una certa scaltrezza nell’accumularlo erano comuni ad entrambi:

Per uomini come Goeth e Oskar, la parola “gratitudine”non aveva un significato astratto. Gratitudine voleva dire denaro, liquori e diamanti.

Man mano che davanti a Schindler si palesarono le atrocità naziste, lui saprà sfruttare i cordiali rapporti con Goeth per aiutare gli ebrei. Ma dietro al sorriso compiacente dell’imprenditore, si nascondeva il disgusto.

Da sempre sedersi con Amon era una cosa che lo disturbava profondamente. Eppure il disgusto provato da Herr Schindler era stimolante, una sensazione antica ed esultante di ripugnanza, del tipo di quella che, nella pittura medievale, i giusti mostrano per i dannati.

Con un inizio simile, le vite di Goeth e Schindler non poterono avere esiti più diversi: il primo fu giustiziato per crimini di guerra nel 1946 e il suo ultimo gesto sul patibolo fu il saluto nazista; il secondo, molti anni dopo quegli eventi, fu dichiarato “Persona Retta“, particolare titolo onorifico in Israele, e fu invitato a piantare un albero nel Viale dei Giusti. Oggi è seppellito, per sua volontà testamentaria, nel cimitero cattolico di Gerusalemme.

Cracovia

I luoghi della Lista di Schindler si trovano in Polonia, per la maggior parte a Cracovia, una città dalla bellezza maestosa che per secoli fu la capitale del paese.

Egli era solito lasciare il suo lussuoso appartamento di via Straszewskiego, passare oltre la mole calcarea del castello di Wavel, piantata nel cuore della città come un tappo in una bottiglia, percorrere Kazimierz, attraversare il ponte Kosciuszko e girare a sinistra verso la sua fabbbrica di Zablocie.

Sia nel libro che nel film si fa riferimento a diverse zone della Città Vecchia, come la Basilica si Santa Maria, centro nevralgico degli scambi del mercato nero durante la guerra; ancora, si cita la collina di Wavel, dove, nel castello, risiedeva il nazista Hans Frank, governatore della Polonia.

Kazimierz

 Kazimierz, fondata alla periferia meridionale di Cracovia da Re Casimiro nel 300′, era stato per secoli un florido centro a sé stante, col suo un municipio e le sue leggi. All’epoca della guerra era abitato, sul lato orientale, da una folta comunità ebrea, che poi fu costretta a rinchiudersi nel ghetto nel 1941. Prima di questo, aveva dovuto sopportare altri gravi oltraggi.

..le SS condussero una guerra economica, di porta in porta, nelle vie Jacoba, Isaka e Josefa. Irruppero negli appartamenti, svuotarono i guardaroba, fecero saltare le serrature delle scrivanie e dei cassettoni, strapparono gli oggetti di valore dalle dita, dal collo e dal taschino. A una ragazza che non voleva consegnare la pelliccia, ruppero le braccia

Oggi Kazimierz è un  quartiere vivace, con botteghe kasher e una spiccata vocazione artistica; l’antico cimitero ebraico di Remuth e le sinagoghe sono i luoghi da visitare per ripercorrere la storia.

In particolare la Vecchia Sinagoga, in ulica Szeroka, che oggi ospita il museo ebraico dopo un impegnativo restauro, fu teatro di una vicenda drammatica descritta da Keneally: radunati tra le sue mura ebrei ortodossi e liberali, le SS li costrinsero a sputare sulla Torah, il testo sacro della religione ebraica. Molti si arresero alla minaccia, ma al primo secco rifiuto i nazisti iniziarono a sparare, dando poi alle fiamme il luogo di culto ebraico più antico del paese.

Podgórze, il ghetto

Per due settimane gli ebrei spinsero i loro carretti attraverso Kazimierz e sul ponte che conduceva a Podgórze. [..] Una folla di polacchi radunata lungo le vie Stradom e Starovislna schernendoli lanciava contro di loro zolle di fango. “Gli ebrei se ne vanno, gli ebrei se ne vanno!”

Il 3 marzo 1941 a Cracovia è ufficialmente creato il ghetto nel quartiere di Podgórze, dove le famiglie ebree furono stipate come sardine: oltre 15.000 ebrei in uno spazio che offriva circa 3.000 stanze. Oggi è un semplice quartiere operaio, poco notevole se non per il ruolo ricoperto nell’ultima guerra.

