Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch, Henry Miller

Vita nel paradiso terrestre

Con in testa il pensiero del mio viaggio negli USA, il coast to coast che mi porterà da NY alla California, ho iniziato ad interessarmi alle letture a tema, uno dei piaceri che preludono all’avventura vera e propria. Prima di tirare fuori dal cassetto il caro vecchio Kerouac, amico della mia adolescenza, ho allargato i miei orizzonti con un libro che non avevo mai letto, Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch (1957).

     Il romanzo, scritto da Henry Miller (New York, 1891 – Pacific Palisades, 1980), autore di opere celebri come Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno, parla di una delle zone più belle e incontaminate della costa californiana. La regione, ancora oggi scarsamente popolata, parte da Carmel-By-the Sea, a 200 km a sud di San Francisco, e si spinge verso la California meridionale, fino a San Simeon. Quando ho adocchiato il titolo del romanzo, nella sezione letture consigliate della mia Routard sulla California, mi ha subito colpito. Intrigante, vagamente misterioso, persino bizzarro, tanto quanto il dipinto di Bosch cui si riferisce. Fin dalle prime righe la scrittura di Miller mi ha coinvolta, trasportandomi tra i panorami maestosi di quel tratto di costa americana spazzato dai venti, dove s’incontrano i monti di Santa Lucia, i boschi di sequoie e l’oceano Pacifico. Un luogo selvaggio, su cui l’uomo ha messo piede solo da un paio di secoli e con molte difficoltà, rimanendo una presenza sparuta.

In altri, antichi tempi c’erano solo fantasmi. In principio, cioè. Se mai vi fu un principio. Fu sempre una costa selvaggia, rocciosa, desolata e impervia all’uomo dei marciapiedi

E’ in questo ambiente spettacolare e primitivo che l’autore va a vivere nel 1940, dopo gli intensi anni di Parigi. E’ già uno scrittore famoso, autore di romanzi autobiografici che hanno fatto scandalo. Le suo opere sono state pubblicate con successo in Europa, ma si diffondono di contrabbando anche nell’America puritana.

Miller dunque fa ritorno nel paese natio, ma sceglie di stabilirsi lontano dalla frenesia delle metropoli. Il suo è un ritorno alle origini, alla semplicità, tanto è vero che all’inizio va ad abitare in una capanna. Oltre alla solitudine, è la bellezza travolgente, quasi surreale, di quel luogo, che lo convince a stabilirsi lì.

Il sentimento che percorre tutto il romanzo, infatti, è quello di stupore e incanto di fronte alla natura: non è difficile pensare a Miller come ad uno di quei viandanti solitari dei dipinti di Caspar David Friedrich, soggiogati dalla grandiosità dei paesaggi che l’attorniano.

Alzandomi mi affacciavo alla porta della capanna, e posando gli occhi sulle colline vellutate, ondulate, mi pervadeva un senso di soddisfazione, un tal senso di gratitudine che istintivamente la mia mano si levava in un gesto benedicente. Grazie! Grazie a voi tutti! 

Già dalle prime righe, dunque, ci si immedesima nell’autore, fino al punto di trovarsi lì con lui, nell’immensità di quegli spazi lontani. Poi, ecco che Miller parte con una divagazione, seguita da un’altra, poi un’altra ancora..il racconto si fa più informale, il ritmo sincopato. Ciò può suscitare un certo disagio nel lettore, almeno all’inizio, tuttavia è proprio questa la cifra stilistica di Henry Miller.

Lo scrittore libera il pensiero, creando un genere particolare, tutto suo, dove si mescolano autobiografia, romanzo tradizionale, saggio filosofico. E’ dai tempi di Parigi e di Villa Seurat che ha imparato a lasciare andare la penna dove vuole, grazie anche all’influenza dei surrealisti. Il suo racconto, per la schiettezza e la forma discontinua, mi ha fatto pensare quasi alle chiacchiere di una serata tra amici: le bottiglie di vino sul tavolo tra i resti della cena, le luci soffuse, l’atmosfera gioviale, rilassata. In questa cornice ecco la voce di Miller che inizia a raccontare, saltando gioiosamente da un argomento all’altro. Geografia e storia, il senso della vita, i figli, qualche succoso aneddoto sui suoi stravaganti amici o sul suo passato di bohémien a Parigi… E davanti alle parole di questo commensale loquace, non resta che cedere: la sua personalità è seducente, così come il suo modo di vedere il mondo.

