Ravenna nello sguardo del visitatore, da Lord Byron a Kandisnky

Ravenna, tra paludi e sepolcri

 Ravenna nei lunghi secoli della sua storia ha attirato moltissimi viaggiatori, che hanno lasciato nota delle loro impressioni in lettere, cartoline o nei diari di viaggio. Diciamolo subito: non sono sempre rose e fiori, anzi! I primi epiteti che s’incontrano leggendo della città sono quelli antichi:

Ne scrive in proposito Dario Fò nella sua bella “Storia di Ravenna”(Ed. Panini, 1999):

Della città di Ravenna, fin dal tempo dei romani, si possono collezionare elogi misti a epiteti irriguardosi al limite dello sfottò. C’è chi la definisce “luogo di sogno”, chi “caput aquarum”, “città senza mura ma imprendibile”. […]Di contro, altri l’hanno definita “Fossa dell’Impero”, tediosa e malsana

Le paludi erano dunque la sua caratteristica più rilevante ai tempi in cui ne scrissero Vitruvio e Strabone. Dopo lo splendore che la vide capitale dell’Impero e poi dell’Esarcato, ci fu per Ravenna un lento, inesorabile declino. Fin dal medioevo, però, numerosi viaggiatori l’hanno inserita nel circuito della grandi città d’Italia, accanto a Venezia, Firenze, Roma e Napoli.

Se per le altre mete si ricorreva ad aggettivi positivi, Ravenna rimaneva legata nell’immaginario del viaggiatore al suo periodo d’oro, ormai inesorabilmente passato. “La vetusta”, “l’antiqua”, erano gli epiteti che si accompagnavano alle sue descrizioni. E non era un gran complimento: era come dire, i suoi tempi migliori sono andati, ora si respira solo aria di sepolcro e di polvere… La visione di Ravenna come malinconica custode del passato, “la dolce morta”, si moltiplicò come un cliché nei diari e nelle lettere dei viaggiatori per secoli.

Esterno del sepolcro di Dante Alighieri, Ravenna, 1900, incisore anonimo

A Ravenna si trovavano la tomba di Teodorico, quella di Galla Placidia, oltre ad una miriade di sepolcri d’epoca romana e tardo-antica. Ma la sepoltura più famosa era quella di Dante Alighieri (1265-1321), che era morto qui in esilio. Dopo molte traversie dei suoi resti mortali, aveva trovato riposo eterno dentro ad un tempietto settecentesco, dall’architettura poco notevole. 

Nell’Ottocento, secolo di viaggiatori sentimentali e nostalgici, Ravenna diventa in effetti il luogo ideale dove sospirare tra le lapidi. In questo periodo si inizia ad apprezzare la sua pineta, vista come luogo misterioso e intriso di ricordi, dato che, oltre a Dante, che la definì nella Commedia  “la divina foresta spessa e viva“, aveva ispirato anche Boccaccio (1313-1375). L’autore del Decameron era stato ospite dei da Polenta, proprio come l’Alighieri, ed aveva ambientato tra il fitto dei pini costieri la storia di Nastagio degli Onesti, in bilico tra horror e romanzo sentimentale. Botticelli ne trasse una magnifica serie di dipinti che sottolineano la bellezza misteriosa della pineta, conservati oggi al Prado e al Palazzo Pucci di Firenze. 

 Ad aggiungere un po’ di pepe alla “mortifera” situazione ravennate, ad un certo punto arriva il famoso Lord Byron. Poeta raffinato e audace cavallerizzo, se ne andò in giro ad infrangere cuori e a dispensare denari ai poveri, che qui a Ravenna abbondavano. Cominciamo dunque con lui, a sbirciare in questa Ravenna degli inizi del XIX secolo.

Scrittori

Tra i poeti e i letterati che, numerosi, visitarono la città, un posto di riguardo va riservato a Lord Byron (1788-1824), che ebbe anche il merito di promuovere come meta turistica Ravenna, solo per il fatto di esserci stato. Dopo la sua morte infatti, al pellegrinaggio dantesco si aggiunse quello byroniano, nei luoghi venerabili dove lui mise piede. Il poeta romantico, di origine inglese, nell’Ottocento era famoso e desiderato quanto gli odierni divi di Hollywood. Oltre alla bella presenza ed alla fama di tombeur des femmes, aveva anche un notevole intelletto, e un’aria tempestosa, adatta al suo secolo.