Lungo tutto il fronte del ghetto prospiciente il fiume erano stati tesi dei recinti di filo spinato e gli spazi aperti erano stati riempiti con dei lastroni di cemento con la cima arrotondata, alti circa tre metri, simili a tante lapidi anonime.

In effetti a guardarlo ancora oggi, il resto del muro del ghetto situato in ulica Lwowska, dà l’idea di tante lapidi, grigie, accostate l’una all’altra e il senso di oppressione che suscita è molto forte.

Se all’inizio fu un evento traumatico abbandonare le proprie case, in seguito molti ebrei riuscirono a trovare un lato positivo, apprezzando la relativa tranquillità e condividendo una vita comune, così come già aveva fatto in passato la loro stirpe.

Un ghetto comportava degli aspetti squallidi, case sovraffollate, bagni in comune, litigi per lo spazio su cui stendere i panni. Ma allo stesso tempo consacrava gli ebrei alla loro particolarità, a una ricchezza di cultura condivisa, ai canti e alle conversazioni sul sionismo da scambiarsi gomito a gomito nei caffè

Con la liquidazione del ghetto il 13 e il 14 marzo 1943, molti ebrei furono falciati sul posto dalle SS, altri deportati al Campo di Płaszów o ad Auschwitz. Plac Bohaterov Getta, Piazza degli Eroi del ghetto, era il luogo fatale in cui avvenivano le selezioni tra chi poteva restare e chi doveva partire per i campi; oggi ospita il Monumento ai deportati, 70 semplici sedie vuote, che suggeriscono l’idea di assenza. Keneally descrive lo sconvolgimento profondo di Shindler nell’assistere a quel massacro febbrile: un evento che segnerà le sue decisioni future.

Da non perdere all’angolo meridionale della piazza la Farmacia sotto l’Aquila, oggi un museo, dove il coraggioso farmacista cattolico Tadeusz Pankiewicz si prodigava per gli ebrei assistendoli con cure e medicinali e smistando messaggi per le organizzazioni ebree di combattimento.

Campo di concentramento di Płaszów

Il campo di lavoro di Płaszów fu istituito alla fine del 1942 sull’area di due cimiteri ebraici, situati rispettivamente in via Abrahama e in via Jerozolimska a Podgórze; si trasformò presto in campo di sterminio. E’ qui che imperversava la funesta figura di Amon Goeth, comandante del campo.

Oskar considerava  Goeth alla stessa stregua di un boia che andava a svolgere il suo lavoro con la stessa calma con cui un impiegato andava in ufficio.

Molte delle scene più drammatiche descritte nel libro e nel film ebbero luogo tra queste zolle d’erba, anche se Spielberg, in realtà, ha ricostruito il campo altrove, nelle immediate vicinanze.

Non resta quasi più nulla del campo,  se non un vasto terreno collinoso ed incolto, oggi riserva naturale, mentre una parte è stata riconvertita ad uso residenziale; è possibile però visitare il monumento alle vittime del nazionalsocialismo. Inoltre, sono ancora in piedi un paio di sinistri edifici: la casa grigia in ulica Jerozolimska 3, un tempo occupata dalle SS, e l’abitazione di Amon Goeth, in ulica Wiktora Heltmana 22.

In maniche di camicia, calzoni da cavallerizzo e stivali che l’attendente aveva tirato a lucido, Amon compariva sui gradini  della sua villa[..] nei primi giorni di vita del campo comparve dunque sulla porta di casa e sparò  un prigioniero che sembrava non spingesse con abbastanza forza un carretto carico di calcare.

La fabbrica di Schindler

In via Lipowa 4 si trova la tappa più emozionante di tutto il percorso: la Fabbrica di Schindler, oggi divenuta un museo. Come una bolla di pace in mezzo alle atrocità di Cracovia, tra queste mura per qualche ora i lavoratori si sentivano dei privilegiati: niente percosse, niente uccisioni, solo un lavoro semplice e tranquillo ed una minestra calda per il pasto.

Shindler teneva lontani gli ufficiali e i soldati tedeschi, riempiendoli di liquori e brillanti, fingendo, sempre più difficilmente, di stare dalla loro parte.

L’edificio, costruito nello stile di Walter Gropius, non era poi così brutto. C’erano una gran quantità di vetri e di luce e l’ingresso, secondo la moda, era rivestito di mattoni a vista.

