La Domus del Chirurgo di Rimini

Il passato che torna alla luce

Per apprezzare i resti archeologici in molti casi occorre una buona dose di fantasia e immaginazione, ma per la Domus del Chirurgo di Rimini queste qualità servono in misura minore. Entrando nell’edificio di vetro e mattoni, in Piazza Ferrari, il visitatore si trova davanti un’immensa area di scavi: 700 mq che restituiscono 2000 anni di storia. Si ripercorre così la vicenda di un’intero isolato, una porzione di città che ha ospitato nel tempo diverse abitazioni. Risalta al primo sguardo la bellezza dei mosaici pavimentali, autentiche opere d’arte, mentre la struttura delle diverse residenze che si sono succedute è ben visibile e chiara. Infine, nell’adiacente Museo della Città, si trovano le ricostruzioni degli ambienti della domus principale, quasi un set cinematografico che catapulta l’osservatore nel passato, permettendo una più vasta comprensione degli scavi stessi.

Questo ponte con la Storia è stato gettato casualmente, ormai quasi tre decenni fa. Era il 1989 quando nel centro storico di Rimini, durante i lavori di pavimentazione di Piazza Ferrari, è riemerso dalla terra un pezzo di storia, un antico mosaico di raffinata fattura. Ritraeva Orfeo, il personaggio della mitologia greca, tornato alla luce dopo secoli di oblio. Gli scavi archeologici sono immediatamente partiti, protraendosi fino al 2006; inaugurata l’anno successivo, la Domus del Chirurgo ha documentato la complessa stratigrafia archeologica di questo isolato.

Il terreno sotto la città ha svelato, strato dopo strato, storie sepolte dai secoli; il principale ritrovamento si trova nella zona settentrionale dell’isolato e si tratta di una domus romana costruita intorno al II secolo d.C..

Il biglietto d’ingresso comprende la visita all’area archeologica e al Museo della Città, dove si completa il percorso ammirando gli oggetti ritrovati negli scavi. Ma ora torniamo indietro nel tempo. Ci troviamo ad Ariminum, l’antica città romana.

La prima Domus 

Eccoci nella Rimini romana del I secolo a.C, vivace città mediterranea distesa sulla costa Adriatica. Ariminum prende il suo nome dal fiume Ariminus, il corso d’acqua che cinge il suo confine settentrionale, fino a confluire nel mare. Tra qualche secolo esisterà ancora, ma avrà cambiato nome: si chiamerà Marecchia.

Fondata dai Romani nel 268 a.C., la città è diventata in poco tempo un importante crocevia di rotte commerciali. L’abitato romano corrisponde più o meno all’attuale centro storico, ma in quest’epoca si affaccia sul mare, dato che la linea di costa è molto più arretrata. La domus in cui stiamo per entrare occupa un isolato residenziale al limite nord della città; l’ingresso si trova sul decumano, mentre dall’altra parte c’è un ampio peristilio, un elegante portico colonnato, che la circonda sul lato più bello, quello che dà sulla spiaggia. Sotto a questo porticato, si può respirare l’aria del mare, cullati dallo sciabordio della risacca; lo sguardo si perde nel blu, tra le onde, dove ogni tanto si può ammirare il guizzo di un delfino.

Circa trecento anni più tardi, la domus è quasi interamente abbattuta per la costruzione di un nuovo edificio, che conserva del primo solo alcune porzioni. E’ in questo momento che viene occupata da un medico, che vi risiederà, utilizzandola anche per ricevere e curare i suoi pazienti.

La Domus del Chirurgo

Bussiamo alla porta di questa bella casa di più di 1700 anni fa, e nell’attesa che l’uscio si apra, ammiriamola dall’esterno. E’ un’abitazione semplice ed elegante di due piani, coi muri imbiancati e il tetto di coppi e tegole; è simile a molte altre case romane del II-III secolo d.C, solo che qui siamo più al nord e la temperatura non è sempre calda come quella laziale. Per questo motivo, il modello architettonico risulta più chiuso rispetto a quelli centro-meridionali.

