Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia.

Gli anni ruggenti in mostra a Forlì

La mostra “L’Art Deco. Gli anni ruggenti in Italia”, ospitata ai Musei San Domenico di Forlì, è una delle più interessanti di questa primavera; racconta la favola dei Roaring Twenties, quegli anni spumeggianti, dal ritmo sincopato e veloce come quello del Jazz, tra i lustrini degli abiti charleston e le punte dei grattacieli proiettate verso l’infinito. La mostra vuole concentrarsi sugli esiti italiani dello stile, mantenendo però un respiro internazionale, dal momento che il gusto Déco, sviluppato negli anni 20′, si inquadrava in un’ampia prospettiva europea.

L’esposizione, diretta da Gianfranco Brunelli, col comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci, è curata da Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella. A raccontare lo “stile 1925” sono centinaia di oggetti: una sfilata inebriante di dipinti, sculture, mobili, stampe, abiti e molto altro. Già, perché il Déco ha interessato tutti gli aspetti materiali dell’esistenza, come si può ammirare in questa esposizione davvero esaustiva. Il percorso sa coinvolgere emotivamente il visitatore, avvolgendolo nelle suggestioni cinematografiche e letterarie, oltre che artistiche. Accompagnati dalle parole di Gabriele D’Annunzio e F. Scott Fitzgerald, si cammina tra mura dipinte in tonalità chiare al piano terra, scure e vellutate al piano superiore, ammirando la grandiosa messa in scena del Déco: un sistema espressivo complesso ed sfavillante che ci porta indietro di qualche generazione, in quella fetta di Novecento appena uscita dalla guerra.

Spenta la fiamma della Belle Époque, les Années folles riaccendono l’Europa dopo la pausa del primo conflitto mondiale; portano con sé una voglia di rinascita e leggerezza. Si respira anche un forte desiderio di lusso, dopo i sacrifici e le privazioni. Per riscattarsi dalla tragedia, ora bisogna divertirsi, vivendo l’attimo ma proiettandosi allo stesso tempo nel futuro. Sboccia così un nuovo modo di vita che sarà eclettico, prezioso, spesso stravagante. Si danza sull’orlo dell’abisso, senza più freni e inibizioni.

L’eredità simbolista e la nuova modernità

Il Déco sorge tra le ultime nebbie dell’Art Nouveau e del Simbolismo; la linea sensuale e serpentina e il richiamo alle forme del mondo vegetale poco a poco si dileguano, per lasciar spazio a nuovi stilemi e contenuti. Geometrie cristalline vanno ora a celebrare il potere dell’uomo, della macchina e del progresso. Ma qualcosa resta del gusto passato.

Una grande vetrina del museo rivela le atmosfere preziose del Vittoriale, tra il damasco dei velluti ed un serie oggetti raffinati: siamo nella dimora stravagante ed eccessiva che il vate si fa costruire sul Lago di Garda. Si percepisce ancora il sentimento fin de siècle, il suo splendore languido e decadente; un modo elegante per sfuggire alla realtà.

Anche l’orientalismo diventa un mezzo privilegiato per evadere in una dimensione lontana, ad anni luce dalla banalità del presente. D’altronde sono anni, questi, segnati da grandi scoperte archeologiche, prima fra tutte la tomba di Tutankhamon nel 1922.

Ma il Déco si tuffa oltre, in avanti, con aspirazioni nuove e ferventi. In questi anni si viaggia e lo si fa con stile. Un frammento scintillante di quelle esperienze di viaggio glamour lo possiamo vivere anche noi, immergendoci nelle atmosfere del treno di lusso Côte d’Azur Pullman Express, che percorreva la linea Parigi -Mentone-Ventimiglia dal 1929 al 1939. La carrozza-salone che si ammira a Forlì era una creazione di René Prou, lo stesso decoratore che si occupò anche dell’Orient-Express. I suoi collaboratori furono il grande artista del gioiello, René Lalique, che si era occupato dei vetri, e sua figlia Suzanne, che aveva pensato al velluto delle poltrone  e alla soffice moquette.

Palazzi che sfidano i cieli con le loro altezze da vertigine, automobili grandiose e veloci, transatlantici che portano all’altro capo del mondo; gli anni 20’ si fanno abbagliare dall’idea di modernità e di progresso. Sono le avanguardie le prime a sentire questa nuova mania nell’aria e a diffondere la tendenza come un virus. Il mondo ne è conquistato. A simboleggiare la passione per la velocità e per la tecnologia c’è in mostra l’ultima auto di Gabriele D’Annunzio. Un oggetto di lusso spettacolare: sopra le righe e fantasiosamente eccessivo, in perfetta linea con i gusti del poeta. L’Isotta Fraschini, dipinta in un’avvolgente tonalità di blu, quasi elettrico, è un meraviglioso prodotto dell’industria automobilistica italiana di quegli anni. Si fa ammirare dai visitatori come una maestosa belva esotica, approdata nei corridoi del museo chissà come. Il modello era stato personalizzato per il vate fin nei particolari, come gli stravaganti cerchioni rossi.

Il Made in Italy

Lo stile dell’epoca ruota attorno alla grande mostra parigina, l’Exposition internationale des Arts décoratifs et industriels modernes del 1925, evento cardine di questi anni in grado di influenzare la cultura europea, dal cinema alla letteratura, dalla arte all’arredo. La sua importanza è riconosciuta come fondamentale, dato che il Déco sarà chiamato anche “stile 1925”.  Se la Francia ha il merito di tracciare il cammino del nuovo gusto, a Forlì si trovano anche i ricordi di altre manifestazioni locali, che diffondono il nuovo gusto in Italia, come la Biennale di Monza.