La sua scrittura è un fiume dal corso irregolare, che si fa a tratti impetuoso e spumeggiante e, in altri momenti, lento, pieno di magnificenza.

Benché giovane, geologicamente parlando, la terra ha un aspetto antico. Dalle profondità dell’oceano sorsero strane formazioni, dal profilo unico e seducente. Come se i titani dell’abisso avessero faticato per eoni a plasmare e a dar forma alla terra.

Poi, alla stregua di un’aquila californiana che si libra nei cieli, da altezze grandiose Miller plana d’improvviso verso il basso. Allora si avvicina ai personaggi che punteggiano come piccole ombre le colline del Big Sur: uomini, donne, bambini, ciascuno con una forte personalità.

Vivono sparsi nella regione, in abitazioni spartane o addirittura capanne, prive di un sistema fognario e delle altre più elementari comodità dell’epoca moderna. Gli abitanti del Big Sur si godono la solitudine e gli spazi sconfinati; è una vita austera e semplice, dura dal punto di vista pratico, ma ricca di ricompense spirituali.

Fuggite dalla civiltà del consumo e dello spreco, queste persone si sono stabilite qui per trovare la purezza di un nuovo mondo.

Quasi tutti sono giunti da lontano, di solito da una grande città. Ciò ha significato abbandonare un lavoro e un sistema di vita che era detestabile e intollerabile.

Il sistema di vita americano che si sono lasciati alle spalle è solo un’illusione; ha un prezzo altissimo da pagare e sembra spingere gli uomini gli uni contro gli altri. Al contrario, quel piccolo tratto di costa dalla bellezza incorruttibile diventa, per i suoi abitanti, anche una forma d’iniziazione, un modo diverso di concepire l’esistenza.

Ho la nettissima impressione che gli abitanti di questa regione si sforzino di condurre una vita che sia all’altezza della grandiosità e della nobiltà che fanno parte integrante del paesaggio.

Nella cornice di questo buen retiro, infatti, se c’è spazio per uno splendido isolamento, c’è anche quello per il reciproco aiuto; nella piccola comunità del Big Sur ciascuno si prodiga per gli altri in un’atmosfera solidale, pacifica e laboriosa. 

E così la vita per Miller scorre in avanti, tra i personaggi bizzarri che bussano alla sua porta, come i suoi numerosi ammiratori che inondano lo scrittore di regali e di domande, spesso senza risposta. Spezzano la quieta routine di un’esistenza ritirata, scandita di ritmi del Big Sur, che sono lenti e particolarmente impegnativi per l’uomo. L’unico collegamento col resto del mondo è quello di Jake, il postino: la spesa, i giornali, i libri, tutto quello che serve lo porta lui. Miller si deve arrampicare tre volte a settimana su di una scarpata, i giorni in cui arriva il furgoncino di Jake, e riportare tutte le provviste, con molta fatica, in casa. Poi ci sono le faccende da sbrigare, la legna da spaccare, i lumi a petrolio da riempire, il figlio che strilla da consolare… ma ci sono anche i momenti pieni d’ispirazione, in cui l’autore si dedica alla pittura, un’altra grande sua passione. Spesso le giornate filano via così, senza neanche il tempo di mettersi a scrivere. Poi vengono la notte e l’alba del giorno dopo.

Ma allora lo spettacolo è così bello che prima devo fare quattro passi. Non sono mai riuscito a mettermi subito al lavoro, di primo mattino, e mai a stomaco vuoto. Comunque la passeggiata è stata stupenda. Ho mille idee nuove, tutte brillanti, tutte straordinarie.

La meraviglia di una vita semplice, votata all’arte, a contatto con la natura più bella del pianeta. Beato Miller.

 

Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch

Henry Miller

2000, Mondadori

 

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