Una volta entrati, troviamo le prime stanze di passaggio, che rivelano già il gusto raffinato del proprietario. Ecco il vestibulum, l’ingresso con un mosaico a tessere bianche e nere, seguito da un’altro spazio di disimpegno decorato geometricamente. Di qui si entra, attraverso una porta, nel corridoio che da’ sul cortile, oppure si imboccano le scale per il piano superiore.

Affacciamoci sul giardino, che si allunga su tutto il lato del corridoio: ha un aspetto allegro e rigoglioso. Al centro ci sono un grande bacile di marmo pieno d’acqua e la statua di Ermaco (ne resterà, tra molto tempo, solo un piede), filosofo di scuola epicurea. La brezza che viene dal mare muove dolcemente i cespugli e gli steli dei fiori, spargendo nell’aria il profumo delle rose, del rosmarino e della salvia. Le piante sono un eterogeneo miscuglio che riflette gli usi della domus; ci sono le erbe aromatiche, utilizzate dalle schiave in cucina, e quelle terapeutiche, pestate dal medico nei mortai per creare pozioni, a metà tra magia e medicina. E poi, naturalmente, ci sono alberi e fiori ornamentali distribuiti in una piacevole armonia.

Continuiamo ad esplorare la casa; il lungo corridoio si estende per circa 9 metri e sulle sue pareti sono appoggiate delle scaffalature con diversi mortai di pietra, quelli in cui si pestano le erbe. In un altro bel mobile di legno invece si trovano oggetti più piccoli e delicati, come un amorino alato e qualche lucerna per la notte. Attraversando il corridoio, raggiungiamo gli altri vani della residenza.

Le pareti qui sono affrescate a colori vivaci, con vedute paesaggistiche, uccelli, maschere teatrali e ghirigori geometrici. Nel XXI secolo non sarebbe rimasto quasi nulla di questi affreschi, al contrario  dei pavimenti, che resisteranno alla prova del tempo.

Il triclinium ha uno splendido mosaico sul pavimento, che lascia lo spazio su tre lati per i letti dei banchetti; al centro della decorazione c’è un grande kantharos, recipiente che serviva per versare il vino o altre bevande. In questa gradevole stanza si consumano i piatti preparati dalla cuoca, sempre conditi con l’onnipresente salsa di pesce, il garum.

Appeso al muro si fa notare il pinax, un oggetto ornamentale raffinatissimo, realizzato in pasta vitrea; proviene dalla Grecia e raffigura tre pesci, perfettamente a tema in una casa che da’ sul mare. Entrando nella stanza successiva si trova il cubiculum, la stanza da letto dove vengono ricoverati i pazienti.

C’è un piccolo letto di legno dove i degenti cercano di riprendere le forze dopo le operazioni, che in questi anni non sono proprio una passeggiata di salute. L’anestesia non è ancora stata inventata e, per stordire il paziente, si ricorre a metodi alternativi come l’oppio, la belladonna o il semplice vino, che è molto più alcolico di quanto sarà in epoca moderna.

La taberna medica è l’ambiente successivo, il luogo più rappresentativo della casa: qui il medico visita i suoi pazienti. Il meraviglioso mosaico del pavimento è colorato ed è l’unico della casa con figurazioni antropomorfe e zoomorfe. Al centro della raffigurazione c’è Orfeo, l’eroe del mito greco che affrontò la discesa negli Inferi per riprendersi la sua sposa, Euridice.

Ma alziamo lo sguardo, per incontrare finalmente il proprietario di questa casa. Il professionista, seduto dietro la scrivania di legno, ha la carnagione e gli occhi scuri: probabilmente è greco. E’ ad Atene e Alessandria d’Egitto, infatti, che si trovano le maggiori scuole di medicina dell’epoca, mentre in Occidente chi si fregia del titolo di dottore spesso non ha alcuna formazione teorica. Il medico di questa casa invece è molto preparato e colto; si chiama Eutyches e ha tutta la calma e la sicurezza che gli derivano da una lunga esperienza.

Sugli scaffali alle sue spalle si trovano strumenti legati alla sua professione o piccoli oggetti devozionali; sulla scrivania ci sono rotoli (i libri di quei tempi) e tavolette di cera per annotare i sintomi dei pazienti e le relative terapie.

