Le Pievi dell’Esarcato: San Pietro in Sylvis

Ravenna e le sue paludi

Nei secoli che segnarono la fine del mondo antico e il passaggio all’età di mezzo, Ravenna stava vivendo il suo momento d’oro. Prima come capitale dell’Impero Romano d’Occidente, poi dell’Esarcato bizantino, la città godeva di una fase di ricchezza e prosperità che non aveva precedenti. Sorsero in quel periodo eleganti palazzi e chiese maestose, che alla severità dell’aspetto esterno contrapponevano lo splendore degli interni, rivestiti di preziosi mosaici. Eppure in questi stessi secoli, Ravenna viene ancora ricordata dalle fonti per la qualità insalubre dell’aria e la presenza di paludi che attorniavano la città. In effetti era stata scelta come capitale imperiale proprio per questa peculiare conformazione del territorio, di “Caput Aquarum“: il mare, i fiumi e le distese di acquitrini circondavano la città, rendendola imprendibile agli eserciti invasori. E così, alle atmosfere sontuose dell’Impero si affiancavano quelle malariche e stagnanti delle paludi, infestate di zanzare. Fuori dalle mura cittadine, c’erano le immense distese d’acqua e fango, fitte di vegetazione palustre: era il desolante paesaggio dei “Deserta”, spazi aperti privi della presenza umana e pieni d’insidie. A quell’epoca esisteva solo qualche sparuto villaggio, piccoli insediamenti sparsi qua e là; anche spostarsi per le strade, divenute impraticabili, era difficile e così si utilizzavano le vie d’acqua. Il clima umido favoriva i contagi; la peste arrivò a Ravenna già intono al 541-44 d.C. e, con ondate successive, dilagò per tutto il medioevo, fino alla famosa epidemia del 1347, che decimò la popolazione in tutt’Europa.

Il bosco e il sacro

Quelli dell’Impero e dell’Esarcato sono anni di transizione. Tra tarda antichità e medioevo, il paesaggio agricolo di impronta romana, ordinato e gestito dall’uomo, cede gradualmente il passo al territorio incolto. Una vegetazione bassa e selvaggia iniziò a ricoprire i campi; il bosco, luogo di silenzi e di oscurità, dove si annidavano le belve selvatiche, prendeva piede, avvicinandosi alle mura cittadine. Per l’uomo di quei tempi, inerme davanti alla natura e superstizioso, tra il folto degli alberi avvenivano prodigi e apparizioni di esseri fatati, a volte pericolosi, altre volte benigni: folletti e ninfe, creature a metà strada tra religione primitiva e fiaba. Se il bosco era una realtà minacciosa e inaccessibile, piena di pericoli e di animali selvaggi, d’altro canto era anche il luogo dove fare rifornimento di legna, raccogliere frutti, cacciare e dedicarsi alla pesca valliva. Ecco allora che le persone, costrette a passare diverse ore della loro giornata in questo spazio minaccioso, sentivano il bisogno di segnare il territorio, per renderlo più accessibile e accogliente. I luoghi di culto di tipo silvano e agricolo, spesso improvvisati, altre volte presenti in modo stabile fin dall’antichità, erano necessari per raccogliere le influenze benigne del bosco sacro, contrastando quelle malefiche.

Nasce la pieve

In questi spazi selvatici e misteriosi, sorse, ai tempi dell’Esarcato bizantino, la pieve; rappresentava un luogo accogliente e familiare, un porto sicuro per gli abitanti dei dintorni, i viandanti ed i pellegrini che passavano per il bosco. A chi veniva da fuori, doveva fare l’effetto di un’apparizione improvvisa, tra il folto degli alberi: una maestosa visione, piena di sacralità, che lasciava il passante con un senso di soggezione e di sgomento.

A Ravenna la diffusione della pieve non fu solo la risposta ad un’esigenza psicologica e sociale; si legò anche ad un fenomeno politico del VI secolo, relativo al passaggio di proprietà di questi territori, suddivisi secondo la centuriazione romana, alla Chiesa di Ravenna. Siamo all’epoca dell’Esarcato, la circoscrizione amministrativa dell’Impero Bizantino d’Italia, di cui Ravenna è capitale. Per amministrare le proprietà territoriali, vennero creati dei distretti, ciascuno presidiato da una pieve. Come suggerisce il nome, dal latino plebs (popolo, gente, comunità), essa venne gradualmente ad assumere un significato aggregativo. Era alla pieve che ci si incontrava; era nei pressi della pieve che si decideva di metter su casa. E così la chiesa venne ad identificarsi con la sua gente, creando una piccola comunità intorno a sé. Spesso le pievi si affiancarono o si sostituirono a precedenti luoghi di culto pagani, come i templi, dei quali molte volte reimpiegarono il materiale costruttivo. Come la maggior parte delle chiese paleocristiane e medievali della zona, furono dedicate a santi il cui culto era già diffuso, dei quali custodivano le reliquie in una nicchia dell’altare o del muro, la fenestrella confessionis.

La Pieve di San Pietro in Sylvis

Una delle pievi più interessanti del ravennate è quella che si trova nei pressi di Bagnacavallo, la Pieve di San Pietro in Sylvis. Il particolare toponimo del paese, nato come castrum, un avamposto fortificato tra Ravenna e Faenza, si ricollega alla presenza di un guado sul fiume Senio (Balneacaballum, dove appunto si bagnavano i cavalli attraversandolo). La versione più leggendaria della storia, vuole invece che proprio qui il cavallo dell’Imperatore Tiberio guarisse, grazie alle capacità terapeutiche di una sorgente miracolosa. La Pieve si trova oggi ad oltre un km dall’abitato sulla strada che porta a Fusignano.

