#Coast to coast: Las Vegas!

Las Vegas, città atomica

Lascio New York, dove ho trascorso 5 giorni emozionanti, passati tra musei, parchi e strade brulicanti di gente, per trasferirmi ad ovest, sulla parte opposta Stati Uniti. Nel mio coast to coast prima di raggiungere la California ho previsto una tappa intermedia di 3 notti a Las Vegas, in Nevada, scelta essenzialmente come base per un tour in elicottero nel Grand Canyon. Di per sé la città non avrebbe attirato la mia attenzione, anche se in effetti ho scoperto che è uno di quei luoghi da vedere almeno una volta nella vita.

Quando atterro all’aeroporto di Las Vegas è l’una di notte, ora locale: completamente stordita e con la schiena a pezzi (il mio volo con la Deltairlines era in ritardo di ore), m’infilo su un taxi che mi scucirà ben 30 dollari per 20 minuti di corsa. Fuori dal finestrino migliaia di insegne luminose rischiarano la notte buia del deserto del Mojave. Las Vegas sorge in mezzo al nulla, come un miraggio psichedelico fatto di luci incandescenti.

Spicca su tutte, il raggio dell’hotel casinò Luxor, in stile egizio, che si proietta nel cielo ad altezze vertiginose; si dice che lo vedano pure dallo spazio. Come immaginavo, Las Vegas non va per le sottili e mira diretta all’effetto WOW. Le prime immagini della città alimentano l’idea di folgorazione di cui avevo letto. In effetti, qualche decennio addietro, le zone desertiche nelle immediate vicinanze di Las Vegas ospitavano gigantesche basi militari in cui venivano effettuati esperimenti atomici.

Negli anni 50’ le persone ignoravano i rischi delle radiazioni nucleari, resi pubblici dal governo americano solo un decennio più tardi. Gli alberghi locali pensarono dunque di sfruttare questa prossimità a loro vantaggio, promuovendola come una “curiosità” e organizzando “serate atomiche”, durante le quali venivano offerti cocktail a tema. Prima del party, per le signore era raccomandabile una piega dai parrucchieri che proponevano “acconciature atomiche” molto alla moda. Alcuni albergatori organizzavano addirittura picnic nella zona nord della città, per assistere in diretta allo spettacolo delle terribili esplosioni a forma di fungo. Nel 1953 l’Atomic View Motel garantiva camere con una vista insuperabile sull’evento. Oggi niente più esperimenti a Las Vegas, ma l’aspetto generale della città di notte in effetti ricorda ancora un’enorme deflagrazione, una bomba che esplode tra i mille strass elettrici. Questo luogo incredibile è nato dal nulla nel per brillare; la città ha fatto molta strada da quando, alla fine dell’Ottocento, era solo una stazione di sosta per le carovane di pionieri dirette in California. Nel 1905 si colloca la sua nascita ufficiale e al 1946 risale il primo hotel casinò, il Flamingo, tutt’ora esistente; a metà del Novecento Las Vegas ha acquistato una larga fama legata al divertimento senza limiti. Le sue numerose case da gioco, aperte giorno e notte, richiamavano visitatori da ogni parte del Paese, visto che il gioco d’azzardo era illegale negli altri Stati della Federazione. Anche se di casinò oggi negli Usa ce ne sono parecchi, Las Vegas ha mantenuto la sua aria torbida e ammiccante, confermandosi come capitale degli eccessi.

Lo spazio urbano sembra riflettere questa sua vocazione, perché tutto è organizzato allo scopo di confondere ed estasiare i turisti. Qui i più famosi hotel sono anche casinò e ciascuno è arredato secondo un tema distintivo, in bilico tra Disneyland e i set di Hollywood. Il castello principesco dell’Excalibur, le piramidi del Luxor, la Manhattan del New York New York, la Tour Eiffel del Paris, i canali del Venetian, sono solo alcuni dei suoi simboli più famosi. Non è possibile riassumere Las Vegas in uno o due luoghi emblematici e riconoscibili come si fa con altre città. Tutto qui è costruito per essere un simbolo, un artificio adatto a colpire la fantasia della gente.

