Coast to Coast #2: esplorando la Grande Mela

Metropolitan Museum of Art

Proseguo la  narrazione del mio viaggio estivo negli States, anche se con un ritardo imbarazzante. Tra i buoni propositi del 2018 ci sarà quello di continuare a scrivere, tanto più che ho accumulato parecchio materiale; infatti di recente mi sono goduta una settimana a Londra…il lupo perde il pelo ma non il vizio!

Durante la prima parte del mio soggiorno newyorkese, ho visitato alcune celebri zone di Manhattan come Times Square, Central Park, e quello straordinario tempio della bellezza che è il MoMA; infine mi sono concessa un’originale visita guidata al quartiere di Harlem con l’équipe di New York Off Road. Nei giorni successivi del viaggio, benché perseguitata dal maltempo, ho messo piede in diverse zone della città: dei suoi cinque boroughs, ho visitato Brooklyn e Staten Island (toccata e fuga), oltre a continuare l’esplorazione di Manhattan. Comincio il mio racconto proprio da qui, dalle atmosfere rarefatte dell’Upper East Side.

Il quartiere, cuore residenziale e milionario di Manhattan, ospita al suo interno il famoso Museum Mile: un luogo magico che un art addict come me non poteva lasciarsi scappare. Il tratto della Fifth Avenue che va dalla 79th e la 106th Street porta questo nome perché qui si concentrano più importanti musei di New York, come il Guggenheim o il Met; si tratta di una zona molto chic, con il susseguirsi di architetture maestose affacciate lungo la strada, e, sul lato opposto, il verde riposante di Central Park.

La mia meta, perché purtroppo bisogna scegliere, è il Metropolitan Museum of Art (M 4, 86th Street). Fondato da alcuni facoltosi americani nel XIX secolo per fare concorrenza agli istituti europei, nel tempo ha accumulato collezioni sconfinate e di carattere universale, guadagnandosi il primato tra i musei d’arte d’Occidente. Nelle sue 400 sale, collocate su tre livelli, si può fare un viaggio nel tempo e nello spazio, in cui ogni domanda sulla storia sembra trovare una risposta. L’allestimento cattura l’immaginazione del visitatore, proponendogli un’esperienza teatrale e coinvolgente; ad ogni passo lo aspetta una nuova, emozionante scoperta con le ricostruzioni di templi, le facciate di antichi palazzi, le immense vetrate e le intriganti period rooms.

Per ciò che concerne le arti figurative, il tocco distintivo alle collezioni è stato quello infuso dall’inglese Roger Fr(1866–1934), critico e artista, nonché illustre membro del Bloomsbury Group. Assunto in qualità di curatore della sezione pittorica, dimostrò un notevole intuito arricchendo il Met di opere impressioniste e post-impressioniste. Il meraviglioso ritratto di Madame Charpentier con i figli (1878), di Renoir, ad esempio, fu il primo quadro di un maestro francese ad entrare in una collezione pubblica.

Dopo aver mostrato il mio biglietto d’ingresso agli addetti del museo (acquistato online e stampato a casa; l’offerta suggerita è di 25 $ e include nello stesso giorno l’ingresso alle altre sedi, oltre al Met Fifth Avenue, Met Breuer e Met Cloisters), comincio la mia visita proprio dal secondo piano, dove si trova il dipinto di Renoir insieme ad altri capolavori dell’arte europea; è tutto più godibile rispetto al MoMA, perché l’ambiente è meno affollato. Saziata la fame di Impressionisti, seleziono le opere maggiori dei vari dipartimenti, che spaziano dall’archeologia all’arte applicata: le tappe alla Galleria di Armi e Armature e quella al tempio egizio di Dendur sono state irrinunciabili.

Come sa bene chi mi ha già letto, amo sperimentare i ristoranti dei musei; in questo caso scelgo il locale al piano terra, il Petrie Court Café. Fusilli al pomodoro e vista su Central Park: si può forse avere di meglio dalla vita? Prima di lasciare il Met, prendo l’ascensore per il Roof Garden in cima all’edificio; quando le porte si aprono, mi accoglie una selva di sculture stagliate sullo sfondo dello skyline newyorchese; tra me ed i grattacieli, la foresta urbana di Central Park.

