La città dei matti: il manicomio di Imola

La città dei matti

Per un romagnolo che abbia sulle spalle almeno 3 o 4 decenni, il manicomio di Imola rappresenta quasi un mito; è un luogo che probabilmente non ha mai visitato, ma di cui ha spesso sentito parlare.

Ricordo che fino a qualche anno fa, ogni volta che qualcuno si comportava in modo stravagante o aveva un’aria irritabile, si diceva scherzosamente: “Quel e vè d’Imola” (Quello viene da Imola). Era un modo di dire (poco riguardoso) che si era tramandato da generazioni. L’ ospedale psichiatrico di Imola, infatti, una volta conosceva una fama leggendaria: da queste parti, in cui c’erano molta povertà e pochi edifici notevoli, era fiorito un manicomio gigantesco, una città nella città, che era diventato un modello anche per il resto d’Italia. Grazie a ciò, Imola si guadagnò per molto tempo il pittoresco epiteto di “città dei matti”. Tra le migliaia di pazienti, c’è anche stato qualche nome famoso, come il poeta Dino Campana, che venne ricoverato qui in gioventù.

Erroneamente ritenevo che il manicomio fosse stato demolito da tempo, invece, navigando in rete, ho scoperto che una parte di quel complesso era ancora in piedi e che oltretutto era visitabile. Il Manicomio dell’Osservanza era una sorta di succursale di quello centrale di Imola e fu in attività dal 1890 al 1996; oggi, dopo un accurato restauro, è diventato un Parco cittadino. Gli edifici che ospitavano i pazienti ed i locali di servizio sono ancora in piedi, però sono visibili solo dall’esterno. Approfittando delle giornate FAI, ho raggiunto Imola in auto, dove ho potuto seguire un bella visita guidata condotta da una simpatica studentessa imolese.

La storia

Il manicomio di Imola ha una lunga storia alle spalle che s’intreccia con quella della psichiatria moderna. Inevitabilmente, infatti, il variare della concezione della malattia mentale ha influito sui luoghi di internamento e sulle terapie destinate ai pazienti.

Tutto ha inizio all’ospedale di Imola, dove si accolgono i malati di mente già nel XVIII secolo. Durante l’Ancien Régime i ricoverati non vengono sottoposti a particolari terapie; il loro è un male inguaribile, potenzialmente contagioso. Il reparto psichiatrico è solo un luogo di custodia, simile ad un carcere.

Più tardi, tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo, la percezione del disagio mentale cambia notevolmente; s’inizia a pensare alle possibili cure e Pinel, noto alienista francese, influenza in modo decisivo l’approccio terapeutico dell’epoca. Secondo questo medico, è essenziale avere un ricovero adatto ai pazienti: non si tratta più di generici luoghi di custodia, ma di istituti creati ad hoc con particolari caratteristiche.

I manicomi devono essere costruiti fuori della città per evitare il richiamo sui pazienti, ma non troppo lontani da farli sentire esclusi. Ci devono essere estese aree verdi per le passeggiate e gli edifici devono avere un buona ventilazione, grazie a numerose finestre. Vicino al manicomio è necessaria una fonte d’acqua, da utilizzare in grandi quantità per l’idroterapia. La “cura fisica” dei pazienti in effetti è più che altro costituita da bagni e salassi. A questa terapia si affianca la “cura morale”: il medico inizia a parlare all’alienato, ad interrogarlo e a studiare i suoi deliri, senza però capirci un granché.

Nel 1844 sorge ad Imola l’Asilo psichiatrico, sotto la direzione del Dottor Cassiano Tozzoli che riesce ad applicare solo in minima parte le direttive degli alienisti. L’istituto inoltre si dimostra insufficiente quanto a ricettività, perché dispone solo di 80 posti letto. Con la direzione affidata a Luigi Lolli (Riolo Terme, 1819-Imola, 1896) nel 1862, avviene una svolta per il manicomio imolese: sarà lui il vero artefice della grande fortuna dell’istituto.