Avendo letto di queste follie sui libri e su internet, ero molto curiosa di vederle dal vivo; ma ora è notte fonda e sono troppo stanca e dolorante per pensarci. Voglio solo arrivare nella mia camera al Best Western Casino Royale, uno degli alberghi meno eccentrici – il tema è quello del famoso film di James Bond- e anche meno cari, considerata la posizione eccezionale sulla Strip.

Appena varcata la soglia del casinò, l’atmosfera testosteronica della città si fa sentire. Per raggiungere la reception devo attraversare la sala con le slot-machines, piena di gente che sta giocando; un gruppo di ragazzi, palesemente ubriachi, mi osservano e fanno commenti ridacchiando; d’un tratto mi rendo conto di essere una donna sola a Las Vegas, La Mecca del sesso e della baldoria! La mia posizione è quanto mai equivoca… Terminato il check-in con una receptionist scortese, arranco verso la mia stanza con la valigia che pesa come un macigno. La camera è grandissima, con un letto matrimoniale immenso e la macchina per il caffè all’americana. La vista è sul parcheggio. Mentre cerco di addormentarmi, mi arrovello domandandomi perché sono qui. Sarà la stanchezza, ma questa città mi sembra una summa di tutto ciò che odio: questo per me è il regno superficialità e del cattivo gusto.

Una passeggiata sulla Strip

La mattina seguente mi sveglio ancora intontita dal jet lag; la distanza da New York è di 3 ore di fuso, che, aggiunte a quelle dell’Italia, fanno una differenza di 9 ore! Esco dalla penombra sonnolenta dell’albergo e la luce dell’esterno per un attimo mi acceca. Una volta abituati gli occhi, mi rendo conto che stamattina la strada è praticamente deserta. Il cielo è limpido e non c’è traccia di umidità nell’aria. Una vera manna per il mio fisico indebolito dall’afoso soggiorno newyorkese! Attraverso la strada ed entro al famoso Caesars Palace, subito di fronte al mio albergo, in stile “antica Roma”.

Varcare la soglia di un casinò in effetti è un’esperienza surreale. Si abbandona il mondo luminoso della strada per accedere ad un universo notturno, in cui la concezione del tempo e dello spazio è ribaltata. Dopo aver oltrepassato una hall dai soffitti altissimi, ornata di statue gigantesche, salgo sulle scale mobili. Mi trovo in una sorta di centro commerciale apocalittico; percorro una galleria immersa in un eterno crepuscolo, con un finto cielo proiettato sopra la mia testa. E’ il Forum Shops che sfavilla con le sue file di boutique, da marchi di lusso come Tiffany a negozi più accessibili sul genere di Guess o H&M. Raggiungo la pacchiana “Fontana degli Dei”, davanti alla quale si forma sempre una fila per scattarsi l’immancabile foto-ricordo, e infine mi siedo al tavolo di un locale italiano per la colazione.

Dopo un cappuccino e un paio di gaufres (in America confondono l’Italia con il Belgio evidentemente!), inizio a carburare e il mondo, compresa Las Vegas, non mi sembra più tanto brutto.

Continuo l’esplorazione dell’immenso Caesars Palace: c’è da perdersi, per fortuna che ci sono i cartelli. Sto camminando in quello che fu, a suo tempo, il prototipo dei casinò elettronici di Las Vegas, costruito dall’architetto Melvin Grossman agli inizi degli anni 60’. I colori della sale da gioco sono caldi, i tessuti delle tappezzerie spessi e ovattati. Tutto è fatto per mettere a suo agio il cliente, che sarà pronto a giocarsi lo stipendio o anche molto di più.

Torno nuovamente alla luce del sole, in questa bella giornata priva di umidità. Il caldo secco, tipico del clima di Las Vegas, pulisce i contorni delle cose, li rende netti e taglienti. Oltre lo spazio urbano, il deserto del Mojave appare come una sagoma piatta, ritagliata nel cartone e appiccicata sul fondo della città. E’ bellissimo! Mi tornano alla mente tanti film e  serie tv; da un momento all’altro mi aspetto di vedere apparire i protagonisti di CSI, la famosa serie cult ambientata a Las Vegas. 