Il poeta giunse a Ravenna il 10 giugno 1819 e più o meno vi rimase per due anni, portando una grande scossa alla sonnolenta vita di provincia. Era giunto qui per un motivo ben preciso: quel motivo aveva una fronte ampia e pallida, due occhi da cerbiatta e un bel decolleté. Si chiama Teresa Gamba, aveva vent’anni ed era sposata con il sessantenne conte Guiccioli. Byron l’aveva conosciuta in un salotto veneziano, ed era diventato subito il suo “cavalier servente”.

Il Lord aveva una repulsione per i monumenti antichi e a Ravenna se ne disinteressò completamente, a parte che per la tomba di Dante; quello che amava della città era invece il carattere selvaggio delle pinete di Classe e San Vitale.

La giornata di Byron si svolgeva secondo una routine ben precisa: risveglio a tarda ora, colazione, appuntamento galante con Teresa (durante la siesta dell’anziano conte) e la lunga cavalcata in pineta. Dopo venivano gli incontri in società ed infine le lunghe e solitarie ore notturne, in cui Byron rimaneva sveglio a leggere e scrivere, fino all’alba.

Di Ravenna scrisse nei suoi diari e nelle lettere agli amici. Era un luogo tutto sommato interessante dove“la gente fa molto all’amore e assassina ogni tanto”. Interessante ciò che Byron rilevò sul carattere degli italiani e in particolare dei romagnoli:

un popolo che è insieme sobrio e scialacquatore, serio nell’indole ma buffone quando si diverte, capace di impressioni e passioni improvvise e insieme durevoli […] Vanno a teatro per parlare, e in compagnia se ne stanno in silenzio. Le donne siedono in cerchio e gli uomini si raccolgono in gruppi o si giocano somme all’orribile Faro e a Lotto reale.

Insieme a lui (prima all’Hotel Imperiale vicino alla tomba di Dante e poi a Palazzo Guiccioli di Via Cavour) vivevano un simpatica tribù di animali: cavalli, scimmie, gatti, cani, un’aquila, un falco e un corvo. Durante la sua permanenza a Ravenna Byron scrisse due canti del “Don Juan”, diversi drammi, la “Profezia di Dante” e il “Lamento del Tasso”; trovò anche il tempo per aderire alla Carboneria.

Oscar Wilde (1854-1900) ricavò dalla visita a Ravenna un poema, che gli valse il primo premio del concorso universitario “Newdigate”di Oxford. Nel brano il letterato inglese descrive il suo ingresso a cavallo nella città romagnola, immersa nella luce del tramonto: la cavalcata è imbevuta dello splendore passato e di malinconia.

L’allora ventitreenne Wilde aveva disertato le lezioni universitarie del 1877 per continuare il suo viaggio d’istruzione in Italia; per questo si sarebbe guadagnato una bella multa e una sospensione fino alla fine del trimestre. Ci sono opere migliori da leggere di Wilde che questo poema, ma la sua dedica a Ravenna impone di riportare qui almeno qualche riga:

Ma tu, Ravenna, più cara fra tutte

I tuoi palazzi ruinati sono un manto luttuoso

Che la tua morta grandezza ricopre!

Herman Hesse (1877-1962), tedesco naturalizzato svizzero, Premio Nobel per la letteratura nel 1946, visitò Ravenna nel 1901 e nel 1903. Fu sedotto dalla bellezza delle chiese e paragonò in mosaici ravennati a quelli di San Marco a Venezia, prediligendo i primi.

Amò gironzolare anonimamente per le vie della città, cosa che lo divertiva e lo rilassava molto più che rimanere in patria.

Oh Venezia! Oh Ravenna! In questi luoghi dove sono stato solo da estraneo potrei forse vivere- qui invece vegeto.

Lettera a R.von Schaukal, scritta da Basilea il 20.11. 1901

Hesse scrisse nel 1902 una poesia intitolata “Ravenna”, dove si perpetua il solito cliché (forse a quell’epoca veritiero) di una città morta e silenziosa, ma si aggiunge un interesse particolare per le sue donne:

Le donne di Ravenna baciano

misteriose e profonde, e piene d’abbandono.

E tutte loro null’altro sanno della vita

se non che dovremo morire.

L’americano Henry James (1843-1916) dedicò un libro intitolato “Ore Italiane” ai suoi viaggi nel Belpaese, effettuati tra 1872 e 1892.

Lo scrittore soggiornò a Ravenna nell’estate del 1873, immergendosi nella quiete solitaria e pensosa della città, che lo riportava indietro, al passato letterario italiano.

