Coast to Coast #2: esplorando la Grande Mela

Metropolitan Museum of Art

Nella prima parte del mio soggiorno newyorkese, durato in tutto 5 giorni, ho visitato alcune note zone di Manhattan come Times Square, Central Park, e quello straordinario tempio della bellezza che è il MoMA; infine mi sono concessa una visita guidata originale e divertente al quartiere di Harlem con l’équipe di New York Off Road. Nei giorni successivi del viaggio metterò piede in zone molto diverse della città: dei suoi cinque boroughs, visiterò Brooklyn e Staten Island (toccata e fuga), oltre a continuare l’esplorazione di Manhattan. Comincio proprio da qui, dalle atmosfere rarefatte del Museum Mile.

Una art addict come me non poteva certo farsi scappare il Museum Mile, situato nell’Upper East Side. Il tratto della Fifth Avenue che va dalla 79th e la 106th Street porta questo nome perché qui si concentrano alcuni dei più importanti musei di New York; si tratta di una zona molto chic, con il susseguirsi di architetture maestose affacciate lungo la strada, e, sul lato opposto, il verde riposante di Central Park.
La scelta tra i musei da visitare, istituti del calibro del Guggenheim o del Met, è difficile, ma bisogna pur farla. E allora mi dirigo verso il secondo, che si può ritenere a buon ragione il principe dei musei.
Fondato da alcuni facoltosi americani nel XIX secolo per fare concorrenza agli istituti europei, oggi il Metropolitan Museum of Art vanta collezioni sconfinate e di carattere universale, guadagnandosi il primato tra i musei d’arte d’Occidente. Come potevo perdermelo?
In effetti nelle sue 400 sale, collocate su tre livelli, si può fare un viaggio nel tempo e nello spazio, in cui ogni domanda sulla Storia sembra trovare una risposta. L’allestimento cattura l’immaginazione del visitatore, proponendogli un’esperienza quasi cinematografica; ad ogni passo lo aspetta una nuova, emozionante scoperta con le ricostruzioni di templi, le facciate di antichi palazzi, le immense vetrate e le intriganti period rooms.
Per ciò che concerne le arti figurative, il tocco distintivo alle collezioni è stato quello infuso dal critico e artista inglese Roger Fry, appartenente al Bloomsbury Group. Assunto in qualità di curatore della sezione pittorica, dimostrò un notevole intuito arricchendo il Met di opere impressioniste e post-impressioniste, quando ancora gli autori non avevano raggiunto la fama. Il meraviglioso ritratto di Madame Charpentier con i figli, di Renoir, ad esempio, fu il primo quadro di un maestro francese ad entrare in una collezione pubblica.
Entro con il mio biglietto (acquistato online per 25 $; include, lo stesso giorno, l’ingresso alle altre sedi oltre al Met Fifth Avenue, Met Breuer e Met Cloisters) e comincio la mia visita proprio dal secondo piano, dove si trova il dipinto di Renoir insieme ad altri capolavori dell’arte europea; è tutto più godibile rispetto al MoMA, perché l’ambiente è meno affollato.
Saziata la fame di Impressionisti, seleziono le opere maggiori dei vari dipartimenti, che spaziano dall’archeologia all’arte applicata: le tappe alla Galleria di Armi e Armature, nella zona dedicata al Medioevo, e quella al tempio egizio di Dendur, nel dipartimento delle Antichità, sono state irrinunciabili.
Come sa chi mi ha già letto, amo sperimentare i ristoranti dei musei; in questo caso scelgo il locale al piano terra, il Petrie Court Café. Fusilli al pomodoro e vista su Central Park: si può forse avere di meglio dalla vita?
Prima di lasciare il Met prendo l’ascensore per il Roof Garden, la terrazza panoramica in cima all’edificio; quando le porte si aprono e mi accoglie una vista surreale, sullo sfondo incredibile dello skyline di NY e Central Park. Una selva di pallide sculture, forse Dei di antiche mitologie, si godono un banchetto su candide tavolate di marmo; quella di Adrián Villar Rojas è una delle tante mostre-installazioni che popolano il tetto dell’edificio, una per anno. Effetto wow assicurato.