In questa zona, ricoperta allora da un fitto manto foresta, si trovava un piccolo porticciolo sul fiume, attivo fino al XIII secolo. Evidentemente c’era un modesto movimento di merci e di persone, qui, anche se la sua denominazione, in Sylvis, sottolinea il carattere selvatico del luogo, caratterizzato dai boschi, le silvae.

La chiesa sorse sul cardo massimo della centuriazione faentina in tempi molto antichi; la sua datazione fa discutere ancora gli storici, avvolgendone le origini nel mistero. Le prime fonti scritte la datano introno al VIII secolo, ma la sua vicinanza ai modelli maggiori dell’architettura ravennate retrocedono la sua fondazione almeno al VII secolo, secondo alcuni studiosi addirittura al VI. Siamo di fronte, dunque, ad una delle pievi più antiche della Romagna; sembra inoltre che sia stata costruita nei pressi delle rovine di un tempio dedicato a Giove, di cui si conservano alcune iscrizioni su marmo al Museo Civico Lapidario di Ferrara.

L’edificio dall’esterno appare semplice e imponente. Alto oltre 15 metri e lunga 32, la sua facciata, scandita in tre parti dalle lesene, anticipa la struttura interna formata da un impianto longitudinale a tre navate. Al primo colpo d’occhio si coglie subito la somiglianza con altre chiese di Ravenna, come, ad esempio, S. Apollinare in Classe. Anche il materiale costruttivo è lo stesso: mattoni rossi di reimpiego di varie dimensioni, cementati con calce mista a ghiaia. Oltre alla porta centrale, ve n’è una laterale, che anticamente costituiva l’accesso al matroneo, il luogo separato in cui le donne assistevano alla messa.

Non  appena si entra, lo sguardo è attirato verso il fondo della navata centrale, nello spazio semicircolare dell’abside. La penombra crea un effetto suggestivo, che ben si sposa con il tono primitivo dell’ambiente, in cui risalta la grande massa muraria delle pareti, completamente spoglie, così come le colonne prive di pulvino e capitello.

Al contrario delle chiese ravennati, qui non sono stati impiegati i mosaici per la decorazione, bensì i più economici affreschi, che un tempo naturalmente dovevano esser molto più estesi di quelli che osserviamo oggi. L’abside, rivolta verso Oriente – quindi simbolicamente verso la Luce di Cristo- mostra i resti dei pregevoli affreschi del Trecento, ricollegabili forse alla cerchia di Pietro da Rimini.

La figurazione si svolge su due ordini sovrapposti, divisi da una fascia mediana con motivi decorativi; nella volta del catino si trova il Redentore seduto in trono e attorniato dai quattro Evangelisti, mentre in basso è raffigurata la Crocifissione, affiancata dalla Vergine, San Giovanni ed una teoria di Apostoli. Al di sotto del catino risalta l’altare del presbiterio, un prezioso manufatto di scuola ravennate; realizzato in marmo greco, risale al VII secolo e racchiude una piccola fenestrella confessionis per conservare le reliquie. Uno straordinario affresco con la Deposizione si trova nella controfacciata, forse di autore ferrarese del XV secolo. Alcune figure sono state dipinte sui pilastri  e sui muri della navata laterale meridionale, tra cui le famose “Tre Marie“, che hanno fatto discutere gli storici dell’arte, poiché una di loro mostra le riconoscibili fattezze nientemeno che di… Dante Alighieri!

Si è trattato solo di un caso, o piuttosto di un irriverente omaggio al Sommo Poeta? Sembra che l’Alighieri avesse visitato questa chiesa, facendo una sosta di preghiera durante il viaggio che lo portava a Ravenna. Bagnacavallo lasciò un segno nel Poeta, dato che le dedicò una frecciata sarcastica nel Purgatorio della sua Commedia;

Ben fa Bagnacaval che non rifiglia

Dante Alighieri, Purgatorio, XIV, 115

Un commento al vetriolo per celebrare l’estinzione della dinastia Malvicini (o Malabocca), i conti che dominarono la città sino al XIII secolo.

Sotto l’abside si trova la Cripta a oratorio, con volte a crociera, il luogo dove si addensa maggiormente il fascino misterioso  della chiesa; il locale attiguo è una sorta di seconda cripta di forma quadrata, forse un tempo l’accesso al campanile.

Dal medioevo al XXI secolo

La lunga storia della pieve arriva fino ai giorni nostri, anche se nel XVIII secolo fu abbattuto, in seguito ai danni di un terremoto, l’originale campanile rotondo. Nonostante qualche rifacimento, negli anni la chiesa ha mantenuto in gran parte la sua struttura primitiva. La domenica si perpetua ancora la millenaria storia di fede della chiesa, quando tra le sue mura si raccolgono le persone dei paesi circostanti per assistere alla messa: sono i discendenti della piccola comunità della plebs.

Guardando questo antico tempio, non si può evitare di provare una certa emozione. Nonostante non ci siano più i boschi ad avvolgere e proteggere la sua immagine, una volta molto più schiva, qualcosa è in noi è rimasto dell’antico stupore che coglieva il viandante, quando vedeva emergere d’improvviso, tra i boschi, la sagoma maestosa della Pieve di San Pietro in Sylvis

Pieve di San Pietro in Sylvis

Via Pieve Masiera 82 – Bagnacavallo – 48012 (RA) 

Telefono I.A.T. Bagnacavallo:+39 0545 280898

Come arrivare:
A circa 1 km dal centro storico, seguire la segnaletica in direzione Lugo – Fusignano. Parcheggio auto e pullman.

Orari:

Venerdì 14.30 – 16.30. Domenica 9.30 – 12.00 (santa messa ore 10.15).
Si consiglia di contattare la Parrocchia di San Michele Arcangelo (tel. 0545 64363) per verificare  con esattezza gli orari.

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