The Theatre of Disappearance, installazione realizzata dall’artista argentino Adrián Villar Rojas (1980), include repliche di centinaia di sculture antiche e contemporanee del museo, scansionate in 3D e ricomposte digitalmente…una vista surreale! Non deludono mai le installazioni temporanee ospitate sul tetto del Met, eventi spettacolari finanziati dai ricchi benefattori del museo.

Neue Galerie

Nonostante le ore passate al Metropolitan, non resisto ad un’altra scappatella culturale; e così, dopo una piacevole pausa a Central Park, entro alla Neue Galerie ($ 20), ennesima perla del Museum Mile.

Poco affollata nonostante l’eccelsa qualità delle sue collezioni, la galleria si può visitare in circa un paio d’ore; al contrario dei grandi musei del quartiere, infatti, è un ambiente di piccole dimensioni, intimo e raccolto. Tutto qui ci parla di eleganza, stile e ricercatezza, a cominciare dalla palazzina che ospita il museo, un edificio in stile neo-rinascimentale che apparteneva a Rockefeller. Le collezioni della Neue Galerie comprendono numerosi dipinti, sculture, mobili e oggetti di design, esposti a rotazione; le opere forniscono un quadro esaustivo dell’arte austriaca e tedesca dal 1840 al 1940, con grande spazio dedicato alla Secessione viennese.

Faccio solo qualche nome? Paul Klee, Koloman Moser, Egon Schiele e Gustav Klimt. La penombra della stanza dedicata ai disegni – scelta legata a questioni conservative – ben si sposa alla vis erotica degli schizzi di Klimt; certamente l’artista ci resterebbe di stucco sapendo che i ritratti osé delle sue modelle, destinati un tempo solo ai suoi occhi e forse a pochi altri, oggi sono appesi in un museo.

Prima di lasciare l’edificio, faccio tappa al Cafè Sabarsky, situato al pianterreno; varcatane soglia, mi ritrovo nella Vienna degli inizi del Novecento. Sul sottofondo musicale di un valzer, una fetta di Sachertorte corona di dolcezza questo pomeriggio assolutamente perfetto.

Passeggiando lungo la Fifth Avenue

Abbandonata la quiete solenne della Neue Galerie, grazie ai miei plantari miracolosi sono ancora in grado di gettarmi nella mischia; quindi, opto per una bella passeggiata sulla celebre Fifth Avenue, l’arteria centrale che suddivide le strade di Manhattan in East e West. Il percorso seguito, in direzione sud verso il mio alloggio a Times Square, mi regala una vista sui suoi tratti più notevoli: oltre al Museum Mile, anche la zona compresa tra la 42end e la 59th. Buona parte del percorso si situa nell’Upper East Side, ambiente d’élite dove un tempo abitavano Andy Warhol e Jackie Onassis. Ancora oggi, questa zona di Manhattan sfoggia uno stile glamour e sofisticato, grazie alle boutique di articoli di lusso, alle gallerie d’arte e agli alberghi prestigiosi. Ad attirare il mio sguardo sono proprio gli hotel; man mano che riconosco gli edifici, mi tornano alla mente le vicende leggendarie di cui ho letto. Ad esempio quelle legate al Barbizon, recentemente trasformato in condominio di lusso, e noto in passato come “l’hotel delle ragazze”, perché fino agli anni 80’ rimase interdetto agli uomini.

Una delle sue ospiti più interessanti fu la giovane poetessa Sylvia Plath, che qui trascorse l’estate del 1953; di giorno, guanti bianchi e sottogonna di tulle, si affannava come stagista negli uffici della rivista Mademoiselles, mentre la sera correva da un party all’altro, fasciata in tubini di seta nera. Probabilmente tutte le sue mises volarono giù dal tetto del Barbizon l’ultima sera del soggiorno, come la poetessa racconta nel suo romanzo di ispirazione autobiografica, The Bell Jar (1963).