Il Corso di Ravenna, in una calda notte d’estate, possiede un’atmosfera di sorprendente raccoglimento e riposo. Qua e là, da una finestra chiusa ia piani superiori, baluginava una luce; i passi del mio compagno e i miei erano gli unici suoni; non si vedeva anima viva. L’aria soffocante mi aiutava a credere al momento che stavo camminando nell’Italia del Boccaccio, nel bel mezzo di una pestilenza…

Marguerite Yourcenar (1903-1987), grande scrittrice di origine franco-belga, venne in visita nel 1935; ne trasse un bellissimo articolo apparso su di una rivista francese “Balzac”, poi confluito nella raccolta postuma “Pellegrina e straniera” del 1989.

Nelle sue riflessioni esaltò i contrasti della città, tra lo splendore decadente dei monumenti e la povera vita di strada, che provocavano una vertigine il visitatore.

Non c’è altra città dove si risenta maggiormente dello iato tra l’interno e l’esterno, tra la vita pubblica e la segreta vita solitaria. Sulla piazza il sole riscalda le sedie di ferro davanti alla porta di un caffè; bambini sporchi, donne debordanti di maternità vociano l’abitudine..

Anche lo scrittore argentino Jorge Luis Borges (1899-1986) visitò la città romagnola nel 1977, quando era ormai anziano e cieco. Nella Ravenna del VI secolo ci aveva ambientato in parte la sua “Storia del guerriero e della prigioniera” del 1949.

Le guerre lo, portano a Ravenna e là vede qualcosa che non ha mai vista, o che non ha vista pienamente. Vede il giorno e i cipressi e il marmo.

Psicanalisti

A Ravenna abbiamo avuto l’onore di ospitare i nomi più notevoli nel campo della psichiatria: l’austriaco Sigmund Freud (1856-1939), che si fermò qui un paio di giorni nel 1896 mentre era in viaggio di piacere con il fratello Alexander, e lo svizzero Carl Gustav Young (1875-1961), che la visitò due volte, nel 1914 e nel 1934.

Il padre della psicoanalisi, allora quarantenne, giunse a Ravenna da Bologna. Lo fece di malavoglia, forse per la levataccia prima dell’alba; verso la fine della giornata avrebbe cambiato idea, più che altro grazie al vino.

Domani sarà una giornata di lavoro. Alle h.5.30 partenza per Ravenna dove c’è molto da vedere ma niente da mangiare.

Cartolina postale a Martha Freud da Bologna, datata 2 settembre 1896

Ravenna è un buco miserando, con cadenti capanne di mattoni che contengono i resti dell’arte cristiana dei secoli 5-8 e degli Ostrogoti [..] Con ciò noi speriamo di essere stanotte a Firenze.

Cartolina postale a Martha Freud da Ravenna, Hotel Byron, datata 3 settembre 1896, giovedì, ore 11

Ravenna è poi rivelata ricca di piaceri. Teodorico, dante, mandorle, fichi dell’albero presso il mausoleo di Teodorico, vecchie chiese, mosaici, una pineta cantata da Dante, pesche, vino e caffè si sono coniugati in grandiosa armonia. Poiché eravamo in giro dal primo mattino, ci siamo accontentati di Faenza, invece che di Firenze (e altre due ore), dove alloggiavamo alla Corona.[..] Stiamo splendidamente, credo che a questo contribuisca molto il vino.

Cartolina postale a Martha Freud da Faenza, Hotel Byron, datata 3 settembre 1896, giovedì, “di sera”

Carl Gustav Jung invece visse una sorta di esperienza paranormale nel Mausoleo di Galla Placidia e nel Battistero Neoniano.

Qui per prima cosa mi colpì la tenue luce azzurrina diffusa, che però non mi sorprese. Non cercai di capire da dove provenisse, né mi turbava il prodigio di questa luce senza alcuna sorgente apparente.

Jung pensò di vedere alcune raffigurazioni nei mosaici, in particolare una che ritraeva Pietro che affogava, ma poi, tornato in patria, scoprì che non si trattava di realtà: quelle raffigurazioni non esistevano. Jung aveva avuto una sorta di visione mistica, un evento che rimase scolpito nella sua memoria, avvolto da un senso di stupore e di sogno. Infatti più tardi scrisse che “questa esperienza di Ravenna è tra gli avvenimenti più strani della mia vita.”

Artisti

Gli artisti che sono venuti in visita a Ravenna, com’è naturale, rimasero colpiti soprattutto dai mosaici bizantini delle chiese; in molti casi le suggestioni ravennati influenzarono la loro pittura. Gustav Klimt (1862-1918), il grande pittore austriaco protagonista della Secessione viennese, visitò Ravenna due volte, nel maggio del 1903 e poi nell’autunno successivo.