Lasciamolo alle sue pozioni e continuiamo l’esplorazione; troviamo così una stanza di soggiorno all’estremità del corridoio, con un bellissimo mosaico. A levante invece scopriamo i vani di servizio, come il calidarium per le terme “casalinghe”: è riscaldato grazie all’ipocausto, un’intercapedine sotto al pavimento che permette il circolo di aria calda. Nel vicino praefurnium si trovano le braci che mandano il loro calore alla stanza, l’unica che vanta questa caratteristica. Dopo la latrina e altri vani di disimpegno, osserviamo le stanze dei piani superiori della casa. Sono altri ambienti residenziali e di servizio, come la cucina e dispensa; poco sopravviverà di questa zona della casa.

Il nostro sguardo gettato sul passato sta per essere avvolto dall’oscurità, perché il destino della Domus, purtroppo, è segnato: sappiamo che nel III secolo un incendio la distruggerà, provocando il crollo del secondo piano sul primo. C’è una conseguenza positiva alla tragedia, dato che le ceneri e le macerie preserveranno, per quasi due millenni, gli oggetti di materiale non infiammabile e i pavimenti della domus. Per saperne di più di questa casa e di quello che successe dopo, dobbiamo tornare all’epoca attuale ed entrare nel Museo della Città.

Chi era Eutyches?

Molte informazioni sul proprietario della Domus sono giunte a noi attraverso i secoli, grazie agli oggetti rinvenuti nella casa. Sbirciando tra le vetrine del Museo della Città di Rimini, ospitato nel settecentesco Collegio dei Gesuiti, possiamo scoprire il nome del chirurgo. E’ inciso su di un pezzo di muro ritrovato nella sala di degenza; si tratta di una breve iscrizione lasciata da un paziente soddisfatto delle cure del dottore. Il malato ringrazia Eutyches, uomo buono. Il nome ha provenienza greca ed è solo uno degli indizi che ci guidano verso l’origine orientale del chirurgo.

Alcune scritte sui vasetti per medicinali sono realizzate a caratteri greci, e anche gli oggetti devozionali sono legati a culti orientali e di tipo militare, come la mano votiva in bronzo dedicata al culto di Giove Dolicheno.

Non c’è quasi alcun dubbio, quindi, sulla provenienza di Eutyches. Il corredo di strumenti chirurgici, ritrovati nella taberna medica, è un’altra “prova” della profonda competenza del medico, di sicura  matrice orientale. Si tratta quasi un unicum nella storia della medicina antica e si compone di ben 150 strumenti in ferro e bronzo. Leggere i nomi dei vari utensili incute una certa impressione: bisturi, leve per ossa, forcipi, scalpello cranico…

Lo strumento che più ha fatto presa sugli archeologi è la sonda a cucchiaio, un attrezzo che veniva utilizzato per estrarre le punte delle frecce conficcate nella carne. E’ evidente la vocazione maschile e militare di questo corredo di ferri, tanto più che non sono presenti strumenti ginecologici; la sua particolarità indica un’approfondita esperienza chirurgica, probabilmente sviluppata nei valetudinari, le infermerie di campo che seguivano gli eserciti. Con la sua specializzazione il dottore deve poi essere approdato a Rimini, dove forse gli è stata affidata la proprietà come si faceva coi veterani di guerra. Qui il medico aveva deciso di proseguire l’attività, aprendo uno studio nella propria abitazione; cosa non molto diffusa in quel periodo storico, in cui i medici erano, di solito, semplici uomini liberi che visitavano i pazienti a casa.

La ricostruzione della taberna medica e della vicina saletta per la degenza, ci aiutano ad immedesimarci in questo mondo ormai lontanissimo nel tempo. I colori, i mobili, l’atmosfera: tutto è così confortevole! Siamo abituati, pensando all’antichità, ad immaginare un mondo di marmo, un po’ freddo e asettico, eppure l’abitazione romana era molto diversa.