Neue Galerie
Nonostante le ore passate al Metropolitan, non resisto ad un’altra scappatella culturale; e così, dopo una piacevole pausa a Central Park, entro alla Neue Galerie ($ 20), ennesima perla del Museum Mile.
Poco affollata nonostante i suoi capolavori, la galleria si può visitare in circa un’ora e mezza. La Neue Galerie si trova all’interno di un’elegante palazzina appartenuta a Rockefeller, un ambiente sofisticato, ma intimo e raccolto. Le collezioni sono esposte a rotazione e si concentrano sull’arte austriaca e tedesca dal 1840 al 1940, con grande spazio riservato alla Secessione viennese, (mobili, oggetti di design, dipinti e sculture).
Faccio solo qualche nome? Paul Klee, Koloman Moser, Egon Schiele e Gustav Klimt. La penombra della stanza dedicata ai disegni – scelta legata a questioni conservative – ben si sposa alla vis erotica degli schizzi di Klimt; certamente l’artista ci resterebbe di stucco sapendo che i ritratti “osé” delle sue modelle, destinati un tempo solo ai suoi occhi e forse a pochi altri, oggi sono appesi in un museo.
Prima di lasciare l’edificio, faccio tappa al Caffè Sabarsky, situato al pianterreno; varcatane soglia, mi ritrovo nella Vienna degli inizi del Novecento. Sul sottofondo musicale di un valzer, una fetta di Sachertorte completa in dolcezza questo pomeriggio assolutamente perfetto.

Passeggiando nell’Upper East Side

Abbandonata la quiete solenne della Neue Galerie, grazie ai miei plantari miracolosi sono ancora in grado di gettarmi nella mischia; quindi, opto per una bella passeggiata sulla celebre Fifth Avenue, l’arteria centrale che suddivide le strade di Manhattan in East e West. Il percorso seguito, mi regala una vista sui tratti più notevoli della via: oltre al Museum Mile, anche la zona compresa tra la 42end e la 59th. Sono nel cuore dell’Upper East Side, un ambiente d’élite dove un tempo abitavano Andy Warhol o Jackie Onassis. Ancora oggi, questa zona di Manhattan sfoggia uno stile molto glamour e sofisticato, grazie alle boutique di articoli di lusso, alle gallerie d’arte e agli alberghi prestigiosi. Ad attirare il mio sguardo sono proprio gli hotel; man mano che riconosco gli edifici, mi tornano alla mente le vicende leggendarie di cui ho letto. Ad esempio quelle legate al Barbizon (oggi chiuso), noto come “l’hotel delle ragazze”, perché fino agli anni 80’ rimase interdetto agli uomini.
Una delle sue ospiti più interessanti fu la giovane poetessa Sylvia Plath, che qui trascorse l’estate del 1953; di giorno, guanti bianchi e sottogonna di tulle, si affannava negli uffici della rivista Mademoiselles, in cui era stagista, mentre la sera correva da un party all’altro, stretta in tubini di seta nera. Tutte le sue mises volarono giù dal tetto del Barbizon l’ultima sera del soggiorno, così come la poetessa racconta nel suo romanzo di ispirazione autobiografica, The Bell Jar.
Ancor più celebre tra gli alberghi di New York è il Plaza, che, insieme al Waldorf Astoria di Park Avenue, è stato proclamato patrimonio nazionale. Scenario di numerosissimi film e serie tv (da Come eravamo, al Grande Gatsby, a Sex and the City), fu costruito nel 1907 con le sembianze di un castello. Osservandone la magnificenza, ripenso ai suoi anni d’oro, quando un Truman Capote, all’apice del successo lo scelse come location per il suo celebre party in “Bianco e Nero”, con 450 invitati, tra cui i fratelli Kennedy, gli Agnelli e Gloria Vanderbilt. Ancora più indietro nel tempo, nei Roaring Twenties, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda vi facevano tappa fissa, dandosi alla pazza gioia con bevute da record, perfettamente in linea con la loro fama di festaioli; è rimasto negli annali il bagno notturno nella fontana davanti al Plaza, che oggi offre nel suo listino – per chi può permettersela- la Suite Fitzgerald.
Raggiunto il mio di albergo, molto meno lussuoso e divertente di quelli appena ammirati, ho giusto l’energia di consumare una cena low cost a base di cibo spazzatura. Con i passi fatti in giornata, è garantito che le calorie andranno tutte bruciate all’istante!

