Sylvia Plath a New York. La grande estate del 53′, Elizabeth Winder

 

Ho sognato New York e sto per andarci.

Sylvia Plath, diari, maggio 1953

Ho adorato questo libro di Elizabeth Winder, divorandolo in un paio di pomeriggi. Lo stile scintillante ed il fascino della vicenda biografica mi hanno coinvolta fin dalle prime pagine. L’autrice descrive un periodo fondamentale della vita della poetessa americana Sylvia Plath (Boston, 1932 – Londra, 1963) e, grazie a studi di costume oltre che ad approfondite interviste con le amiche della protagonista, riesce a restituirci con grazia incantevole tutta l’atmosfera di quei tempi.

E che tempi: siamo a New York, estate del 1953. Una bionda Sylvia Plath, appena ventenne, approda piena di aspettative nella Grande Mela. Questa è la sua occasione. Grazie ad un racconto, ha vinto una borsa di studio estiva nella redazione della popolare rivista Mademoiselle, che ogni anno, a giugno, seleziona una ventina di studentesse meritevoli che lavoreranno al numero dedicato al college. La rivista non è un semplice giornale di moda per ragazze, al contrario si fa notare per il suo stile e per aver pubblicato testi inediti di Truman Capote, William Faulkner o Tennessee Williams. Un mese a lavorare nella sua redazione è dunque un’occasione speciale e la Plath lo sa bene. Alloggerà al Barbizon Hotel con altre praticanti e per un mese farà la vita da redattrice di moda: lavoro alla scrivania, interviste a scrittori famosi, sfilate di moda e cocktail.

Per Sylvia questa esperienza significa venire a contatto con un mondo nuovo ed entusiasmante, quello che ha sempre sognato: scrivere per una grande testata, trovarsi nel milieu intellettuale giusto, quello che conta. E infine c’è lei, la favolosa New York, che, già a quell’epoca, è il centro del mondo. Sono tanti i pensieri che frullano in testa alla Plath in questo periodo; e nel romanzo se ne svelano molti che non sono per nulla scontati. Se la carriera di scrittrice rimane l’obbiettivo fondamentale e il rapporto ambivalente con l’altro sesso non cessa di tormentarla, ci sono anche altre cose. Come il rossetto Cherries in the Snow di Revlon, il caschetto biondo scuro alla June Allyson, lo shampoo Halo, che rende i capelli lucenti e setosi; sono questi i dettagli, apparentemente insignificanti, che ci fanno scoprire la Plath come la ragazza che era, in carne ed ossa, “una persona vulnerabile e giocosa, che amava lo shopping quanto la lettura.”

E’ una Plath diversa, dunque, quella che ci descrive la Winder, lontana dal fermo immagine che, da decenni, l’ha congelata come la poetessa geniale e suicida, con la testa infilata nel forno a gas e i figli piccoli chiusi nell’altra stanza. Invece che un’intellettuale depressa e cupa, quella che vediamo solcare le strade roventi dell’estate newyorkese è una ragazza carina, che vuole apparire alla moda e che ama la cura del dettaglio in ogni cosa.

Appena prima di partire per New York si era comprata una borsetta rossa e scarpe coordinate, e un nuovo reggicalze, nuove calze e un nuovo rossetto rosso, tutto in rosso.

E’ sensibile e attenta all’estetica, tanto che il piacere tattile e visivo guida la scelta di ciò di cui si circonda, dei piatti che mangia o degli abiti che indossa. Gli indumenti che la studentessa del Massachusetts ha infilato in valigia per la grande città, sono il frutto di due mesi di shopping accuratamente meditato: tubini neri, vestiti da sera di lamé argentato, calze di nylon, ballerine e scarpe col tacco…

Scopriamo così che la Plath, oltre ad essere un’intellettuale ambiziosa e piena di talento, è anche una ragazza “completamente immersa nella cultura materiale del suo tempo”, che amava il rossetto color papavero e l’abbronzatura estiva, anche se a New York andava di moda il pallore della cipria.

Il ritratto che emerge dal libro è quello di una giovane donna impegnata, ma allegra e vivace; è dotata di un fisico slanciato, taglia 42, e di un viso ovale e pulito, su cui spiccano le labbra, perennemente scarlatte. Il suo look studiatissimo è fatto di gonne scure ed aderenti, nastri rossi tra i capelli e qualche completino bon ton.

Il mese di praticantato a Mademoiselle scorre via frenetico, tra il lavoro in redazione, i cocktail party sui tetti dei palazzi e gli eccitanti appuntamenti con i ragazzi di città; sono giorni talmente pieni e sfibranti, che Sylvia, diarista compulsiva, in quel mese non fa che una sola annotazione nel suo quaderno privato.

La Plath esce da questo giugno febbrile come una ragazza stanca e svuotata, pericolosamente sull’orlo del precipizio. La vicenda narrata è intrigante, non solo per i successivi sviluppi di questa “grande estate”,  ma anche perché rivela il disagio corale, quello di un’epoca e di una generazione. La femminilità strozzata e ambivalente, quella dell’America a metà del Novecento, è percorsa da una tensione sotterranea, che ribolliva sotto alle guaine inamidate e le stecche di balena dei reggiseni, e che sarebbe esplosa un paio di decenni più tardi, con il femminismo e la rivoluzione sessuale.

L’estate della Plath, con l’esperienza newyorkese seguita dall’esaurimento nervoso che la colse al rientro a casa, diventerà materia per il suo unico romanzo, La Campana di vetro (1963). Un’opera che avrà grande successo, simboleggiando la crisi di un’intera generazione di donne, che fu “la prima dopo la guerra e l’ultima prima della pillola”.

La grande estate

Sylvia Plath a New York, 1953

Elizabeth Winder

2015, Guanda

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