Ancor più celebre tra gli alberghi di New York è il Plaza, che, insieme al Waldorf Astoria di Park Avenue, è stato proclamato patrimonio nazionale. Scenario di numerosissimi film e serie tv (da Come eravamo, al Grande Gatsby, a Sex and the City), fu costruito nel 1907 con le sembianze di un castello. Osservandone la magnificenza ripenso ai suoi anni d’oro, quando un Truman Capote all’apice del successo lo scelse come location per il suo celebre party “Black & White”: la lista di invitati vip era infinita, dai Kennedy a Frank Sinatra. Ancora più indietro nel tempo, nei Roaring Twenties, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda facevano tappa fissa al Plaza, dandosi alla pazza gioia con bevute da record, perfettamente in linea con la loro fama di festaioli; è rimasto negli annali il bagno notturno della coppia nella fontana davanti all’albergo, che oggi offre nel suo listino la Fitzgerald Suite, per chi può permettersela…

Raggiunto il mio di hotel, molto meno lussuoso e divertente di quelli appena ammirati, ho giusto l’energia di consumare una cena low cost a base di cibo spazzatura. Con i passi fatti in giornata, è garantito che le calorie andranno tutte bruciate all’istante!

New World Trade Center

Stamattina vengo svegliata dal ticchettio della pioggia sui vetri; decisamente, il meteo di questo viaggio finora non è stato il massimo, tra i temporali improvvisi e l’afa. Non appena esco in strada, lo scroscio d’acqua si fa torrenziale, allora scendo di corsa nella metro e raggiungo Lower Manhattan, la parte più meridionale dell’isola, dove si trova il New World Trade Center (M 2 Chambers St).

Non mi fermo neppure ad osservare la nuova WTC Transportation Hub di Clatrava, stazione futuristica  inaugurata nel 2016, o la Freedom Tower, avvolta dalle nubi. Alle otto, zuppa di pioggia, sono già dentro al 9/11 Mermorial & Museum ($24), uno spazio interamente consacrato al ricordo dell’attacco terroristico del 2001. Il percorso del museo si svolge in un immenso ambiente sotterraneo, dove è esposta una documentazione dettagliata ed agghiacciante di quei tragici eventi. Il malessere suscitato dalla visita al museo va ad unirsi agli ultimi strascichi del jet-lag, tanto che poi finisco a girovagare triste e senza meta per le strade di Lower Manhattan sotto ad un cielo plumbeo.

Metabolizzare le emozioni provate non è semplice, ma alla fine, come accade spesso, la vita e i suoi interessi hanno la meglio; dopo un giretto nei pressi di Wall Street, trovo rifugio nel tranquillo cimitero della Trinity Church, sogno neogotico nascosto tra i grattacieli; è uno di quei favolosi contrasti di cui NY è ricca. Più tardi, entro nel primo ristorante a tiro: un messicano self-service, dove pranzo benissimo ad un costo irrisorio, riposo i miei piedi stanchi e mi asciugo dalla pioggia. In un supermercato vicino, il classico negozio americano in cui si può trovar di tutto, recupero un paio di calzini nuovi, belli asciutti, un po’ d’aspirina e un cavetto per ricaricare il telefono. Ok, si può ripartire.

Running on the water: Staten Island Ferry

Visto che la pioggia sta diminuendo, decido di salire sul mitico traghetto per Staten Island. Con il successo di Carly Simon nelle orecchie, Let The River Run, mi siedo su di una delle poltroncine del ferry-boat, proprio come faceva Melanie Griffith in Una donna in carriera; mi mancano però la giacca con spalline imbottite e il ciuffo super-laccato. Non sono più gli anni 80’, tuttavia il traghetto mantiene ancora il suo fascino; lo Staten Island Ferry  in effetti è un’esperienza da non perdere. Innanzitutto è gratuito, e poi, nei suoi 25 minuti di viaggio, regala una favolosa vista sulla città, tempo permettendo.