Lolli fa costruire una nuova struttura tra il 1869 e il 1880, chiamata Manicomio centrale o Santa Maria della Scaletta (poi Villa Fiori), che può ospitare fino a 800 malati. E’ un luogo elegante, circondato da ampi e bellissimi giardini, così come voleva la teoria di Pinel.

Il complesso dell’Osservanza

Il neo-direttore, spinto dalle sempre più numerose richieste d’internamento, decide di far erigere un ulteriore complesso “di complemento”. La costruzione dell’Osservanza termina nel 1890 e la sua attività attraverserà le soglie del nuovo secolo, per percorrerlo tutto. Accoglie i malati di tutte le province della regione, tranne Bologna.

Il manicomio dell’Osservanza si trova a mezzo km dal primo, un po’ fuori dal centro, in Via Venturini. E’ veramente immenso: 140.000 mq, che nel momento di massima ricettività accolgono 1200 pazienti.

E’ costituito da sei padiglioni, tre per uomini e tre per le donne, e da tutta una serie di altri edifici di servizio: gli uffici e i servizi generali, le abitazioni di medici e impiegati, la lavanderia e l’asciugatoio a vapore, le botteghe per lavoranti e gli spazi per la coltivazione agricola. Un vero e proprio villaggio, per lo più autonomo nel suo funzionamento.

La forma architettonica è simmetrica e semplice, meno elegante dell’altro stabilimento, perché c’è l’urgenza di costruire velocemente. Si notano, negli edifici disposti in fila, le numerose finestre per l’areazione dei locali; i colori dei muri sono accesi: la vivace tonalità di giallo serviva a stimolare il buonumore nei pazienti.

Infine, il manicomio è immerso nel verde, così come prescrive Pinel; vengono piantumati alberi di grande impatto scenico, gli stessi che arriveranno sino al XXI secolo. Molti provengono da luoghi esotici e lontani, secondo il gusto dell’epoca.

Lorganizzazione dello spazio è concepita in base alla gravità della malattia dei “sudici”, così come sono chiamati i pazienti: i tranquilli, gli epilettici, paralitici e le forme più gravi, gli agitati e i furiosi. Gli uomini sono separati dalle donne, ma ci sono spazi comuni.

Ben presto la creazione di Lolli diventa il “manicomio modello“, conosciuto ed apprezzato in Italia e all’estero. Siamo ormai in epoca positivista e la concezione della malattia mentale è nuovamente cambiata.

Tra i medici che vengono assunti all’Osservanza ce ne sono un paio molto influenzati dalle teorie del celebre medico Cesare Lombroso in tema di antropologia criminale. Questi signori credono di rintracciare nelle deformità fisiche i sintomi della degenerazione mentale. Secondo le teorie lombrosiane, l’imperfezione del corpo indica, il più delle volte, una propensione criminale. Le donne tuttavia sono i pazienti più infidi: in molti casi non mostrano evidenti deformità fisiche, anzi, sono belle ed usano il loro fascino per mettere “a soqquadro la società”. Pericolosissime!

Per molti anni non si smette di cercare segni anatomici che indichino la devianza mentale: cosa che era in effetti più semplice che occuparsi dell’infinita serie di sintomi. Per trovare conferme, si aprono i crani dei malati post mortem, cosa che però dà risultati incerti; quelli che mostrano lesioni o segni particolari non sono meno numerosi di quelli ritrovati perfettamente integri, pur appartenuti a persone con gravi turbe. Ad Imola, sotto la direzione di Lolli, le necroscopie si moltiplicano, mentre le cartelle cliniche si concentrano sempre più sulla descrizione fisica dell’alienato che sulle sue problematiche mentali. S’interrompe il dialogo tra paziente e medico: i deliri e le ossessioni non interessano più al dottore, solo il corpo del malato è degno d’attenzione.

I “matti”

I pazienti dell’Osservanza sono sia malati gravi, che persone che oggi sarebbero definite del tutto “normali”; si tratta di individui che hanno trasgredito alle rigide regole della morale, come ragazze nubili rimaste incinte, o magari solo dei semplici possidenti che i parenti hanno  fatto rinchiudere grazie a qualche escamotage per impadronirsi della loro eredità.