World Trade Center
Oggi vengo svegliata dal ticchettio della pioggia sui vetri; decisamente, il meteo di questo viaggio finora non è stato il massimo, tra i temporali improvvisi e l’afa. Non appena esco in strada, lo scroscio d’acqua si fa torrenziale, allora scendo di corsa nella metro e raggiungo Lower Manhattan, la parte più meridionale dell’isola, dove si trova il World Trade Center. Alle otto, zuppa di pioggia, sono già dentro al 9/11 Museum, che ricostruisce dettagliatamente l’attacco terroristico del 2001 con reperti, filmati e fotografie. Il percorso si svolge in un immenso spazio sotterraneo, alle basi di quelle che un tempo erano le Twin Towers; ho descritto in un articolo precedente la visita.
L’intera zona è stata completamente ricostruita e oltre al museo, in superficie si trova il memoriale con due vaste fontane ad occupare il vuoto emblematico delle Torri.
Il malessere suscitato dalla visita al museo, emozionalmente impegnativa, va ad unirsi agli ultimi strascichi del jet-lag, tanto che poi finisco a girovagare senza meta per le strade di Lower Manhattan sotto ad un cielo plumbeo. Metabolizzare le emozioni provate non è semplice, ma alla fine, come accade spesso, la vita e i suoi interessi hanno la meglio; dopo un giretto nei pressi di Wall Street, mi infilo nel vecchio e tranquillo cimitero della Trinity Church, un sogno neogotico nascosto tra i grattacieli; poi entro nel primo ristorante a tiro, un messicano self-service, dove pranzo benissimo ad un costo irrisorio, riposo i miei piedi stanchi e mi asciugo dalla pioggia. In un supermercato vicino (che assomma i prodotti di una farmacia, di un negozio d’abbigliamento, di elettronica e di un alimentari) recupero un paio di calzini nuovi, belli asciutti, un po’ d’aspirina e un caricabatterie per il telefono, visto che il mio non funziona bene. Ok, si può ripartire.

Running on the water: il ferryboat per Staten Island

Visto che il tempo sta migliorando, così come il mio umore, decido di salire sul mitico traghetto per Staten Island. Con il successo di Carly Simon nelle orecchie, Let The River Run, mi siedo su di una delle poltroncine del ferry-boat, proprio come faceva Melanie Griffith in “Una donna in carriera”; mi mancano però la giacca con spalline imbottite e il ciuffo super-laccato. Non sono più gli anni 80’, tuttavia il traghetto mantiene ancora il suo fascino; lo Staten Island Ferry è un’esperienza da non perdere. Innanzitutto è gratuito, e poi, nei suoi 25 minuti di viaggio, regala una favolosa vista sulla città. A bordo del mezzo abbandono velocemente Battery Park, mentre il profilo di Manhattan, una serie di vette d’argento proiettate verso le nubi, si allontana sulla scia d’acqua; da lontano posso ammirare la Statua della Libertà ed Ellis Island, fino a che giungo a destinazione; purtroppo appena scesa, mi ritrovo sotto all’ennesimo scroscio di pioggia, e così, a malincuore, decido di tornare indietro con il traghetto successivo. La frustrazione è tanta: mi costa rinunciare alla visita di quest’isola, che conserva alcuni tasselli di storia particolarmente emblematici: da un parte un capitolo dell’emigrazione italiana, con il cottage di Antonio Meucci; dall’altra l’appassionante vicenda di Alice Austen, pioniera della fotografia e icona femminista che oggi viene ricordata nella sua casa-museo.
La sera ceno al ristorante irlandese, Langan’s, a due passi dal mio albergo; sarà il pasto peggiore del mio soggiorno, ordinato in abbondanza seguendo i suggerimenti della cameriera che ha approfittatto della mia stanchezza…più ordini, più sale il conto, più aumenta la mancia! Metà del cibo è rimasto sul tavolo. Frattanto, il meteo non sembra dar tregua alla città, facendo saltare anche la mia visita all’Empire State Building…