Il nuovo sentire si sparge capillarmente, nella vita di tutti i giorni; è questo il periodo in cui si si affermano il design e il made in Italy. In mostra sfilano dunque le eccellenze italiane, con i disegni di Alberto Martini, le splendide ceramiche di Giò Ponti per Richard Ginori, le creazioni in vetro di Vittorio Zecchin, i bozzetti per scenografie teatrali di Chini e gli arazzi in panno di Depero. I mobili che in questo periodo entrano nelle case della ricca borghesia hanno caratteristiche molto diverse da quelli Art Nouveau: purezza delle masse, semplicità delle linee e un adattamento della forma all’uso cui l’oggetto è destinato.

Le geometrie si impongono con prepotenza sugli arredi, complice l’affermarsi del cubismo nel mondo dell’arte. Se le forme si fanno essenziali, i materiali sono i più raffinati e costosi in circolazione: legni scuri ed esotici come mogano, palissandro o ebano, ma anche i metalli, come il bronzo o il rame. Sono molto amati l’avorio e la madreperla, mentre tornano di gran moda le laccature ed i colori pastello della pelle di zigrino e della pergamena. Un nuovo senso per il lusso, mai scontato, si afferma: i mobili Déco resteranno l’emblema di un’eleganza sofisticata e rarefatta.

La nuova donna

Al centro di questo mondo opulento e ricco di sfaccettature rimane sempre lei, la nuova donna dell’epoca moderna. Che sia protagonista di locandine teatrali, pubblicità e opere d’arte o che venga utilizzata come motivo ornamentale per gli oggetti d’arredo, la figura femminile domina incontrastata l’Art Déco.

Una sala piena di magnifici ritratti celebra la borghesia di quegli anni e, insieme, la nuova versione di femme fatale, dopo quella di fine Ottocento. Tra tutte, spicca la regina della mostra, colei che accoglie i visitatori dalle pareti d’ingresso del Museo. Si tratta dell’affascinante Wally Toscanini, ritratta da Arturo Martini in uno stupendo abito giallo canarino.

Un superbo e stravagante copricapo incornicia il volto dalla bellezza zingaresca, rendendola simile ad un’antica principessa egizia. Wally fissa lo spettatore con aria di sfida, così come deve aver fatto con suo padre, Arturo Toscanini, quando scoprì la sua relazione con un uomo molto più grande di lei e sposato. Wally è il perfetto esempio della nuova femme -Déco, una specie da temere, che sfida regole e convenzioni.

Quella che riemerge dalla guerra è una donna nuova ed emancipata, che esce da sola e pratica gli sport. Si taglia i capelli alla garçonne ed indossa abiti che riflettono il cambiamento del suo stile di vita: l’orlo si accorcia, scoprendo piedi e caviglie, la scollatura si fa profonda ed audace.

Cambia anche la silhouette, abbandonando l’amata clessidra della Belle Époque. Riposto con sollievo il busto nei cassetti, ora la nuova donna sottolinea la sua magrezza con abiti che cercano di appiattire le curve. Una tale mascolinizzazione della figura femminile non poteva durare, perché i tempi non erano ancora maturi: sarà solo una parentesi breve e scintillante nella storia del costume. Presto, con l’avvento dei regimi totalitari, tornerà un in auge un modello di donna più rassicurante e materno. A Forlì, però, è possibile tuffarsi ancora tra gli abitini mozzafiato degli anni 20’, outfits maliziosi, effervescenti di un glamour già moderno. Gli abiti a peplo di Mariano Fortuny, che inaugurano il Novecento senza corsetto scivolando sul corpo in modo audace, sfilano accanto a quelli in puro stile charleston di Vionnet e Lanvin; la vita scompare, gli orli si riempiono di piume e svolazzi, perfetti per agitarsi nelle danze moderne. Guardando questi modelli, che provengono in buona parte dalla Gallerie del Costume di Firenze e dal negozio vintage più popolare dell’Emilia-Romagna, A.N.G.E.L.O.,  come non pensare alla Daisy del Grande Gatsby o, meglio, alla donna in carne ed ossa che si nascondeva dietro al personaggio letterario: Zelda Fitzgerald.

Il tramonto del Déco

A chiudere il percorso di visita ci pensa Tamara de Lempicka. Le sue donne fatali continuano ad andarsene in giro per il mondo, a sciare o a danzare nei locali: indossano abiti fluenti e hanno le labbra dipinte di rosso. Ma la crisi del 29′ è dietro l’angolo. In Europa siamo ormai alla fine degli anni ruggenti ed il testimone del Déco passa ora all’America. Per le strade d’Italia ora niente più frange e lustrini, ci sono solo le camicie nere. Le donne ricominciano a farsi crescere i capelli e a stare in casa, per cucinare e fare figli. La struggente luce del Déco è tramontata.

 

Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia.

Musei San Domenico

Piazza Guido da Montefeltro, 12, 47121 Forlì FC

11 febbraio-18 giugno 2017

Ingresso: da martedì a venerdì 9.30-19.00
sabato, domenica, giorni festivi:9.30-20.00. Lunedì chiuso.
Intero € 12,00
Ridotto € 10,00

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