Malattie e nevrosi dei viaggiatori, da Jack London a Kerouac

Molte persone non viaggiano, e soprattutto non lo fanno da sole, per problemi legati alla salute. Sbagliano, perché la storia dimostra che con malattie più o meno gravi, si può benissimo viaggiare. Se generalmente si è portati a pensare che i grandi viaggiatori siano dotati di un fisico resistente e di una mente ferma, andando a verificare i fatti biografici si scopre che la realtà è molto diversa. Tra i più grandi esploratori, intellettuali giramondo e autori di romanzi d’avventura, troviamo persone afflitte da turbe mentali, che vanno dalla leggera tendenza alla malinconia ai casi più gravi di depressione e bipolarità. I problemi al fisico ugualmente non mancano: ad esempio la gotta, universalmente presente nei viaggiatori di un tempo, le patologie gastrointestinali o le dipendenze da droghe e alcol… forse il dolore è proprio la molla  che spinge a partire: il viaggio infondo è una forma di irrequietezza, come sosteneva Chatwin.

Dottor Samuel Johnson (Lichfield, 1709 – Londra, 1784)

Non si può leggere qualcosa sulla città di Londra senza che venga fuori il suo nome. Poeta, saggista, critico letterario e biografo, la sua opera più famosa è il “Dizionario della lingua inglese” (1755), ancora oggi considerato il più autorevole del genere. Johnson, anche se odiava lasciare la capitale, fece molti viaggi su e giù per l’ Inghilterra, in Scozia e nel Galles del nord. Soffriva di gotta e di un disturbo nervoso, probabilmente della Sindrome di Tourette; gli accessi di malinconia lo portavano spesso verso gli oscuri meandri della depressione. Nonostante questo, alla veneranda età di 64 anni, che nel XVIII secolo valevano come i 94 di oggi, fece i bagagli e partì per le remote Isole Ebridi Esterne, in Scozia.

Freya Stark (Parigi, 1893 – Asolo, 1993)

Audace esploratrice, saggista e cartografa, la Stark sfidò le convenzioni della sua epoca, abbandonando il focolare per i deserti del Medio Oriente. A segnare la sua vita fu un orribile incidente: a tredici anni le si impigliarono i capelli in un telaio meccanico, che provocò una profonda lacerazione del cuoio capelluto e lo strappo di una parte dell’orecchio. Ne rimase sfigurata e perciò ebbe sempre timore di non piacere. La grave insicurezza, che si andava ad aggiungere al trauma dei genitori separati e di un’infanzia infelice, secondo i biografi fu la molla che la spinse a partire e a “dimostrare il suo valore con imprese di rilievo”.(“Passionate nomade: the life of Freya Stark”, Jane Fletcher Geniesse)

Henry James (New York, 1843 – Londra, 1916)

Il grande scrittore statunitense, autore di raffinati capolavori psicologici che mettevano a nudo il contrasto tra il Vecchio ed il Nuovo Mondo, come “Ritratto di Signora” o “Daisy Miller”, viaggiò moltissimo, in Europa ed in America. Era perseguitato da una grave forma di stitichezza; per questo spesso passava da una stazione termale all’altra, in cerca di un rimedio che “alleggerisse le sue pene”.

Gertrude Bell (Washington Hall, 1868 – Baghdad, 1926)

La “regina del deserto”, che si occupò di archeologia, politica e di investigazioni segrete, fu anche la brillante autrice di libri di viaggio ambientati in Persia e altri paesi arabi, basati sulle sue esperienze personali. Purtroppo per lei, soffriva di depressione: una vita così intensa, eppure la sua anima era gravata da un tale peso! La sua malattia si accentuò a causa dell’amore infelice per un alto ufficiale, un uomo sposato che non lasciò mai la moglie; tra loro una lunga relazione epistolare, coronata dalla morte di lui in guerra. Anni dopo, l’audace Signorina Bell concluse la sua esistenza in modo volontario, nella sua tenda a Baghdad: un’overdose di barbiturici pose fine alle sue avventure. Aveva 58 anni.

Bronislaw Malinowski (Cracovia, 1884 – New Haven, 1942)

La sua ricerca nelle Isole Trobriand (Gli Argonauti del Pacifico occidentale, 1922), in Nuova Guinea, divenne un classico del settore, facendo di lui un pioniere dell’antropologia ed inaugurando un nuovo metodo per gli studi etnografici. Nonostante le buone intenzioni e gli eccelsi risultati teorici, nel suo “Giornale dell’antropologo” Malinowski svela una serie di considerazioni intime sulla sua vita nelle isole, dove emerge una tendenza alla collera ed alla depressione. La sua considerazione per i nativi qui prende una piega pittoresca e meno politically correct: “I nativi mi irritano ancora, in particolare Ginger, che picchierei volentieri a morte“. Alla faccia dell’antropologo!