All’interno dell’edificio non troverete molto della fabbrica, né una celebrazione del “personaggio” Schindler, bensì un’ esibizione permanente sulla Cracovia sotto l’occupazione nazista 1939-1945: un viaggio indietro nel tempo e dentro la tragedia in cui, fotografie, stampe, installazioni multimediali e ricostruzioni di ambienti ricreano l’atmosfera di un’intera epoca. Si comincia dallo studio di un fotografo, in cui le immagini originali della popolazione prima della guerra, ignara del futuro nefasto che l’attende, ci raccontano di una città vivace e serena: i matrimoni, le gite estive al fiume, i caffè. Volti giovani e felici che stanno per affrontare ciò che nessuno dovrebbe mai.

Poi l’ombra del nazismo che si allunga tetra su Cracovia nel 39′: ecco il tram che fu riservato ai tedeschi occupanti, ecco le immagini infamanti sparse per la città a denigrare gli ebrei. Più avanti si spia nelle affollate stanze del ghetto; è commovente gettare lo sguardo su alcune lettere originali in esposizione, che furono lanciate oltre il muro dagli ebrei.

Le fotografie rimangono forse la cosa che turba di più il visitatore, perché ritraggono un mondo in cui, evidentemente, la vita umana non vale più nulla; almeno, quella degli ebrei.

I curatori della mostra hanno ricostruito l’ufficio di Schindler e della sua segretaria, tuttavia l’unica parte originale sembra essere la cartina geografica dell’Europa, appesa alle spalle della scrivania del Herr Direktor. Una enorme scatola di plexiglas ospita centinaia di pentole e altro vasellame, prodotti dagli operai della fabbrica.

Auschwitz

Durante il trasporto verso Brunnlitz, il convoglio con le donne della fabbrica di Shindler fu fatto fermare ad Auschwitz e le operaie rischiarono di essere uccise col gas. Molte di loro si trovarono faccia a faccia con quelli che sarebbero passati alla storia come i più spietati mostri del nazismo:

Il giovane Mengele dai capelli d’argento si avvicinò e le chiese sottovoce quanti anni avesse la sua figlioletta, colpendola subito dopo con un pugno perché aveva mentito.

Fortunatamente furono fatte ripartire dopo qualche settimana, grazie alla faticosa (e costosa) opera di convincimento di Schindler; viaggiarono ancora su uno di quei terribili carri bestiame, che le condusse, stremate ma al sicuro, nella nuova sede della fabbrica. Il campo di concentramento di Auschwitz, mantenuto ancora oggi per la maggior parte intatto, è a circa 40km a ovest di Cracovia. In questo luogo l’orrore e la tragedia aleggiano ancora tra i resti dei prigionieri: le loro valigie, i loro capelli, le fotografie che li ritraggono disumanizzati e svuotati come marionette.

La storia di Schindler e dei suoi ebrei si conclude poco dopo, con i russi che liberano i campi di prigionia in Polonia; lui non sarà più così brillante e scaltro come nel periodo della guerra e il suo progetto di vita come agricoltore in Argentina naufragherà, così come il suo matrimonio. Fosse vissuto più a lungo, avrebbe visto milioni di persone commuoversi sulle pagine di un libro e, più tardi, di un film che avrebbero portato il suo nome.

 

La lista di Schindler

Thomas Keneally

Sperling & Kupfer, 2013

 

Itinerario consigliato

Centro di Cracovia: la Città Vecchia, con la Piazza del mercato e la Basilica di Santa Maria, e Wavel.

Kazimierz: zona sud, dietro la collina di Wavel, raggiungibile a piedi dalla Città Vecchia

Podgorze: dalla Città Vecchia si prende un qualsiasi tram lungo la via Starowislna e si attraversa il ponte. La prima fermata dopo il fiume è Piazza degli eroi del ghetto. Per proseguire fino alla fabbrica di Schindler si seguono i cartelli in direzione est in ulica Kačić, sotto la linea ferroviaria fino al museo in ulica Lipowa 4. Per vistare il campo di Plaslow si consiglia di acquistare uno dei tour proposti nelle agenzie turistiche della città, dato che il sito non è fornito di mappe.

Auschwitz: diversi tour organizzati partono dal centro di Cracovia per Auschwitz, nella località di Oświęcim in Alta Slesia. Per andarci in autonomia potete prendere un autobus, ne partono circa 11 al giorno e impiegano 1 h 30, lasciandovi direttamente nel parcheggio del memoriale; l’alternativa è il treno, 1 ogni ora, fermata Oświęcim, poi il bus diretto a sud per il campo.

 

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