A bordo del mezzo abbandono Battery Park, mentre le nuvole si addensano minacciose sopra la mia testa. Il profilo di Manhattan si allontana velocemente lungo la scia d’acqua, una serie di vette d’argento proiettate nella nebbia; da lontano posso ammirare la Statua della Libertà ed Ellis Island, fino a che non giungo a destinazione.

Purtroppo ad aspettarmi c’è l’ennesimo scroscio di pioggia e così, a malincuore, decido di tornare indietro con il traghetto successivo. Mi costa rinunciare alla visita di quest’isola, che conserva alcuni tasselli di storia particolarmente emblematici: da un parte il capitolo dell’emigrazione italiana, con il cottage di Antonio Meucci; dall’altra, l’appassionante vicenda di Alice Austen, pioniera della fotografia e icona femminista che viene ricordata nella sua bella casa-museo.

La sera ceno al ristorante irlandese Langan’s, a due passi dal mio albergo: il pasto peggiore del mio soggiorno, ordinato in abbondanza seguendo i suggerimenti della cameriera che ha approfittato della mia stanchezza…più ordini, più sale il conto, più aumenta la mancia! Metà del cibo è rimasto sul tavolo. Frattanto, il meteo non sembra dar tregua alla città, facendo saltare anche la mia visita all’Empire State Building.

Dumbo e Brooklyn Bridge

Oggi mi sveglio di buon mattino per approfittare della mia ultima giornata nella Grande Mela, utilizzando il comodo servizio di Uber per velocizzare gli spostamenti. Fortunatamente il tempo sembra avere pietà di me, così da lasciarmi ammirare in tutto il suo splendore Dumbo, un delizioso quartiere di Brooklyn, pieno di personalità e lanciato in ascesa sul mercato immobiliare. Il suo buffo nome è semplicemente un acronimo riferito alla posizione di questo piccolo fazzoletto urbano (Down Under the Manhattan Bridge Overpass), compreso tra il ponte di Brooklyn e il Manhattan Bridge. Oltre ad una vista spettacolare sulla città, Dumbo si distingue per l’alto livello di archeologia industriale, tanto da guadagnarsi il titolo di historic district. Riscattatosi dalla crisi degli anni 70′ del Novecento, questa zona un tempo popolata da fabbriche manifatturiere, da qualche anno ha catturato l’attenzione di borghesia e artisti che sgomitano per accaparrarsi i suoi ex depositi, trasformandoli in loft o gallerie. Guardandomi intorno, è difficile frenare l’invidia nei confronti dei privilegiati che abitano qui, se non fosse che la giornata è troppo bella per i sentimenti negativi.

Una colazione in un bar affacciato sul fiume, mi infonde l’energia per una bella passeggiata. Qualcuno fa jogging, mentre alcune coppie, armate di cani al guinzaglio e passeggini, chiacchierano nel fresco del mattino. C’è molta atmosfera, tra i vecchi magazzini del Novecento e il magnifico verde del Brooklyn Bridge Park. Sull’altro lato del fiume, come in un sogno, è appesa la cartolina dei grattacieli di Manhattan: uno dei più bei panorami del mio viaggio!

Per tornare in centro salgo sul ponte di Brooklyn, esperienza tipica che è descritta in tutte le guide di NY, e capisco subito il perché. La sensazione di déjà-vu si moltiplica all’infinito: le immagini dei film e delle serie tv che hanno immortalato questo straordinario panorama urbano si susseguono nella mia mente, tuttavia nulla può competere con la realtà.

Allora cerco di cogliere il momento, nonostante la folla che si riversa sul ponte; camminando, osservo i vetri dei grattacieli che scintillano al sole e il traffico di auto sotto di me che sfreccia verso Manhattan, cuore pulsante del mondo occidentale. Una vertigine assoluta.

Chinatown e Greenwich Village

Giunta dall’altra lato del Brooklyn Bridge, dopo qualche passo, finisco per caso in un luogo che mi risulta subito familiare. Le insegne che si affollano sui muri degli edifici, così come gli occhi a mandorla che incrocio per strada, sono inequivocabili: mi trovo nella succursale d’Oriente di NY, Chinatown! Sulle vie si affacciano gli ingressi di vari negozi, traboccanti di mercanzia elettronica e cianfrusaglie, ai quali si alternano ristoranti e rosticcerie; c’è un po’ di sporcizia qua e là, e case consumate dal tempo. Il fermento è notevole; forse si festeggia qualche ricorrenza, o magari è sempre questa la routine del quartiere.