Jack London (San Francisco, 1876 – Glen Ellen, 1916)

Giornalista e autore libri cult, come “Zanna Bianca” o “Il richiamo della foresta”, Jack London sembra incarnare il prototipo americano del giovane pieno di salute e vigoroso, che non ha paura di niente. In realtà soffriva di alcolismo fin dalla gioventù e vantava tutta una serie di seri disturbi fisici, dai problemi all’intestino a quelli renali, fino ad una fistola che gli causò un paio di dolorose operazioni. I suoi viaggi furono sempre conditi dalle sofferenze e fu colpito dai sintomi del congelamento mentre faceva il corrispondente della guerra russo-giapponese. Per alleviare i suoi mali, si avvaleva in modo generoso di morfina, belladonna e oppio. Recenti studi, basati sull’esame di alcune fotografie che svelerebbero segni di dermatite da mercurio sulla pelle del viso, hanno suggerito che fosse malato di sifilide, dato che la terapia dell’epoca prescriveva la somministrazione del metallo per curarsi. Forse fu proprio questa la causa della sua morte a soli 40 anni; secondo i biografi ufficiali, si trattò di uremia,  un avvelenamento del sangue per disfunzione renale, dovuta probabilmente ad un iniezione di morfina.

Agatha Christie (Torquay, 1890 – Wallingford, 1976)

Ecco un caso in cui l’indole positiva ed energica fa affrontare i viaggi (e la vita) di petto, superando con ironia le difficoltà. La grande scrittrice di gialli fu sempre animata dal desiderio d’avventura, che la portò spesso in giro per il pianeta, in particolare verso il Medio Oriente. Purtroppo soffriva di mal di mare, tuttavia questo non le impedì di fare il giro del mondo in nave col suo primo marito, tra un conato e l’altro. Nel 1926 alcuni traumi psicologici le causarono un problema nervoso importante: la morte della madre e l’abbandono da parte del marito, che aveva una relazione con un’altra donna. A questo punto la Christie scomparì, suscitando un grande scalpore nella stampa. Ritrovata in un albergo termale del nord dell’Inghilterra, dove si era registrata col nome dell’amante del marito, la scrittrice riemerse con nonchalance dal baratro, senza fare commenti. Un paio d’anni dopo, salì a bordo dell’Orient Express per farsi un bel viaggio da sola. E le punture di cimici che infestavano a quel tempo i vagoni non intaccarono il suo spirito avventuroso; dall’esperienza avrebbe tratto uno dei suoi gialli più riusciti, ambientato sul leggendario treno. Che donna.

Graham Greene (Berkhamsted, 1904 – Corsier-sur-Vevey, 1991)

Lo scrittore inglese che amava lo spionaggio e gli intrighi polizieschi, famoso per diversi romanzi di successo come “Il terzo uomo” (1950)  o “L’ Americano tranquillo”(1955), viaggiò molto in luoghi esotici e selvaggi, sul genere di Haiti o del Messico. Esercitò la professione di giornalista e corrispondente di guerra in diversi paesi, dalla Polonia al Congo, dove visse addirittura a contatto con una colonia di lebbrosi. Utilizzò ambienti e personaggi conosciuti in viaggio per i suoi libri. Era un maniaco-depressivo, soffriva di aracnofobia e di una meno condivisibile paura degli uccelli.

Jack Kerouac (Lowell, 1922 – St. Petersburg, 1969)

Il celebrato autore di “On the road”, incarnava alla perfezione l’idea dell’eroe ribelle americano: atletico e affascinante (almeno da giovane), aveva un’aria tormentata, in perfetta armonia con il contenuto dei suoi scritti, che trasudavano libertà, sregolatezza e avventura. Capostipite della Beat Generation, esplorò Stati Uniti ed Europa senza un soldo in tasca. Di lui scrisse l’amica Fernanda Pivano: “Kerouac rispondeva ad un nuovo tipo di libertà come aveva fatto Hemingway a suo tempo. La nuova libertà era il decondizionamento globale fino alla irresponsabilità.”  (C’era una volta un beat, 2003)

Da ragazzo, il vulcano Kerouac fu riformato dall’esercito per turbe mentali; la sua gioventù fu segnata dalla morte del fratello e dal rapporto complesso con la madre. In bilico tra eterosessualità (esplosiva) e omosessualità (legata a sporadici episodi e mai esperita pienamente), la tendenza a trasgredire era forse una potente reazione alla formazione cattolica, per non dire bigotta, della madre, l’unica vera donna della sua vita. L‘alcolismo e la dipendenza dalle droghe costellarono il cammino dello scrittore, così come i suoi viaggi: marijuana, benzedrina, peyote e chi più ne ha più ne metta. Questo stile di vita compromise gravemente la sua salute: Kerouac morirà a soli 47 anni di cirrosi epatica. Aveva raggiunto il successo e la notorietà, ma alla fine i suoi demoni avevano avuto la meglio.

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