La striscia d’asfalto della Strip si allunga di fronte a me. Questa strada, che si chiamerebbe in realtà Las Vegas Boulevard South, è una via diritta e trafficata, lunga 7 km, dove si concentrano i maggiori hotel casinò della città, circa una ventina. Passeggiare mi fa bene e, poco a poco, inizio a pensare che Las Vegas non sia poi così male. Scopro infatti che la città ha due facce: una notturna, fatta di caos e baldoria illimitata, ed una molto più vivibile e soft di giorno. A quest’ora ci sono ancora poche persone sulla Strip e i casinò sono quasi deserti; evidentemente sono l’unica a non aver fatto l’alba seduta ai tavoli da gioco. Per me è la situazione ideale per scoprire la città con calma, senza confusione e ubriachi potenzialmente fastidiosi. Mentre passeggio col naso per aria a guardare le architetture pazzesche che mi circondano, improvvisamente il silenzio è rotto da una musica familiare: riconosco subito le note trascinanti di Billie Jean di Michael Jackson. Mi volto e scopro una delle attrazioni più famose di Las Vegas, le fontane del Bellagio. Ogni mezz’ora le acque dell’immensa fontana di fronte all’albergo in stile “villa sul Lago di Como” prendono vita; zampillano al ritmo della musica, disegnando arabeschi liquidi che danzano nell’aria tersa… meravigliosi! Dopo Jackson è la volta di Elvis Presley, che canta, manco a dirlo, Viva Las Vegas.

Percorro un bel pezzo della Strip ed entro negli hotel più interessanti che man mano sfilano lungo i lati della strada, come in un immenso parco divertimenti. La strada è stata pensata per permettere alla gente di visitare con agio i vari casinò; per questo esistono ponti, passerelle e scale mobili che l’attraversano in diversi punti, offrendo per di più una bella vista panoramica sul deserto. In alternativa, è possibile anche passare all’interno dei casinò, dato che sono tutti collegati.

Sulla strada incrocio alcune specie della bizzarra fauna locale: signorine in bikini di paillettes e copricapo di piume, un Elvis Presley dal ciuffo mega laccato e una ragazza in perizoma e autoreggenti a rete con tanto di boa attorcigliato attorno al collo. Fermano i passanti per ottenere qualche dollaro in cambio di una foto con loro. Molti turisti accettano e alla fine della giornata i vari personaggi si fanno un bel bottino. E’ consolante pensare che, se finisci tutti i tuoi soldi, c’è sempre la possibilità di venire a Las Vegas, indossare un costume eccentrico e guadagnarci qualcosa…

Sulla Strip, oltre agli hotel casinò, si susseguono molte attività che propongono tatuaggi e piercing oppure negozi di abbigliamento, paccottiglie varie e souvenir per turisti. Ci sono anche degli stores monomarca, come quello delle M&M’ o della Coca Cola, dove acquisto qualche ricordino. La Strip e i suoi casinò offrono esperienze diverse e sopra le righe, in pieno stile Vegas, ad esempio i bar con ossigeno, molto diffusi negli Stati Uniti, o quelli con le macchine per il massaggio ad acqua. 

Interrompo la mia passeggiata per un tè ghiacciato. Le bariste da lontano sembrano delle sventolone, ma, una volta avvicinata, mi rendo conto che sotto a tutto quel trucco pesante, parzialmente colato per il caldo, si nascondono visi abbastanza comuni; indossano top scollati e calzoncini corti di jeans. Qua e là spunta qualche ombra di cellulite. Erroneamente, pensavo che qui le donne fossero tutte bambole da capogiro, invece scopro che si tratta di bellezze piuttosto artificiali (almeno per quanto riguarda bariste e cameriere): in loro vedo il simbolo di questa intera città, dove, sotto alla superficie luccicante ed artefatta, si muove la realtà, fatta di migliaia di lavoratori che si occupano di accogliere e divertire i turisti; sgobbano nei locali  giorno e notte, per poi tornarsene alle loro case. Oltrepassato il quartiere dei casinò, Las Vegas somiglia a qualsiasi altra città americana, con la sua scarsa densità urbana e sconfinate periferie residenziali.