Leggo sulla mia guida che Chinatown, un tempo più circoscritta, attualmente si è allargata a macchia d’olio inglobando zone del Lower East Side e Little Italy; per ritrovare l’autentica enclave italiana infatti oggi bisogna spostarsi verso il Bronx.

Il colore locale si meriterebbe un’esplorazione più approfondita, ma io ho in testa un’altra zona di NY, ricca di echi letterari: il Greenwich Village, che raggiungo in pochi minuti con Uber. Il suo nome evoca i tempi in cui era un vero e proprio villaggio dentro la città; gli affitti bassi attiravano gli immigrati di tutte le etnie, nonché gli artisti in cerca di fortuna e di uno stile di vita più libero e disinvolto.

Nella lunga lista di bohémiens del Village, dunque, possiamo trovare la poetessa Edna St.Vincent Millay, figura chiave del femminismo anni 20’, e Jack Kerouac, che qui veniva a gustarsi spaghetti e polpette insieme alla sua prima moglie Edie. Seguendo la scia della Beat Generation, non posso farmi scappare un pranzo alla nostalgica Minetta Tavern.

L’ambiente ha mantenuto un allure vecchio stile: foto in bianco e nero appese alle pareti, luce fioca, divanetti di pelle. Non deve essere cambiata molto da quando, seduto al suo tavolo preferito in un angolo del locale, il giovane Kerouac dopo pranzo giocava per ore a scacchi.

La zona di Washington Square ed il successivo il quadrilatero di strade collocate a nord, una volta segnavano il passaggio al tratto del Village più ricco e sofisticato. Fossimo stati di qui alla fine del XIX secolo, avremmo incrociato alcuni mostri sacri della letteratura americana, come Henry James ed Edith Wharton. Siamo in piena Age of Innocence, noblesse oblige…altro che feste e bevute, qui le regole di comportamento sociale – almeno fino alla prima guerra mondiale – furono ferree ed opprimenti, tanto quanto i busti che serravano il vitino di vespa delle donne.

Ma torniamo al presente; il mio soggiorno a New York sta per finire ed io voglio trovare le locations delle mie serie preferite, nascoste nell’immenso serbatoio di attrazioni del Village. Cammino per le strade, occhieggiando tra i vicoli ed i cortili ombrosi, protetti da cancellate invalicabili. Finalmente trovo le mie mete: le ultime immagini della Grande Mela saranno l’appartamento di Carrie Bradshaw di Sex and the City e il palazzo di Friends.

Entrambi si riconoscono chiaramente, perché c’è sempre un sacco di gente in strada a scattare foto. Fa uno strano effetto trovarsi qui; è tutto nuovo, bizzarro e allo stesso tempo familiare. Mi sembra quasi di rivederli, i personaggi che sono entrati in casa mia ogni giorno per anni… l’emozione è grande e le atmosfere hollywoodiane sembrano già preannunciare già l’ultima tappa del mio viaggio: la California. Sono elettrizzata solo all’idea.

Tra un batticuore e l’altro il mio tempo a New York sta per scadere; mi aspettano 6 ore di volo con la Delta Airlines. Così abbandono il Village, salendo al volo su uno dei famosi taxi gialli che popolano le strade della Grande Mela. Mentre la radio sparge nell’aria le note di una melodia indiana a tutto volume – intonata al copricapo esotico del mio tassista- osservo per l’ultima volta la città dai finestrini dell’auto.

Sto abbandonando la East Coast per dirigermi ad Ovest; è strano il sentimento che provo, la nostalgia si mescola all’eccitazione per la scoperta di una nuova città. Ad aspettarmi, laggiù in Nevada, sono le luci sfavillanti di Las Vegas.

 

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