Dumbo e Brooklyn
Oggi mi sveglio di buon mattino per approfittare della mia ultima giornata nella Grande Mela. Per fortuna il tempo sembra avere pietà di me, così da lasciarmi ammirare in tutto il suo splendore Dumbo (York Street-Metro linea F), un delizioso quartiere di Brooklyn, pieno di personalità e lanciato in ascesa sul mercato immobiliare newyorkese. Il nome, così buffo ed evocativo, è semplicemente un acronimo riferito alla sua posizione “Down Under the Manhattan Bridge Overpass”. Si tratta di un piccolo fazzoletto urbano compreso tra il ponte di Brooklyn e del Manhattan Bridge, che, oltre ad una vista incredibile sulla città, si distingue per l’alto livello di archeologia industriale; l’intero quartiere infatti è stato dichiarato historic district. Ricchi borghesi e artisti di grido, sgomitano per accaparrarsi uno dei suoi ex depositi industriali, al fine di trasformarli in loft di lusso o gallerie. Guardandomi intorno, è difficile frenare l’invidia nei confronti dei privilegiati che abitano qui, se non fosse che la giornata è troppo bella per i sentimenti negativi. Una colazione in un bar ricavato da un ex-deposito e affacciato sul fiume, mi infonde l’energia per una bella passeggiata. Qualcuno fa jogging lungo il fiume, mentre alcune coppie, armate di cani al guinzaglio e passeggini, chiacchierano nel fresco del mattino. C’è molta atmosfera, tra i vecchi magazzini del Novecento e il magnifico verde del Brooklyn Bridge Park. Sull’altro lato del fiume, come in un sogno, è appesa la cartolina dei grattacieli di Manhattan: uno dei più bei panorami del mio viaggio!
Per tornare in centro salgo sul ponte di Brooklyn, esperienza tipica che è descritta in tutte le guide di NY, e capisco subito il perché.
La sensazione di déjà-vu si moltiplica all’infinito, con le immagini dei film e delle serie tv che hanno immortalato questo straordinario panorama urbano, tuttavia nulla può competere con la realtà.
Allora cerco di cogliere al massimo l’istante, nonostante la folla che si riversa sul ponte; camminando, osservo i vetri dei grattacieli che scintillano al sole e il traffico di auto sotto di me che sfreccia verso Manhattan, cuore pulsante del mondo occidentale. Una vertigine assoluta.