Le zone più ricche sono attentamente sorvegliate, secondo l’ossessione tipica per la sicurezza che è un tratto distintivo della società americana. Le gated communities sono comunità chiuse cui è vietato l’accesso ai non residenti. Sorvegliate da polizia armata, vi si può accedere solo grazie ai lasciapassare. All’interno del recinto di sicurezza ci sono case bellissime, golf-club, piscine e campi da tennis. Il baristi, i receptionist, i cuochi, i camerieri, le soubrettes invece dove vivono? Certo in luoghi molto meno elitari.

 

Pranzo nella foresta

Lo stomaco inizia a brontolare, allora entro in locale che sembra una giungla, il Rainforest Café. La corpulenta cameriera (che per tutto il tempo si rivolgerà a me chiamandomi “sweety”) mi fa accomodare ad un tavolo tra liane e versi bestiali; in mezzo alle  numerose creature animatronic, si fa notare il coccodrillo dell’ingresso, lungo più di 4 metri, che ogni tanto apre le sue fauci mentre una nebbia misteriosa evapora dal sottobosco della giungla.

Dopo essermi saziata con un piatto delizioso chiamato “ l’Anaconda” (spaghetti di quinoa conditi con verdure, parmigiano e pomodoro), saluto l’alligatore e mi rituffo in strada. Giusto il tempo di ammirare il New York New York, con tanto di Statua della Libertà, poi mi dirigo alla parte opposta di LV. Per farlo salgo su un autobus, dopo aver fatto il biglietto nella macchinetta automatica.

Cardiopalma allo Stratosphere

Lo Stratospehere è un hotel a forma di torre che fa della sua sagoma allungata e avveniristica il suo punto di forza; dalla terrazza posta sulla cima (350 m) infatti si gode di una vista incredibile sulla città e sul deserto. Oltre al bar e al ristorante, la terrazza ospita diverse giostre al cardiopalma, come lo SkyJump (Guinness World Record come il più alto impianto di decelerazione commerciale). Io mi faccio coraggio e mi arrischio sull’X- Scream (23 dollari), una specie di montagna russa che invece di girare su e giù, si getta semplicemente nel vuoto, bloccandosi e ripartendo più volte. Per quasi tutto il tempo tengo gli occhi chiusi e grido parolacce di ogni genere: per fortuna gli altri passeggeri dell’X-Scream sono tutti stranieri. Infine, con in borsa la mia costosissima foto-ricordo scattata sull’X-Scream ( la prova che l’ho fatto davvero!) me ne torno in hotel.

Doccia, cena frugale e torno sulla Strip per vivere un po’ di Las Vegas By Night. Come mi aspettavo la confusione è opprimente; dopo un veloce hamburger vegetariano al Mc Donald’s che si trova a fianco del mio albergo, mi faccio strada tra la folla per godermi lo spettacolo serale delle fontane del Bellagio, illuminate dalle luci. C’è troppa ressa ed è difficile godersi la vista mentre centinaia di persone spintonano e scattano foto.

Dopo lo spettacolo, entro al Bellagio ed osservo i giocatori.  C’è un signore alto e biondo che ha vinto alla roulette russa, si capisce perché si mette ad urlare e saltare come un matto… sembra la scena di un film, uno dei tanti ambientati a Las Vegas!

Tra la folla del casinò noto alcune coppie a passeggio: donne in abiti succinti, con i seni vistosamente rifatti, a braccetto con uomini molto più anziani, certamente dal portafoglio ben messo. Anche qui le immagini dei film si sprecano… sto ammirando tutti gli stereotipi di Las Vegas in carne ed ossa! Prima di rientrare mi fermo in un mini supermercato aperto 24 h su 24 al Caesars Palace; acquisto del succo di frutta e un bel pacchetto di Oreo che mi faranno da colazione domani. Ad aspettarmi, laggiù oltre il deserto, c’è il Gran Canyon!

 

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