La fine della Domus e nuovi inizi

L’incendio improvviso e devastante che distrusse la Domus del Chirurgo fu probabilmente dovuto all’invasione degli Alemanni nel III secolo. La tribù germanica si riversò da nord su Ariminum, seminando morte e distruzione. Tuttavia la città si riprese e furono costruite nuove mura; un tratto di questa cinta difensiva, successiva alla Domus, si può ammirare anche nell’area archeologica. All’interno della casa non sono stati trovati scheletri umani dell’epoca romana, ma gli storici dubitano che Eutyches sia riuscito a mettersi in salvo: in tal caso sarebbe corso a riprendersi il suo prezioso corredo chirurgico, che era seppellito solo pochi cm sotto la cenere. E così, in modo drammatico, si concluse la parabola esistenziale di Eutyches, l’esperto e compassionevole medico di Ariminum. La Domus non venne più ricostruita, ma in quello stesso isolato la vita sarebbe continuata. Torniamo nell’area archeologica per osservare ciò che successe.

Il palazzo tardoantico

Passano gli anni e nello stesso isolato, vicinissimo alla Domus del Chirurgo, viene innalzato un palazzo a più piani. Le fasi costruttive in realtà sono due: la prima agli inizi del V secolo, l’altra alla fine del secolo.

L’ultima fase appartiene all’età di Teodorico, il grande re ostrogoto. Ravenna è capitale dell’Impero romano d’Occidente e lo sfarzo della corte ostrogota si riversa anche sulla vicina Rimini, che splende per un po’ di luce riflessa. In città sorgono lussuose abitazioni arredate con gusto, proprio come questa. I raffinati pavimenti a mosaico sono realizzati dalle migliori maestranze orientali, le stesse che operavano a Ravenna e gli ambienti sono quasi tutti riscaldati grazie all’intercapedine sotterranea. Degli abitanti di questo palazzo, forse funzionari statali di alto livello, non abbiamo notizie certe ed i loro nomi resteranno per sempre avvolti nel mistero.

Il cimitero e l’abitazione altomedievale

Poi, dopo tanto sfarzo e comodità, con lo scatenarsi della guerra greco-gotica (535-553) il palazzo viene abbandonato e demolito; presto terra e selve lo cancellano, inghiottendolo del tutto. Intorno al VI secolo parte dell’isolato diventa un sepolcreto cristiano, come si può vedere da alcuni scheletri riportati alla luce dagli scavi. Circa un secolo più tardi, l’isolato è di nuovo calpestato da orme umane. Una casa modesta, tipica dell’epoca altomedievale, sorge sulla strada; ha pareti di argilla e pavimento sterrato. Rimarrà poco di lei, solo una traccia dei pali di legno delle fondamenta, conficcati a terra, ed i resti di un grande focolare.

Fino al VIII secolo dunque questa porzione di città, continua ad ospitare la vita nelle sue diverse forme. Poi, si ricopre di livelli di terreno, la vegetazione s’infittisce e solo qualche animale selvatico vi sia addentra. E’ il Novecento quando l’uomo rimette mano all’isolato. Mancava poco, e sarebbe risaltato fuori il passato…

 

Museo della Città di Rimini – via L. Tonini, 1
Domus del Chirurgo – piazza Ferrari
47921 Rimini
tel 0541 793851

Come raggiungere il museo:
dalla Stazione Ferroviaria a piedi ci vogliono circa 10-15 minuti, procedendo in direzione sud-ovest su Corso Papa Giovanni XXIII.
In autostrada: uscita Rimini Sud

Biglietto d’ingresso: 

Int. € 6,00, Ridotto € 4,00 – ragazzi fino a 14 anni, adulti oltre 65 anni e gruppi di almeno 12 persone
Ridotto € 2,00 – gruppi accompagnati da guide accreditate Regione Emilia Romagna
L’ingresso è gratuito per i bambini fino a 7 anni

Studenti
solo ingresso € 2,00
ridotto € 1,50 (gruppi accompagnati da guide accreditate Regione Emilia Romagna)
ingresso e visita guidata su prenotazione € 2,50

Orari:

invernale:da mar-sab 9.30-13 e 16-19 dom e festivi 10-19

chiuso lunedì non festivi

estivo: dal mar- sab ore 10-19 domenica e festivi  10-13 e 16-19

mercoledì sera 21-24
chiuso lunedì non festivi

 

Lascia un commento