La maggioranza dei malati però sono tali a causa di alcune malattie legate al loro stile di vita, come la pellagra. Questa malattia, che colpisce pelle, intestino e sistema nervoso, dilaga nell’Italia settentrionale tra Otto e Novecento ed è legata ad un sistema alimentare squilibrato. Questa patologia, insieme all’alcolismo e alle privazioni di una vita fatta di stenti, porta spesso alla pazzia. Il legame tra miseria e malattia mentale nel XIX secolo è ormai comprovato.

Più avanti, nella seconda metà del Novecento, si riesce a debellare la pellagra, mentre nuove e terribili malattie sbucano all’orizzonte. Quando l’AIDS inizia a falciare la popolazione, alcuni malati, che nella fase iniziale delle diffusione del virus sono percepiti dalla società come lebbrosi, prendono in affitto delle stanze nel complesso dell’Osservanza, per ricevere assistenza e concludere fuori della comunità, in solitudine, la loro esistenza.

Le terapie

Le terapie applicate al Manicomio dell’Osservanza seguono la scia di quelle europee, in particolare sono influenzate dagli alienisti francesi e tedeschi. Siamo ancora lontani dagli psicofarmaci e tranquillizzare i pazienti è fondamentale.

La “cura fisica” serve dunque a sedarli e consta in un mix di purghe, salassi e idroterapia, cioè bagni freddi o tiepidi, e docce. La “cura morale”, cioè l’instaurarsi di un rapporto positivo con il medico, che interroga, osserva e ascolta il paziente, è praticata poco all’Osservanza, data la fede positivista di Lolli. Gradualmente nel corso del Novecento vengono introdotti medicinali, come il chinino, l’oppio o l’hashish. Per contenere i pazienti più agitati, vengono utilizzati soprattutto gli ipnotici, come cloruro di potassio o clorario.

Un metodo terapeutico, che è molto praticato all’Osservanza fin dagli inizi, è l’ergoterapia, una tecnica riabilitativa che tiene impegnato il paziente: in poche parole, un mestiere. Spesso queste occupazioni contribuiscono alla sopravvivenza del manicomio stesso: i pazienti coltivano il terreno, cuciono, creano cappelli di paglia, oggetti di falegnameria e calzoleria. Gestiscono anche alcuni animali, come i maiali o gli uccelli, che vivono in una immensa voliera nel parco.

Oltre a queste attività lavorative, viene avviato anche un laboratorio artistico e di scrittura, mentre negli anni 60’ sorge il teatro dell’Osservanza, in cui i pazienti stessi possono organizzare spettacoli e o assistervi. Spesso nella bella stagione i malati più tranquilli vengono portati in gita al mare o in collina.

La lobotomia è poco praticata ad Imola: la mia guida mi riferisce solo di un unico caso in tutta la storia del manicomio. Altro discorso per elettroshock, più frequente durante il secolo scorso. Inoltre, i pazienti più problematici e agitati passano la maggior parte della loro esistenza legati con delle cinghie ai loro letti: una vita indegna di questo nome. Molti di loro vengono dimenticati dai parenti, che non li vengono neppure a trovare. In molti casi questo abbandono fa sviluppare un vivo senso di comunità tra i pazienti dell’Osservanza; c’è una grande barriera tra il “noi” del manicomio e il “loro” di chi vive fuori, nella società.

Epilogo

Con la legge Basaglia 180/1978, che decreta la chiusura dei manicomi, s’inaugura anche in Italia un nuovo modo di vedere i pazienti, come persone sofferenti che hanno diritto ad una cura nel rispetto della loro dignità e libertà personale. Si avvia un faticoso processo per cui i malati vengono dismessi progressivamente ed inseriti in case famiglia sul territorio. Nel 1996 le porte del manicomio si chiudono per sempre, seppellendo nell’oblio le migliaia di storie di dolore e solitudine che avevano ospitato.

 

Per approfondire Matteo Banzola, Il manicomio modello: il caso imolese. Storia dell’ospedale psichiatrico (1804-1904), Imola, La mandragora, 2015.

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