Nonostante le striminzite righe della sua cartolina all’amica di sempre Emilie Flöge – d’altronde Klimt non era famoso per la sua esuberanza epistolare- i mosaici di Ravenna influenzarono in modo decisivo il suo stile.

Arrivato qui ieri sera sano e salvo- acquazzone tutta la notte- persino in camera pioggia dal soffitto- Ravenna è molto misera- i mosaici di incredibile splendore. Saluto cordialmente te e gli altri.

Gustav

Cartolina a Emilie Flöge da Ravenna, datata 1903 

Tra la Teodora della Chiesa di San Vitale e il ritratto di Adele Bloch-Bauer, del 1907, sembra ci sia uno stretto legame, così come riconoscono gli storici dell’arte, che sottolineano il forte biazantinismo del periodo d’oro di Klimt.

Anche Paul Klee (1879-1940), artista di nascita svizzera e cittadinanza tedesca, rimase colpito dai mosaici ravennati. Lo riporta il figlio Felix nella biografia del padre, descrivendo il suo viaggio in Italia del 1926.

Wassily Kandinsky, fotografia del 1913, anonimo

Wassily Kandinsky (1866-1944), celebre pittore e teorico russo, noto per aver realizzato il primo acquerello astratto, visitò la città con la moglie Nina. Kandinsky scrisse all’amico Klee in proposito :

Ho visto finalmente Ravenna e tutte le mie aspettative erano nulla di fronte alla realtà. Sono i mosaici più belli e formidabili che io abbia mai visto. Non sono soltanto mosaici, ma vere e proprie opere.

Lettera a Paul Klee, 16 settembre 1930

Anche l’architetto e urbanista di origine svizzera, naturalizzato francese, Le Corbusier (1887-1965), giunse per qualche giorno a Ravenna, quando era studente. Era l’ottobre del 1907 e il ragazzo sembrò apprezzare molto la sua sistemazione in città (uno dei pochi, gli alloggi erano in effetti molto alla buona):

A Ravenna albergo straordinario che ha battuto quello di Siena. Un oste e un’ostessa che tra noi chiamavamo papà e mamma.

Lettera ai genitori da Bologna, 18 ottobre 1907

In un’altra lettera Le Corbusier descrive in modo “pittorico” i paesaggi urbani:

L’erba è di un verde acido, crudo, e la terra è violetta; nel cielo al tramonto non è difficile contemplare ciò che i mosaicisti [..] hanno evocato a S. Apollinare in Classe e a San Vitale.

Lettera ai genitori da Padova, datata 24 ottobre 1907

Un tratto comune a tutti i viaggi

Infine, voglio ricordare un’elemento che ha contraddistinto tutti i soggiorni a Ravenna dall’antichità ad oggi, che se ne sia parlato o meno: le zanzare. E’ strano pensare che gli stessi insetti che ancora oggi, d’estate, martoriano turisti e residenti, hanno punto un tempo anche le parti anatomiche di Dante, così come quelle di Byron. Incuranti della sacrale fama di chi colpivano, gli insetti si rivolgevano a contadini e letterati, a poveri mendicanti ed aristocratici, ad artisti famosi e a semplici signor nessuno. Questa è si che è democrazia!

Ne scrive in proposito Ann Bosworth Greene (1878-1961), scrittrice e pittrice del Regno Unito, che incontra i fastidiosi insetti durante un’escursione in pineta. 

Era un bosco nobile, vitale piacevolmente aperto; non c’è da meravigliarsi che Dante qui potesse scrivere. Crescevano cespugli e qua e là fiorii rari, particolarmente grandi, delicati e simili a quelli di serra. Enormi zanzare uscivano dai cespugli e ci mostravano fin troppa attenzione.

Anche la scrittrice francese Louise Colet (1810-1876) è attaccata da nugoli di zanzare che entrano la notte nella sua stanza d’hotel dalle finestre spalancate per il caldo.

Passammo una notte di supplizi. Quando arrivò il giorno lo salutammo come un liberatore.

Che dire, noi Ravennati conosciamo bene questa sensazione!

Per approfondire

Quelli citati in quest’articolo sono solo alcuni dei grandi nomi di viaggiatori che hanno visitato la bella città romagnola. Se interessa al lettore approfondire l’argomento, suggerisco la lettura del gradevolissimo libro di Eraldi Baldini e Dante Bolognesi “Il richiamo di Ravenna” (2015, Longo Editore Ravenna), che mi è stato molto utile per scrivere questo articolo. Rimando anche al sito del turismo di Ravenna.

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