Chinatown e Greenwich Village

Giunta dall’altra lato del Brooklyn Bridge, dopo qualche passo finisco per caso in un luogo che mi risulta subito familiare. Le insegne che si affollano sui muri degli edifici, così come gli occhi a mandorla che incrocio per strada, sono inequivocabili: mi trovo nella succursale d’Oriente di NY, Chinatown! Sulle vie si affacciano gli ingressi di vari negozi, traboccanti di mercanzia elettronica e cianfrusaglie, ai quali si alternano ristoranti e rosticcerie; c’è un po’ di sporcizia qua e là, e case consumate dal tempo. Il fermento è notevole; forse c’è qualche ricorrenza o festività, o magari è sempre questa la sua routine?
Leggo sulla mia guida che Chinatown, un tempo più circoscritta, attualmente si è allargata a macchia d’olio inglobando zone del Lower East Side e Little Italy; per ritrovare l’autentica enclave italiana infatti oggi bisogna spostarsi verso il Bronx.
Il colore locale si meriterebbe un’esplorazione più approfondita, ma io ho in testa un’altra zona di NY, ricca di echi letterari: il Greenwich Village, che raggiungo in pochi minuti con Uber.
Il suo nome evoca i tempi in cui era un vero e proprio villaggio dentro la città; gli affitti bassi attiravano gli immigrati di tutte le etnie, nonché gli artisti in cerca di fortuna e di uno stile di vita più libero e disinvolto.
Nella lunga lista di stravaganti bohémiens del Village, dunque, possiamo trovare la poetessa Edna St.Vincent Millay, figura chiave del femminismo anni 20’, e Jack Kerouac, che qui veniva a gustarsi spaghetti e polpette insieme alla sua prima moglie Edie. Seguendo la scia della Beat Generation, non posso farmi scappare un pranzo alla nostalgica Minetta Tavern. L’ambiente ha mantenuto un allure vecchio stile: foto in bianco e nero alle pareti, luci basse, divanetti di pelle. Non deve essere cambiata molto da quando, in un angolo del locale, il giovane Kerouac dopo pranzo giocava per ore a scacchi, seduto al suo tavolo preferito.
La zona di Washington Square ed il successivo il quadrilatero di strade collocate a nord, una volta segnavano il passaggio al tratto del Village più ricco e sofisticato. Fossimo stati di qui alla fine del XIX secolo, avremmo incrociato alcuni mostri sacri della letteratura americana, come Henry James ed Edith Wharton. Siamo in piena Age of Innocence, noblesse oblige…altro che feste e bevute, qui le regole di comportamento sociale – almeno fino alla prima guerra mondiale – furono ferree ed opprimenti, tanto quanto i busti che serravano il vitino di vespa delle donne.
Ma torniamo al presente; il mio soggiorno a New York sta per finire ed io voglio trovare le locations delle mie serie preferite, nascoste nell’immenso serbatoio di attrazioni del Village. Cammino per le strade, occhieggiando tra i vicoli ed i cortili ombrosi, protetti da cancellate invalicabili. Finalmente trovo le mie mete: le ultime immagini della Grande Mela saranno l’appartamento di Carrie Bradshaw di Sex and the City e il palazzo di Friends. Entrambi si riconoscono chiaramente, perché c’è sempre un sacco di gente in strada a scattare foto. Fa uno strano effetto trovarsi qui; è tutto nuovo, bizzarro e allo stesso tempo familiare. Mi sembra quasi di rivederli, i personaggi che sono entrati in casa mia ogni giorno per anni: ecco Carrie alla finestra, intenta a scrivere al portatile delle sue delusioni con Big; ecco Rachel che litiga per l’ennesima volta con l’eterno fidanzato Ross, nel grande appartamento dai muri verdi e lillà. L’emozione è grande: le atmosfere hollywoodiane sembrano già preannunciare già l’ultima tappa del mio viaggio, la California… sono elettrizzata solo all’idea!

Tra un batticuore e l’altro si è fatto tardi: tempo scaduto! Abbandono il Village, salendo al volo su uno dei famosi taxi gialli che animano le strade della Grande Mela. Sono commossa.Vorrei dire all’autista che è stato meraviglioso rivedere questa città e che non voglio andarmene. Mi piacerebbe anche chiedergli com’è vivere qui, che cosa si prova veramente. Ma lui sta solo lavorando, fa l’autista e di viaggiatori emozionati, col groppo in gola, ne avrà visti a bizzeffe. Dunque, mentre dalla radio proviene una melodia indiana a tutto volume – intonata al copricapo esotico del mio tassista- me ne rimango in silenzio, accontentandomi di guardare per l’ultima volta la città dai finestrini dell’auto.
Sto abbandonando la East Coast per dirigermi ad Ovest; è strano il sentimento che provo, la nostalgia si mescola all’eccitazione per la scoperta di una nuova città. Ad aspettarmi, laggiù in Nevada, sono le luci sfavillanti di Las Vegas.

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